Libreria Cremasca. L’intervista allo studioso Marco Albertario

Sabato 30 aprile alle ore 17, nella prestigiosa sede delle scuderie di Palazzo Terni de’ Gregorj (via Dante Alighieri, 20 – Crema), si è tenuto il ventitreesimo appuntamento della rassegna ‘Storici dell’arte in libreria’, organizzata dalla Libreria Cremasca.

Ospiti sono stati Marco Albertario (direttore dell’Accademia Tadini di Lovere) e Barbara Maria Savy (Università degli Studi di Padova) curatori del volume Il giovane Paris / Il giovane Longhi. La pala Manfron dell’Accademia Tadini tra storia, critica, restauro, (Quaderni dell’Accademia Tadini, 5), Scalpendi Editore, Milano 2021.

Intervistiamo, in esclusiva per “Il Nuovo Torrazzo”, il dott. Albertario.

 Questo è il quinto numero dei Quaderni dell’Accademia Tadini

La collana dei Quaderni dell’Accademia Tadini, malgrado le difficoltà che abbiamo affrontato in questi ultimi anni, sta crescendo: è un progetto coraggioso e trasversale, che unisce diverse competenze. Dal 2019 abbiamo anche un comitato scientifico di tutto rispetto, che unisce funzionari di museo e docenti universitari. Questa pubblicazione, in particolare, nasce dalla collaborazione tra la Fondazione Tadini, l’Università degli Studi di Padova e la Fondazione Roberto Longhi di Firenze, con l’obiettivo di valorizzare e divulgare i risultati delle ricerche condotte da validi studiosi nonché dei restauri compiuti sulla pala.

 Il volume è dedicato a un dipinto di Paris Bordon, la Pala Manfron. Il dipinto ha subito un intervento di restauro nel 2015-16. Qual era il suo stato conservativo e quali dati sono emersi dalle indagini diagnostiche?

Il restauro, come lei ricorda, è stato effettuato nel 2015-2016 da Alberto Sangalli e Minerva Tramonti Maggi ed è stato sostenuto dalla Fondazione Creberg. Quando è possibile, cerchiamo sempre di fare del restauro un momento di ricerca sulla storia dell’opera. Riprendendo un modello adottato per il restauro di Jacopo Bellini, in attesa che cominciassero i lavori, abbiamo costituito un gruppo di lavoro, da me coordinato, per il quale ho subito pensato alla prof.ssa Barbara Maria Savy per lo studio del pittore. Occorreva anche ricostruire la storia della pala: le sue vicende erano in gran parte note, ma era necessario recuperare le tracce della sua storia conservativa, dall’ingresso in museo fino ad oggi. Le indagini diagnostiche condotte da Vincenzo Gheroldi e Sara Marazzani, sostenute dalla Fondazione Creberg e dal circolo ‘Amici del Tadini’ hanno restituito l’immagine con un’opera dalla costruzione molto complessa, a partire dall’impostazione attraverso un accurato disegno preparatorio, fino alle finiture, con un sottile e vibrante tratteggio, nelle parti meglio conservate.

I restauratori Alberto Sangalli e Minerva Tramonti Maggi sono partiti da questi dati per le loro riflessioni sulla metodologia più corretta da adottare per il recupero dell’opera, mentre Gheroldi ne ha dato un’attenta lettura a partire dalle preferenze estetiche del tempo nel suo contributo pubblicato nel quaderno.

 La tela, raffigurante la Madonna, il Bambino, san Cristoforo e san Giorgio, è stata dipinta per la chiesa di Sant’Agostino a Crema. Quale personaggio storico è raffigurato sotto le sembianze di san Giorgio?

La testimonianza (1568) di Giorgio Vasari attesta che nella figura di san Giorgio è stato ritratto il condottiero trevisano Giulio Manfron, che muore colpito da un colpo di archibugio nel corso dell’assedio di Cremona. Un’importante testimonianza archivistica individuata da Monica Ibsen ha consentito di recuperare una descrizione fisica del Manfron che coincide con quanto vediamo nella pala e di precisare le circostanze della morte, avvenuta il 15 agosto 1526, giorno dell’Assunta.

 Questo non era l’unico dipinto veneto presente a Crema. Quali significati avevano le opere di artisti della Serenissima presenti nella nostra città?

La pala di Paris Bordon è una delle tante presenze venete e veneziane a Crema che sono state più volte indagate, anche se forse sarebbe utile fare uno studio sistematico, compilare una sorta di “catalogo” virtuale del patrimonio ora disperso, considerando però che accanto ai dipinti bisogna considerare le sculture, le oreficerie, i tessuti: tutto quanto contribuiva al “decoro” di un luogo di culto.

