Sono stati numerosi i cremaschi accorsi ieri sera al centro San Luigi per partecipare alla presentazione di Liberate la pace, il nuovo libro di padre Gigi Maccalli. La serata è stata organizzata dal nostro settimanale, dalla diocesi e dal Centro missionario diocesano.
Ogni mese una preghiera corale per chiedere la sua liberazione
A moderare l’incontro è stato don Giorgio Zucchelli, direttore de Il Nuovo Torrazzo, che in un primo momento ha ripercorso brevemente la terribile esperienza vissuta da padre Gigi (dal 17 settembre 2018 prelevato con forza dalla sua missione di Bomoanga, sud-ovest del Niger, alla vita da rapito nel deserto del Sahel per oltre due anni e fino all’8 ottobre 2020, quando ha trovato di nuovo la libertà) e dalla nostra diocesi.

Quindi la parola è passata proprio a don Michele, ideatore dell’iniziativa e anche autore dell’introduzione di Liberate la pace. Ha raccontato le motivazioni che lo hanno spinto a organizzare quei momenti di preghiera corale: per l’amicizia con padre Gigi (hanno condiviso gran parte del cammino in seminario), per la stretta collaborazione dell’associazione Etiopia oltre con il missionario cremasco e per rendere viva l’attesa della sua liberazione.
Riferendosi all’amico, don Michele ha detto: “Credo che l’opera di padre Gigi desse fastidio per lo sviluppo che stava donando con la sua missione per la promozione della donna e per le trame di pace che stava costruendo tra le diverse etnie”.
Continuare a pregare e mobilitare per liberare la pace
In Liberate la pace sono raccolte le riflessioni che padre Gigi ha proposto in diversi incontri con la comunità cremasca dopo la sua liberazione. “Quando sono tornato, ho percepito sia un grande sollievo sia un rischio: che tutto era finito – ha affermato il missionario -. Non è così. Dobbiamo rimanere mobilitati per liberare la pace. Da qui il mio desiderio di raccontarvi tutto quello che la terribile esperienza mi ha fatto intuire e comprendere”.
Con il centro missionario, dunque, padre Gigi ha promosso 5 incontri nelle diverse parrocchie. Ha proposto alcune riflessioni, che successivamente ha ripreso, maturato e offerto attraverso questa pubblicazione.
“Il titolo Liberate la pace me lo avete suggerito voi – ha proseguito -. Ho trasformato la scritta dello striscione, usato nelle marce di ogni 17 del mese, Liberate padre Gigi. Ho messo al posto del mio nome la parola ‘pace’ per dire a tutti che il nostro impegno di preghiera e di sostegno non è finito”.
Padre Gigi è libero, ma “la pace è ancora un ostaggio da liberare”.
Le cinque tappe
Con Liberate la pace padre Gigi narra della conversione avvenuta in lui e che lo ha portato a una pace profonda del cuore. Un itinerario di cinque tappe, che l’autore ha brevemente descritto al pubblico presente in sala.
Quindi il deserto, prima tappa, che “è sinonimo di silenzio e che porta alla profondità. Nel deserto ho percepito che Dio è silenzio e il silenzio è la comunicazione di Dio”. C’è poi la preghiera, seconda tappa: “Ho imparato a pregare con il cuore. Non avevo strumenti, se non la memoria e pezzi di Vangelo. La preghiera è un intreccio con tre verbi: respirare Dio (la voglia di padre Gigi a r-esistere nel deserto), parlare con Dio (no frasi fatte) e amare come Dio (amare a vuoto, gratuitamente)” ha spiegato.
Si prosegue con la terza tappa, ossia il dolore innocente. Il missionario è tornato a casa con tanti punti di domanda. Non ha trovato una risposta, ma grazie anche al suggerimento dell’amica Giusy Gusmaroli ha cambiato il punto di prospettiva: dal perché è passato a come vivere l’esperienza restando umano. “Gesù trasforma il male in un plus di amore, ha perdonato e ha trasformato quel male in un’opportunità per rivelare l’amore di Dio. Io ho perdonato e mi sento pace” ha dichiarato.
L’essenziale è la quarta tappa. Nel deserto padre Gigi ha percepito la sete di relazioni. “Ho sentito la mancanza di amore e libertà – ha spiegato -. Noi siamo persone, un essere per, viviamo in comunione, ci realizziamo quando siamo insieme, siamo un aggregato. Con l’essenziale indico di vivere il presente e l’incontro”.
Quinta e ultima tappa è l’immagine di Dio. Per padre Gigi l’immagine comune non è corretta perché “Dio non è da conquistare. Dio è da accogliere. Dio è abbraccio, misericordia e tenerezza”.
Necessario uno sguardo più umano e umanizzante sui conflitti
La presentazione è proseguita con lo spazio alle domande da parte del pubblico. Enrico Fantoni, direttore del centro missionario diocesano, ha ringraziato per la serata e ha ricordato l’appuntamento di lunedì 15 aprile alle ore 21 all’auditorium Manenti: interverrà il cardinale Matteo Zuppi, presidente della Cei.
Ai ringraziamenti e ai saluti finali si è aggiunto anche il vescovo Daniele Gianotti, che ha precisato come prima del rapito avesse incontrato solo una volta padre Gigi. “Ho imparato da voi a conoscerlo, dalla vostra preoccupazione e attraverso i vostri occhi”.
Da qui è nata una sua convinzione: “Forse è questo, la non conoscenza, che ci rende più difficile mobilitarci davanti ai conflitti ricordati ogni giorno dai mezzi di comunicazione. Rischiano così di essere notizie che non ci toccano il cuore”.
Il Vescovo ha invitato a uno “sguardo più umano e umanizzante, meno astratto e teorico, sulla guerra e sui conflitti”.













































