Dal Vangelo secondo Matteo 5,1-12a
In quel tempo, vedendo le folle, Gesù salì sul monte: si pose a sedere e si avvicinarono a lui i suoi discepoli. Si mise a parlare e insegnava loro dicendo:
“Beati i poveri in spirito,
perché di essi è il regno dei cieli.
Beati quelli che sono nel pianto,
perché saranno consolati.
Beati i miti,
perché avranno in eredità la terra.
Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia, perché saranno saziati.
Beati i misericordiosi,
perché troveranno misericordia.
Beati i puri di cuore,
perché vedranno Dio.
Beati gli operatori di pace,
perché saranno chiamati figli di Dio.
Beati i perseguitati per la giustizia,
perché di essi è il regno dei cieli.
Beati voi quando vi insulteranno, vi perseguiteranno e, mentendo, diranno ogni sorta di male contro di voi per causa mia. Rallegratevi ed esultate, perché grande è la vostra ricompensa nei cieli”.
Il commento al Vangelo
Il Vangelo di questa domenica contiene uno dei passi più sorprendenti e fondamentali della predicazione di Gesù: le Beatitudini. Matteo le pone agli inizi del ministero di Gesù, quasi a farne una sorta di discorso programmatico, ossia una riflessione su valori e princìpi universali rivolto a tutti coloro che desiderino approfondire insegnamenti fondamentali per una vita piena di senso e di consapevolezza. Sono la Magna Charta del Cristianesimo, che Gandhi ha definito come “le parole più alte che l’umanità abbia ascoltato”.
Lo stesso contesto in cui sono proposte ci indica questo: Gesù sale sulla montagna che sorge davanti al lago di Tiberiade (da qui la definizione data alle Beatitudini di “Discorso della montagna”), è seduto e parla mentre la folla lo circonda per ascoltarlo. Si tratta di un discorso offerto non solo ai discepoli, ma a tutti e attuabile da tutti coloro che lo ascoltano.
Un insegnamento che nasce dall’esperienza. Gesù comunica ciò che ha vissuto, rielaborato interiormente e posto davanti al Padre: è Lui l’uomo delle Beatitudini. È Lui, per eccellenza, il povero, il mite, il misericordioso, il puro di cuore, l’operatore di pace, il perseguitato per la giustizia. Ed è Lui che, amato dal Padre, porta in Sé la pace e la gioia, ossia la Beatitudine che vuole comunicare in pienezza ai suoi amici.
“La strada per raggiungere la gioia”
Papa Francesco, nelle Catechesi sulle Beatitudini svolte nel 2020, le ha definite “il ritratto di Gesù, la sua forma di vita”. Non sono un elogio della povertà, della sofferenza, della sopportazione, e neppure un elenco di ordini o precetti ma una bella notizia racchiusa nel termine ripetuto nove volte di “beati”.
Papa Francesco, per questo motivo, le ha anche indicate come “la strada per raggiungere la gioia”. Una strada che, prima ancora di essere una chiamata, o un orientamento per le proprie scelte di vita, è un dono che ogni credente riceve da Gesù. “Dio regala vita a chi produce amore, se uno si fa carico della felicità di qualcuno il Padre si fa carico della sua felicità”, dice sempre Francesco. La gioia, la beatitudine del cristiano, allora, non è l’emozione di un istante o un semplice ottimismo, ma la certezza di poter affrontare ogni situazione sotto lo sguardo amoroso di Dio, con il coraggio e la forza che provengono da Lui e sono beati anche quelli che non hanno compiuto azioni speciali: i poveri, i miti, i puri di cuore, coloro che si impegnano per la giustizia.
La testimonianza
Tutto questo potrebbe oggi sembrare un discorso paradossale se teniamo conto del contesto nel quale siamo chiamati a vivere. Nella società odierna che sacrifica l’essere per l’avere, che considera realizzato chi ha denaro e potere o chi ha un prestigioso ruolo sociale i poveri e i miti sono ritenuti, quanto meno, degli illusi.
Papa Leone, al Giubileo dei giovani, tuttavia, così si esprimeva: “Comprare, ammassare, consumare, non basta. Abbiamo bisogno di alzare gli occhi, di guardare in alto, alle ‘cose di lassù’, per renderci conto che tutto ha senso, tra le realtà del mondo, solo nella misura in cui serve a unirci a Dio e ai fratelli”.
Siamo dunque chiamati a fare nostro questo invito e anche quello di Etty Hillesum, la giovane ebrea morta nel campo di sterminio di Auschwitz a soli 29 anni, che di fronte alle atrocità provocate dal nazismo, rivolgendosi a Dio diceva: “Una cosa, però, diventa sempre più evidente per me: oggi siamo noi a doverti aiutare a diffondere il tuo messaggio, il tuo Amore”.
Le Beatitudini sollecitano la necessità della nostra testimonianza semplice, ma vera e reale e ad aprire, nonostante tutto, il cuore alla Speranza, anche come eredità del Giubileo da poco concluso.










































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