Per quanto riguarda Paris, la chiesa di Santa Maddalena e Santo Spirito conservava la pala con la Pentecoste, attualmente conservata nella Pinacoteca di Brera. Non è ancora stato chiarito il contesto di quella commissione, ma è certo che la Pala Manfron assume un significato particolare, quando si pensi al concetto di “dominazione simbolica”. Sappiamo dalle ricerche di Barbara Maria Savy che Giulio Manfron e i suoi familiari (il padre Giampaolo e i figli) saranno sepolti a Padova, e questo ha aiutato a fissare la cronologia della pala al 1526-1527, il momento in cui la famiglia ha ancora rapporti molto stretti con Crema e questa presenza aveva un significato importante. Inoltre, la pala era collocata in origine alla cappella del podestà veneziano nella chiesa di Sant’Agostino, e da qui sarà rimossa solo per essere sostituita dopo la ricostruzione seicentesca dall’Assunta di Palma il Giovane ora conservata nel Museo Civico.

Da qui il suo significato politico, oltre che di celebrazione familiare, che ci consente di evocare il concetto di “dominazione simbolica” messo a punto da Carlo Ginzburg ed Enrico Castelnuovo nello storico saggio sulla Storia dell’arte italiana Einaudi. La Serenissima intendeva fare omaggio al proprio condottiero esponendo l’immagine in un contesto prestigioso. Un caso analogo a quello della tomba di Bartolino da Terni nella chiesa della Santissima Trinità, affidata nel 1518 a Lorenzo Bregno: in entrambi i casi, un artista veneziano per un capitano della Repubblica di Venezia in una chiesa cremasca.

 

Come si inquadra il dipinto nella produzione di Paris Bordon (Treviso, 1500 – Venezia 1571)?

La datazione al 1526-127 ha trovato conferma, dal punto di vista stilistico, nell’analisi della produzione giovanile di Paris Bordon. Nel suo importante contributo Barbara Maria Savy ha analizzato con molta attenzione il percorso di Paris, dalla formazione fino alla pala Manfron: parafrasando il titolo di un importante saggio di Alessandro Ballarin, ci dicevamo che questo è “Bordon prima della pala Manfron”.

Un serrato confronto condotto attraverso immagini accuratamente selezionate e una descrizione puntuale e attenta a tutti i dati di stile ha restituito un profilo del pittore tra il 1514 e il 1526-27, individuandone i rapporti con Giorgione, in parallelo con artisti come Palma il Vecchio, ma anche il tempestivo aggiornamento su Tiziano (l’Assunta, ma anche le tele del Baccanale), la riflessione sulla scultura classica, le aperture su Savoldo e Lotto. Ne esce un profilo molto più dinamico e articolato.

 Come e quando è avvenuto il trasferimento da Crema a Lovere?

Il conte Luigi Tadini ha acquistato la pala di Paris Bordon il 26 marzo 1805 dall’Ospedale, dove erano confluiti i beni provenienti dall’importante complesso conventuale di Sant’Agostino a Crema. L’acquisto della pala di Paris Bordon rientrava nel progetto culturale del conte Luigi Tadini che – raggruppando le tele provenienti dai luoghi di culto soppressi – mirava a raccogliere i materiali per un futuro museo civico. In parallelo, raggruppando le testimonianze storiche, stava scrivendo una nuova Storia di Crema, commissionata all’abate Bartolomeo Bettoni: ne abbiamo parlato in occasione della pubblicazione della Storia di Crema curata dalla Società Storica Cremasca nel 2014. Nel 1827 la pala, insieme alla collezione, è stata trasferita a Lovere.

L’allestimento originario ne ha sempre fatto uno dei suoi punti di forza, una scelta ribadita da Gustavo Frizzoni nel 1903, che la voleva collocare in una saletta “color sangue di drago”. Dopo il restauro, nel 2016, ho voluto esporla in una sala accanto alle due pale di Vincenzo Civerchio, per cercare di riprodurre il contrasto tra pittura cremasca e presenze “foreste”.

 

In che modo il dipinto s’interseca con le vicende giovanili di uno dei più importanti storici dell’arte italiani, Roberto Longhi?

Gli approfondimenti critici e le indagini intorno ad interventi di restauro dedicati a singole opere dell’Accademia Tadini si intrecciano con un altro filone di ricerche, promosso dalla direzione e sostenuto dal circolo ‘Amici del Tadini’ che ambisce a ricostruire, attraverso gli scritti di alcune eminenti figure di storici dell’arte, la fortuna dell’Accademia e del suo patrimonio nella storia degli studi, raccogliendo e pubblicando integralmente anche appunti e documenti inediti o poco noti.

Nel libro Patrizio Aiello analizza il contributo di Gustavo Frizzoni, conoscitore e scrittore d’arte, nonché figura di spicco nella storia del collezionismo. Frizzoni venne chiamato nel 1901 a riallestire alcune sale dell’Accademia, e nel 1903 sovrintende alla pubblicazione di quella che possiamo considerare la prima guida moderna della raccolta.

Con quella guida, il 27 agosto 1913 Longhi percorse le sale del Tadini, appuntando le sue note e le sue osservazioni con il riferimento di numerazione alla catalogazione Frizzoni. Il volume trascrive e pubblica per la prima volta gli appunti di Roberto Longhi ancor giovane, ma che già aveva aderito con geniale acutezza all’estetica di Croce e alle concezioni critiche di Bernard Berenson.

È in occasione di quella visita che commenta sul suo taccuino: «Bordone. Il più bello che esista. Vero Giorgionismo», che non è una brutta chiave di lettura per la pala.