Papa Francesco a Budapest, “città dei ponti”/1

Papa Francesco riceve l’omaggio di due bambini al suo arrivo a Budapest

Quarantunesimo viaggio pastorale internazionale per papa Francesco che questa mattina alle ore 8.10 è partito dall’aeroporto di Fiumicino per l’Ungheria, una visita in programma da oggi fino al 30 aprile. Prima di lasciare Casa Santa Marta, ha ricevuto il saluto di quindici persone senza dimora che vivono nei pressi di San Pietro, accompagnati dal card. Konrad Krajewski, prefetto del Dicastero per la carità. 

Come di consueto, durante il volo, nel momento di lasciare il territorio italiano, il Papa ha inviato un telegramma di cortesia al presidente della Repubblica, Sergio Mattarella. 

Non è mancato il saluto di papa Francesco anche ai 73 giornalisti di dieci nazionalità che lo accompagnavano sull’aereo di ITA Airways. La corrispondente della agenzia polacca PAP, in particolare, lo ha ringraziato per la difesa di Giovanni Paolo II. Cioè le parole pronunciate al Regina Coeli del 16 marzo scorso in riferimento alle esternazioni in diretta tv del fratello di Emanuela Orlandi, la cittadina vaticana quindicenne sparita 40 anni fa. “Illazioni offensive e infondate”, aveva detto il Papa affacciato dalla finestra del Palazzo Apostolico. “Una cretinata”, ha affermato ieri alla giornalista connazionale di Wojtyla.

ARRIVO A BUDAPEST

Il Papa è atterrato all’aeroporto di Budapest, come previsto, alle ore 10. È stato accolto dal vice-primo ministro della Repubblica di Ungheria, Zsolt Semjén, e due bambini in abito tradizionale gli hanno offerto il pane e il sale. Dopo la presentazione delle delegazioni locali, Francesco si è trasferito in auto al Palazzo Sándor per la cerimonia di benvenuto, la visita di cortesia alla presidente della Repubblica Katalin Novák. Alle 11.55 ha incontrato il primo ministro ungherese, Viktor Orban, che subito prima ha avuto un incontro con il cardinale Pietro Parolin e lo “staff” della Segreteria di Stato.

IL PRIMO DISCORSO DI PAPA FRANCESCO

Budapest “città di storia, città di ponti e città di santi”. Si è articolato lungo questi tre binari il primo discorso del Papa in terra d’Ungheria, pronunciato alle 12.20, nell’ex Monastero Carmelitano di Budapest e rivolto alle autorità, alla società civile e al Corpo diplomatico. “La politica nasce dalla città, dalla polis, dalla passione concreta per il vivere insieme garantendo diritti e rispettando doveri”, ha esordito Francesco. “Poche città ci aiutano a riflettere su questo come Budapest, che non è solo una capitale signorile e vitale, ma un luogo centrale nella storia. Testimone di svolte significative lungo i secoli, è chiamata a essere protagonista del presente e del futuro”.

“Questa capitale, sorta in tempo di pace – ha aggiunto – ha conosciuto dolorosi conflitti. Non solo invasioni di tempi lontani ma, nello scorso secolo, violenze e oppressioni provocate dalle dittature nazista e comunista, come scordare il 1956? E, durante la seconda guerra mondiale, la deportazione di decine e decine di migliaia di abitanti, con la restante popolazione di origine ebraica rinchiusa nel ghetto e sottoposta a numerosi eccidi. In tale contesto ci sono stati molti giusti valorosi, tanta resilienza e grande impegno nel ricostruire”.

Di seguito la denuncia del Papa: “Nel mondo in cui viviamo, la passione per la politica comunitaria e per la multilateralità sembra un bel ricordo del passato. Pare di assistere al triste tramonto del sogno corale di pace, mentre si fanno spazio i solisti della guerra. In generale, sembra essersi disgregato negli animi l’entusiasmo di edificare una comunità delle nazioni pacifica e stabile, mentre si marcano le zone, si segnano le differenze, tornano a ruggire i nazionalismi e si esasperano giudizi e toni nei confronti degli altri”. 

