VEGLIA MISSIONARIA E MANDATO A DON PAOLO ROCCA

Veglia missionaria anticipata questa sera in cattedrale, in quanto sabato prossimo è in calendario la beatificazione di padre Cremonesi.

Presenti, attorno al vescovo Daniele, mons. Rosolino Bianchetti, vescovo del Quiché, accompagnato dal catechista Francesco Brito; padre Angelo Riboli, missionario in Kenia e padre Gian Battista Zanchi del Pime, missionario in Bangladesh. E, in particolare, don Paolo Rocca al quale il vescovo ha conferito il mandato missionario, consegnandoli il Crocifisso, alla vigilia della sua partenza per l’Uruguay.

Sull’altare alcuni simboli: un drappo rosso, originario del Quiché a ricordo dei martiri della guerra civile in Guatemala, morti come testimoni della fede; un’anfora a ricordo del fonte battesimale; un bastone a ricordo dell’invio di ciascuno come missionari; l’immagine dei piedi in cammino a ricordo della strada lungo la quale portiamo la Parola; il mappamondo a ricordo del nostro impegno missionario universale.

Primo momento, di una veglia fatta di riflessioni, testimonianze, canti e preghiere, il ricordo del Battesimo. Aspersione di tutta l’assemblea e poi la testimonianza dei due missionari cremaschi.

PADRE ANGELO

Padre Angelo, della Consolata, ha testimoniato il suo impegno missionario da 40 anni in Kenia: “Il missionario è il pescatore che per fede getta le reti per pescare nuovi membri alla comunità dei credenti”. Una storia lineare, la sua, in ascolto della volontà di Dio: “Fare il missionario – ha detto – è un modo di essere. E posso testimoniare che il Signore dà il centuplo e anche più. Mi sono fatto tutto a tutti per portare il nome di Cristo. Cambia il modo di fare missione, ma la sostanza è sempre la stessa: Gesù Cristo!”

PADRE ZANCHI

La seconda testimonianza quella di padre Zanchi: Ha ricordato l’ordinazione episcopale di mons. Guercilena a Montodine l’8 ottobre 1950, primo stimolo alla sua vocazione missionaria. “Poi in seminario – ha aggiunto – ho maturato la decisione di farmi missionario aiutato da mons. Cè. Il 22 giugno 1968 mi ha ordinato sacerdote proprio mons. Guercilena, che poi non poté più tornare in Birmania.” Nel maggio 1975, la prima destinazione in Bangladesh, popolo musulmano. “Oggi sono parroco in una parrocchia di 50.000 cattolici. Preferiamo chiamarla missione, perché altrimenti si rischia di chiudersi in se stessi, e invece vogliamo essere sempre missionari. Ogni anno abbiamo villaggi che ci chiedono di diventare cristiani.”

“Essere missionari in quel Paese – ha aggiunto – è testimoniare una vita come quella di Gesù e compiere le sue stesse azioni: in Paese musulmano aiutare i malati e i poveri è una forte testimonianza. Quando ci chiedono: ‘Perché fai questo’: allora è il momento di annunciare Gesù”.

IL VESCOVO

È seguita la liturgia della Parola con la lettura di un brano della lettera agli Efesini che il vescovo Daniele ha commentato. Ha ricordato che proprio il 12 ottobre del 1924 padre Alfredo venne ordinato sacerdote. “E – ha aggiunto – risuona dentro di noi la voce di padre Maccalli, nel suo lungo silenzio della prigionia. Voci unite nell’annunciare il Vangelo. Cristo – ha detto san Paolo – è la nostra pace e abbiamo visto scoppiare ancora una guerra in Siria con l’Europa che non riesce a mettere fine a questa vergogna.” Ha ringraziato don Paolo che ci permette di mantenere il legame con la Chiesa dell’Uruguay. Grato ai giovani che anche per breve tempo si recano a conoscere le missioni e al vescovo Rosolino che accoglierà i nostri ragazzi in Guatemala nella prossima primavera.”

A conclusione vengono raccolti gli impegni di preghiera che ciascuno ha scritto su di un foglietto, mentre il coro accompagna con il canto.

IL MANDATO A DON PAOLO

Il terzo momento della veglia è stato il mandato a don Paolo Rocca in partenza per la diocesi di san José de Mayo in Uruguay. Il vescovo Daniele ha benedetto una croce proveniente da quel Paese latinoamericano, l’ha consegnata al sacerdote cremasco e ha pregato per lui. 

E il senso della sua scelta, don Paolo l’ha spiegato subito dopo: “C’era bisogno di una mano e ho accettato. Qualcuno mi ha chiamato perché ha bisogno di me e io vado… sperando di non fare danno!”, ha aggiunto con la sua caratteristica ironia. “Arrivederci a tutti” ed è scoppiato l’applauso!

MONS. ROSOLINO

Concludendo la veglia il vescovo Rosolino ha ricordato padre Alfredo Cremonesi: “I martiri – ha detto – sono quelli che devono scuoterci perché hanno dato la testimonianza più grande. La beatificazione del padre Alfredo ci dovrebbe scuotere un po’ tutti per essere veri testimoni del Regno. La missione di padre Alfredo – ha aggiunto – assomiglia a quella del Quiché: una situazione violenta di persecuzione. E anche noi fra un anno beatificheremo dieci martiri del Quiché, sette laici di cui un ragazzo di 14 anni e tre sacerdoti, vittime della violenza repressiva. Ma ne stiamo presentando altri 25. Una grande grazia di Dio!”

La celebrazione s’è conclusa con il Padre Nostro, la benedizione del vescovo e il canto.

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