Domenica 12 ottobre. Don Angelo Frassi commenta il Vangelo: “Facciamoci prossimi di chi vive emarginato, diamo speranza e fiducia”

Dal Vangelo secondo Luca 17, 11-19

Lungo il cammino verso Gerusalemme, Gesù attraversava la Samarìa e la Galilea.
Entrando in un villaggio, gli vennero incontro dieci lebbrosi, che si fermarono a distanza e dissero ad alta voce: «Gesù, maestro, abbi pietà di noi!». Appena li vide, Gesù disse loro: «Andate a presentarvi ai sacerdoti». E mentre essi andavano, furono purificati.
Uno di loro, vedendosi guarito, tornò indietro lodando Dio a gran voce, e si prostrò davanti a Gesù, ai suoi piedi, per ringraziarlo. Era un Samaritano.
Ma Gesù osservò: «Non ne sono stati purificati dieci? E gli altri nove dove sono? Non si è trovato nessuno che tornasse indietro a rendere gloria a Dio, all’infuori di questo straniero?». E gli disse: «Àlzati e va’; la tua fede ti ha salvato!».

Il commento al Vangelo

Gesù, ci descrive anche oggi l’evangelista Luca, è in cammino.
È infaticabile in questo passare dentro alla storia dell’uomo, lo raggiunge in ogni luogo in questo suo viaggio verso Gerusalemme. Un cammino, quello di Gesù, che attraversa ogni regione: la Samaria e la Galilea. Il suo è un cammino che va incontro all’uomo, lo vuole raggiungere e condividere con tutti la sua Parola di vita. Parola che ha il gusto dell’amore, che regala amore, che dona speranza e aiuta a rialzarsi, a rimettersi in gioco: a riacquistare speranza, fiducia e passione per la vita.

Il grido degli ultimi

E su questa strada si incontra nuovamente con il grido del bisogno: “Gesù Maestro, abbi pietà di noi!”
È il grido di dieci lebbrosi, uomini persi e relegati ai margine del vivere comune, costretti a mendicare e a gridare la loro sofferenza. È il grido di tanti uomini e donne, ragazzi e giovani che anche oggi stanno fuori dal vivere sociale, emarginati, condannati a mendicare, a emigrare di terra in terra.
Sono gli ultimi che ancora oggi al passare dell’Amore, del Risorto incarnato nel fratello o sorella che gli tende la mano, che lo aiuta a riacquistare la sua umanità perduta, la sua dignità e il valore della sua persona, gridano il loro bisogno di speranza, di essere aiutati, di riprendere la loro dignità perduta.
Gesù accoglie questo grido, lo sente suo, non può tirarsi indietro.
Accoglie il grido e lo trasforma, lo rende capace di rigenerare vita buona, vita piena, vita guarita: li invita a rimettersi in cammino, a riandare là da dove erano stati emarginati e respinti: li invita a non perdere la speranza, a riacquistare il gusto e la dignità del vivere, la loro dignità di persone.
Facciamoci anche noi capaci di parole buone, di parole che sanno infondere coraggio e fiducia, che danno la forza di rimettersi in gioco, di riprendere il cammino.
In fondo questo è l’atteggiamento di vita che ci viene chiesto nel nostro cammino di sequela del Maestro: farci prossimo del fratello, della sorella che incontriamo, capaci di condividere, non trattenendo, ma donando.
E i dieci lebbrosi ascoltano la Parola: riprendono il cammino del ritorno nella città degli uomini dalla quale erano stati allontanati, esclusi, emarginati.

Diamo speranza e fiducia

Questo cammino, che nasce dal desiderio del cuore e dal coraggio della Parola di vita ascoltata, si trasforma in dono straordinario: sono guariti. Purificati.
La loro vita è nuova: è una vita non abbandonata, rifiutata, ma diventa una vita accolta, amata, rigenerata.
Quanto bisogno di questa parola di fiducia, di vero amore di speranza tanti nostri fratelli attendono per potere riprendere il loro cammino!
Andiamo verso gli ultimi, facciamoci prossimi di chi vive emarginato, diamo speranza e fiducia: solo così anche noi sapremo portare quella guarigione del cuore che certamente rimette in gioco e aiuta a ritornare in pieno possesso della propria dignità di persona.
Tutti siamo amati, guariti, salvati dall’amore infinito di Dio, che passa e ci raggiunge nelle dinamiche dell’incontro, della parola buona, della prossimità che aiuta e sostiene.
Solo nel coraggio di accogliere e condividere questa gratuità dell’Amore, possiamo sentirci continuamente rinnovati nel profondo del cuore, guariti dalle nostre inevitabili fragilità, da quella “lebbra” che tante volte ci appesantisce e non ci lascia vivere fino in fondo la nostra identità di Figli e di fratelli.

Il grazie che nasce dalla fede

In questa dinamica vera del sentirci amati e  guariti, in questa esperienza di rigenerazione interiore e di rimessa in gioco, nasce anche nel nostro cuore il desiderio e il coraggio del grazie.
Un grazie che nasce dalla forza vera e profonda di quella fede – fiducia che ci aiuta a capire che tutto è dono, che i fratelli e le sorelle sono dono, che l’Amore è dono: dono che ci genera alla vita nuova, alla vita piena, alla vita di figli amati dal Padre.
È il grande invito, la grande proposta di vita che Gesù oggi ci affida: “Alzati e và; la tua fede ti ha salvato!”
È la grande chiamata, la missione concreta che Dio oggi ci affida: siamo chiamati a portare questo amore accogliente, questo amore che dà vita a tutti i nostri fratelli.

don Angelo Frassi