Cronaca di un convegno. Seconda e ultima parte

Rubrica città solidale
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Questo è il proseguo del resoconto del convegno Il percorso della donna che subisce violenza con gli interventi delle organizzatrici.
Inizia per prima la presidente del CAV Gianna Bianchetti che racconta in modo concreto cosa succede quando una donna si presenta da noi.
Di solito, se ha la forza di fare questo passo, è già spinta da una grossa motivazione. “Noi l’accogliamo con una metodologia che abbiamo messo a punto in 33 anni di azione sul campo e che caratterizza tutti i centri di Dire, la nostra associazione di riferimento nazionale”.
C’è anonimato e assenza di giudizio, è un rapporto tra donne che si confrontano su un piano paritario, ciascuna per la propria competenza. La donna che ha subìto violenza ha una bassa stima di sé, si svaluta, non riconosce i suoi punti di forza. Per questo va accompagnata in un percorso di recupero, occorre farla sentire ascoltata, stabilire una relazione di fiducia.
“Spesso nel relazionarci con le altre istituzioni troviamo persone gentili e disponibili, ma noi vorremmo trovare soprattutto persone preparate e competenti” che ad esempio sappiano distinguere un conflitto dalla violenza o che non siano condizionati da pregiudizi e stereotipi ancora eccessivamente presenti.
A seguire l’avv Cecilia Gipponi, che svolge anche il ruolo di moderatrice e rappresenta le avvocate che da 12 anni collaborano col Centro, rifacendosi alla relazione della commissione parlamentare sul femminicidio si chiede perché la metà dei processi di femminicidio si conclude con assoluzioni o archiviazione.
Un primo aspetto è legato alla tipologia di reato, diverso da altri, “non è come rubare auto”, ci sono in gioco situazioni relazionali, affettive. È il fallimento di un progetto di vita.
Queste donne sono fragili, spesso quando rileggono la loro stessa storia scritta da altri la vedono estranea, non si rendono conto di aver subìto violenza, non si riconoscono e piangono.
Quando arrivano da noi mandate dal CAV sono più preparate, hanno già fatto un percorso di riconoscimento della violenza, hanno iniziato ad analizzare la loro realtà.
Il secondo aspetto è culturale, il pregiudizio diventa pericoloso se non si sa cambiare opinione rispetto alla realtà che si ha di fronte. Il destino della donna cambia a seconda della persona che ha davanti!
Persino il linguaggio che si usa esprime il pensiero retrostante. Narra un episodio illuminante: “Maestra, come si forma il femminile?” “si sostituisce -o con -a”, “e come si forma il maschile?” “ Il maschile non si forma, esiste!”.
A seguire interviene la dott.ssa Federica Venturelli, assistente sociale, che racconta attraverso situazioni reali che ha vissuto con le donne che ha personalmente seguito le difficoltà e le contraddizioni che vive nel quotidiano, per esempio per la collocazione di una donna in strutture protette, o per progetti d’aiuto anche economico ma che sempre sono mirati a rendere la donna attiva e protagonista della propria vita.
Anche lei ha incontrato casi di donne che non riconoscono nemmeno la violenza subìta: “Quella volta mi aveva rotto solo due costole”, “Sì, una volta sono stata una settimana su una sedia a rotelle per potermi muovere in casa…”.
A volte le donne rifiutano di entrare in strutture con cancelli “chiusi”, vogliono rimanere in casa loro, libere, e poi i figli non possono essere tolti dal loro ambiente… in questi casi occorre comunque tenere agganciate queste donne per dare loro un punto di riferimento.
A volte le donne non raccontano nemmeno tutto ciò che subiscono, come D, costretta a rapporti sessuali dal marito, ma non lo diceva per vergogna! A volte siamo in difficoltà perché abbiamo in carico contemporaneamente il maltrattante.
Infine un auspicio comune a tutte le intervenute: “Siamo sole ad affrontare queste situazioni, ma avremmo bisogno di lavorare con altre figure professionali, in rete” .

Paola Strada
Associazione Donne contro la Violenza