Caritas Diocesana. Riaperto in via Civerchi a Crema il Rifugio San Martino

Un momento della "riapertura" del Rifugio San Martino

È stata “inaugurata” nel tardo pomeriggio di domenica 7 novembre, alla presenza del vescovo Daniele e di tanti volontari, la nuova stagione invernale del  “dormitorio” Rifugio San Martino – in via Civerchi – che la diocesi di Crema da otto anni mette a disposizione di persone che, per varie vicissitudini, si trovano senza una fissa dimora e a vivere in condizioni di povertà e profondo disagio. La struttura è stata riaperta lo scorso 1° novembre e, fino al prossimo aprile, offrirà un riparo e un accompagnamento a quanti non hanno un posto caldo dove trascorrere la notte.

“Qui per donare qualcosa”

Nel suo intervento il Vescovo ha fatto riferimento al Vangelo della domenica, quello con l’episodio della vedova che offre nel tempi il poco denaro che possiede. Un gesto che Gesù coglie: non conta quanto si dona, ma come si dona ciò che pur di poco una persona ha. Lo stesso vale per il Rifugio della Caritas, “dove ognuno – ha rilevato monsignor Gianotti – può donare qualcosa in un atto di accoglienza reciproca vissuta e testimoniata da uomini e donne che desiderano aiutarsi e sostenersi vicendevolmente”.

L’attività al “dormitorio”

Il Rifugio San Martino, fa sapere il referente del servizio, Massimo Montanaro, può ospitare fino a 18 persone. L’accesso, come già gli scorsi anni, avviene facendo domanda al Centro di ascolto diocesano alla Casa della Carità in viale Europa 2, o alla Casa d’Accoglienza in via Toffetti 2, oppure attraverso i Servizi sociali del territorio, o anche presentandosi direttamente in via Civerchi, all’apertura del “dormitorio”. Durante la notte sono presenti due volontari, o anche tre, che hanno tutti i riferimenti utili in caso di necessità. Mentre nella fascia dell’accoglienza, dalle ore 20 alle 22, e in quella dell’uscita, dalle 7 alle 9, si alternano quattro operatori, perché “oltre a offrire la possibilità di dormire in un letto, al riparo dai rigori dell’inverno – tiene a evidenziare Montanaro – è importante poter stabilire relazioni con queste persone, per dare la possibilità, a chi lo desidera, di cercare un’opportunità di uscita dalla situazione di bisogno, venendo ‘preso in carico’ e accompagnato in un percorso più strutturale all’interno dei progetti di accoglienza e di reinserimento sociale della Casa della Carità”.
Quest’anno gli operatori e i volontari che assicurano l’assistenza notturna nella struttura devono obbligatoriamente essere in possesso di Green pass, anche per la loro sicurezza essendo gli ospiti non tutti nelle condizioni di esibire il passaporto verde. Come già lo scorso anno – aggiunge Montanaro – continueremo a mantenere in vigore il protocollo Covid, che prevede, oltre alla misurazione della temperatura all’ingresso e alla dotazione dei dispositivi di protezione, l’osservanza del distanziamento. Questo potendo anche utilizzare alcuni degli ampi spazi disponibili al piano terra del palazzo ex Artigianelli, dove saranno servite la colazione mattutina e il rifocillamento all’accoglienza di sera. Inoltre, da marzo dello scorso anno non è stato interrotto, anche durante questa estate, il servizio mensa per tutti coloro che sul territorio si trovano in condizione di grave marginalità, che registra una frequenza media giornaliera di una ventina di persone”.

Appello alle parrocchie

Il servizio al Rifugio – sottolinea il direttore di Caritas Crema, Claudio Dagheti – è un’esperienza di relazione con gli ultimi, che centra con il proprio percorso di fede. Come Gesù era attento ai più poveri, a chi stava ai margini della società, così anche a noi viene data l’opportunità di provare a costruire una relazione con loro, al di là del servizio. Perché quello che fa il volontario nelle notti in dormitorio non è semplicemente erogare il servizio per dormire, la colazione o la doccia, ma è costruire una relazione. Per questo – aggiunge – sarebbe bello se ogni parrocchia proponesse quest’esperienza di relazione con gli ultimi all’interno della comunità, adottando una notte e proporre l’esperienza all’interno comunità, facendo sperimentare che gli ultimi sono persone con cui si può stare e creare relazioni anche di amicizia”.