CREARE UNITÀ

Per invertire il cammino, Papa Francesco ha menzionato la fondazione di Budapest, che avvenne esattamente 150 anni fa, nel 1873, dall’unione di tre città: Buda e Óbuda a ovest del Danubio con Pest situata sulla riva opposta. “La nascita di questa grande capitale nel cuore del continente richiama il cammino unitario intrapreso dall’Europa, nella quale l’Ungheria trova il proprio alveo vitale. Nel dopoguerra l’Europa ha rappresentato, insieme alle Nazioni Unite, la grande speranza, nel comune obiettivo che un più stretto legame fra le nazioni prevenisse ulteriori conflitti”.

E poi un riferimento alla pace: “Non verrà mai dal perseguimento dei propri interessi strategici, bensì da politiche capaci di guardare all’insieme, allo sviluppo di tutti. In questo frangente storico l’Europa è fondamentale, perché essa rappresenta la memoria dell’umanità ed è perciò chiamata a interpretare il ruolo di unire i distanti, di accogliere al suo interno i popoli e di non lasciare nessuno per sempre nemico”. 

“In questa fase storica – ha continuato il Santo Padre – i pericoli sono tanti; ma, mi chiedo, anche pensando alla martoriata Ucraina, dove sono gli sforzi creativi di pace? Penso a un’Europa che non sia ostaggio delle parti, diventando preda di populismi autoreferenziali, ma che nemmeno si trasformi in una realtà fluida, in una sorta di sovranazionalismo astratto, che si dimentica della vita dei popoli”. 

“Budapest è città di ponti”, l’affresco di papa Francesco: “Vista dall’alto, la perla del Danubio mostra la sua peculiarità proprio grazie ai ponti che ne uniscono le parti, armonizzandone la configurazione a quella del grande fiume. Ma i ponti, che congiungono realtà diverse, suggeriscono pure di riflettere sull’importanza di un’unità che non significhi uniformità”. 

LE COLONIZZAZIONI IDEOLOGICHE

Nella parte finale del suo discorso, il Papa ha messo in guardia dalla “via nefasta delle colonizzazioni ideologiche, che eliminano le differenze, come nel caso della cosiddetta cultura gender, o antepongono alla realtà della vita concetti riduttivi di libertà. Ad esempio vantando come conquista un insensato diritto all’aborto, che è sempre una tragica sconfitta”.

“I valori cristiani – ha continuato – non possono essere testimoniati attraverso rigidità e chiusure, perché la verità di Cristo comporta mitezza e gentilezza, nello spirito delle Beatitudini”. E ha ricordato la storia di santità ungherese, a partire dal primo re, santo Stefano, che “stabilì le fondamenta del vivere comune”, fino a santa Elisabetta, “la cui testimonianza ha raggiunto ogni latitudine”.

“Vorrei ringraziarvi – ha aggiunto – per la promozione delle opere caritative ed educative ispirate da tali valori e nelle quali s’impegna la compagine cattolica locale. Così come per il sostegno concreto a tanti cristiani provati nel mondo, specialmente in Siria e in Libano.”

L’ACCOGLIENZA

Infine il tema dell’accoglienza: “Un tema da affrontare insieme, comunitariamente – ha detto papa Francesco – anche perché, nel contesto in cui viviamo, le conseguenze prima o poi si ripercuoteranno su tutti”. E, concludendo il suo discorso, si è espresso in questi termini su “un tema, quello dell’accoglienza, che desta tanti dibattiti ai nostri giorni ed è sicuramente complesso”. “È pensando a Cristo presente in tanti fratelli e sorelle disperati che fuggono da conflitti, povertà e cambiamenti climatici, che occorre far fronte al problema senza scuse e indugi. È urgente, come Europa, lavorare a vie sicure e legali, a meccanismi condivisi di fronte a una sfida epocale che non si potrà arginare respingendo, ma va accolta per preparare un futuro che, se non sarà insieme, non sarà. Ciò chiama in prima linea chi segue Gesù e vuole imitare l’esempio dei testimoni del Vangelo”.