Concludiamo la nostra serie di poeti dialettali cremaschi con un grande personaggio: uno scienziato, un urbanista, un archeologo, un architetto, un restauratore e anche poeta. Si tratta di Amos Edallo, nato a Castelleone il 12 luglio 1908, ma vissuto a Crema (Santa Maria) dal 1942 al 1965, anno della sua morte. A lui dobbiamo il restauro della nostra cattedrale e del Centro Culturale Sant’Agostino e il progetto delle chiese di Castelnuovo e di Crema Nuova.
Ma oggi lo vogliamo ricordare come poeta (ispirandoci a un testo di Marì Schiavini). Edallo era di Castelleone e sappiamo che il dialetto di quella cittadina è diverso nella scrittura e nei suoni dal nostro. Ma la cosa non ci fa meraviglia, visto che le differenze dialettali fra paese e paese anche di una stessa zona sono maggiori di quanto si potrebbe sospettare. Fatte queste necessarie premesse interessiamoci della poesia di Amos Edallo.
È la poesia che ci descrive l’uomo; è lui stesso che si racconta con meravigliosa nitidezza, con estrema semplicità, in immagini che solo l’artista vero riesce a trasmettere.
Di Edallo “già erano apparse pubblicazioni quali: ‘Nturno al fuc, volumetto nel quale l’autore aveva dato un saggio di folclore casalingo e paesano, al quale era seguito Impressioni (dedicato alla moglie Maria) rarissima edizione nella quale il Poeta ha dato la misura piena della sua sensibilità di artista e della sua sensibilità di poeta” (F. Piantelli, Folclore Cremasco). È qui che con profonda religiosità e con raro estro di artista Edallo chiama le verdi navate dei pioppi che seguono il fiume “le Cattedrali del Serio”, dove l’animo umano, stimolato da tanta silenziosa bellezza, è portato alla meditazione, alla preghiera.
Noi però ci fermiamo a considerare le Poesie del ricordo, l’ultima raccolta (un testo in veste fin troppo umile per il tesoro che racchiude) edita nel maggio del 1985, a vent’anni dalla scomparsa del poeta, dono squisito della signora Maria Labadini Edallo, moglie intelligente, compagna premurosa e ispiratrice dell’Autore.
Sono poesie, lo dice il titolo, “legate ad un filo sottile ma tenace: quello stesso che ha legato le opere e i giorni del loro Autore al suo paese dal quale le vicende della vita l’avevano costretto ad allontanarsi”. Attraverso queste poesie si arriva col poeta là dove lo sospingono i ricordi. Ad esempio, Ritrat de la me famiglia ‘n del 1916, quando lui aveva appena otto anni e abitava in strada Sant’Antonio dove “chèi de là da la pesa” erano già forestieri.
RITRAT DE LA ME FAMIGLIA ‘N DEL 1916
Gh’è drènt ‘I temp de ‘na certa felicità:
temp de sul bianch de S. Antone,
temp de giugà,
temp de udur de risulen,
temp de marènda per l’asilo
‘n del cesten.
Temp de quand
se pudìa gnamò
capi’
che la ita
per quai d’eun
la pul vis anche dűra.
Lo possiamo seguire passo passo nel suo faticoso andare quando, terminate le “Tecniche” a Soresina, il padre decide di mandarlo a Milano perché imparasse a fare ‘il ceseladur’.
Così per cinque anni il giovanissimo Amos finisce col lavorare in una fonderia di bronzo a cera persa. La paga scarsa “cinquanta franch a la setimana”, la fame sempre arretrata, un solo vestito, le scarpe “dessulade, e ‘I sűgűtaa a piuf” che fa sorridere, ma al tempo stesso rabbrividire al pensiero di tanta sofferenza.
È lì che decide che un giorno farà in proprio. Va a scuola alla sera e incomincia a modellare. Leggendo la poesia A Brera entriamo con Edallo la prima volta che varcò la porta dell’aula di scultura.
È interessante come sia lo stesso Autore a condurci per mano e ripercorrendo le tappe che lui fece a suo tempo, giovane di grande coraggio e fierezza. Non lesina autocritica ed è anche capace di ridersi addosso.
Leggendo la poesia Che rasa de sogn il lettore non può trattenersi dal ridere, ma non può neanche fare a meno di provare compassione e tristezza per come era costretta a vivere la maggior parte della gente di allora.
In questa capacità di suscitare doppie, contrastanti e parallele emozioni Amos Edallo è maestro.
Con un rito stringato, giornalistico e l’immagine veloce come il tempo, Amos Edallo ci fa vivere quel momento della sua vita che “pugiat a la sbàra del vagòn, vo vèrs Piasensa a suldàt”. Proprio leggendo Ita de suldàt ci lasciamo catturare da immagini umanissime scanzonate al punto giusto per quel soffuso humour che le riveste, ma che scoppiano di tormentati pensieri e di sacrosante indignazioni. Era la seconda guerra mondiale. Amos Edallo aveva preso moglie da poco. Poi, come la quiete dopo la tempesta, quando il fragore del conflitto armato si allontana, il poeta ritrova la pace e ce la comunica magistralrnente in
MATINA A S. MARIA
Vo n de la nef n per me
n del mc giardèn.
Fura n casina
niseun.
I è teute tapàt n de le stűe.
Na duna la pasa svelta
che frèt, Madòna santa.
‘N om el sifula
e n ca là n funt
el branca n de la nef.
Vò n ca.
Gh’è mpis el fuc.
Műsica del fuc.
Culur del fuc.
Famiglia.
Fura fioca.
I teré
le piante
i se carga amò.
Prodigi de l’inverno.
Ne seguono altre che ci portano in un mondo che ormai è anche il nostro. Piano piano tutto si fa più calmo. Non ci sono più le ribellioni di un tempo. L’animo dell’artista – architetto appagato dalla splendida riuscita delle sue fatiche – agisce benefico sulla penna del poeta che ormai “vom vers i cinquanta”. Un pensiero dolce per la madre “som chi dé mè mamà”, considera “le me rose, sempre pűsé spinente”, si perde a seguire “le rutaie del treno che va … che va … che va…”.
Poi Amos Edallo ci congeda con la poesia En Paradis.
EN PARADIS
Se ‘l paradis
‘l se conquista cu le tribulasiòn,
me g’ares de ‘ndaghe al tròt!
A bon cunt me g’o cercat
de ’m bunime el Signur,
g’o costruit set cese
e quasi per nigutt.













































