XV domenica del tempo ordinario – Il discorso in parabole

diocesi di Crema

DAL VANGELO SECONDO MATTEO 13,1-9 (forma breve)

Quel giorno Gesù uscì di casa e sedette in riva al mare. Si radunò attorno a lui tanta folla che egli salì su una barca e si mise a sedere, mentre tutta la folla stava sulla spiaggia. Egli parlò loro di molte cose con parabole. E disse: «Ecco, il seminatore uscì a seminare. Mentre seminava, una parte cadde lungo la strada; vennero gli uccelli e la mangiarono. Un’altra parte cadde sul terreno sassoso, dove non c’era molta terra; germogliò subito, perché il terreno non era profondo, ma quando spuntò il sole fu bruciata e, non avendo radici, seccò. Un’altra parte cadde sui rovi, e i rovi crebbero e la soffocarono. Un’altra parte cadde sul terreno buono e diede frutto: il cento, il sessanta, il trenta per uno. Chi ha orecchi, ascolti».

IL COMMENTO

Il cap. 13 di Matteo – che alcuni commentatori considerano il centro del suo vangelo – è interamente occupato dal “discorso in parabole”: ne comprende ben sette, interamente proposte dalla liturgia per tre domeniche consecutive. L’insegnamento attraverso le parabole è uno degli aspetti originali della figura di Gesù e insieme uno dei più amati dai credenti, in forza proprio del motivo per il quale Gesù l’avrebbe prediletto, ossia l’arrivare immediatamente all’ascoltatore, a tutti gli ascoltatori, anche (e forse soprattutto) quelli più semplici e meno colti, quei «piccoli» ai quali è rivelato il mistero del regno (11,25). L’uso di questo linguaggio semplice, popolare, alla portata di tutti è già un messaggio per noi, uomini del XXI secolo: si può parlare di Dio e di tutto quanto lo riguarda senza usare necessariamente il lessico della teologia, almeno quella che utilizziamo da secoli. Gesù non ha usato questo registro ma quello dell’esperienza quotidiana, delle realtà primarie della vita, immediatamente comprensibili ai più. “Quasi tutte [le parabole] girano intorno a tre attività basilari dell’essere umano: piantare e raccogliere (la realtà della campagna e del lavoro), abitare e mangiare (la realtà della casa e della convivenza quotidiana), sposarsi e far festa (la realtà affettiva)” (Barros).

Ma le parabole, più di altre parole di Gesù, corrono un rischio: quello di essere soggette alle interpretazioni più disparate, di essere lette in tanti modi, qualche volta opposti. Per ridurre questo rischio è importante inserirle nel loro contesto: solo così riusciremo a comprenderle secondo il significato che il suo autore-narratore originario attribuiva loro. E il primo, fondamentale contesto delle parabole è quello dell’annuncio del regno di Dio: «Il regno è simile a…». Il loro scopo è quello di illustrare, in modo semplice, alcuni tratti di quella realtà di cui Gesù, fin dall’inizio, si è fatto annunciatore: «Gesù venne in Galilea ad annunciare la lieta notizia di Dio: il tempo è giunto alla sua compiutezza e il dominio regale di Dio si è approssimato, si è fatto vicino» (cfr. Mc 1, 14-15).

Le sette parabole del cap. 13 intendono dunque fare luce sul “mistero del regno”. Esse sono introdotte dalla parabola di questa domenica, quella famosissima del seminatore che “governa tutte le altre”: “L’intero discorso paragona il regno di Dio a un seme o all’atto di seminare, e con ciò ci rivela già il suo carattere nascosto” (Mello).
Non è semplice individuare altri elementi di contesto che aiutino a comprendere il messaggio di questa parabola. Un’ipotesi avanzata da alcuni esegeti è che il contesto potrebbe essere quello di una crisi, la cosiddetta “crisi galilaica” di Gesù. Sia il riferimento all’Antico Testamento (vv. 10-15) sia il tema trattato (i terreni che non fruttificano) potrebbero alludere alle difficoltà della predicazione, all’amara constatazione che la risposta all’annuncio proposto da Gesù fosse scarsa, inferiore alle attese. In effetti, qualche pagina prima Gesù aveva inveito contro le città che non si erano convertite nonostante i molteplici miracoli compiuti in esse. Ciò lo avrebbe indotto successivamente a rivolgersi sempre meno alle folle e sempre di più ai soli discepoli. Ci fa bene sapere che anche Gesù ebbe le sue crisi ed i suoi scoraggiamenti. Vero uomo, ha vissuto l’intera gamma delle emozioni e dei sentimenti umani, ha provato – come tutti – la gioia e la tristezza, l’entusiasmo e l’abbattimento. Lo sfondo in cui leggere questa parabola sarebbe dunque che il messaggio di Gesù non è compreso e accolto da tutti o lo è in una proporzione inferiore alle attese. Di fronte a ciò gli atteggiamenti potrebbero essere opposti: quello dello scoraggiamento e quello della fiducia. Il messaggio di Gesù va nella seconda direzione: c’è seme per tutti, il seminatore è generoso, la seminagione abbondante. In molti terreni la risposta è insoddisfacente ma da qualche parte il seme fruttifica, è fecondo. E tale fecondità è possibile in quanto si fondono due condizioni: da un lato la capacità del seme di germogliare, ossia le sue potenzialità, dall’altro la positiva risposta dell’uomo, il suo disporsi libero e fiducioso all’accoglienza. É la dialettica del Regno: proposta e risposta, annuncio promettente e accoglienza fiduciosa.

Romano Dasti