Domenica 10 gennaio, Battesimo del Signore. Dasti: “Ogni nostra impresa deve prendere avvio dalla consapevolezza del proprio limite, da una richiesta di perdono…”

battesimo Gesù
Battesimo di Cristo (Piero della Francesca) Foto Sir

Dal Vangelo secondo Marco 1,7-11

In quel tempo, Giovanni proclamava: «Viene dopo di me colui che è più forte di me: io non sono degno di chinarmi per slegare i lacci dei suoi sandali. Io vi ho battezzato con acqua, ma egli vi battezzerà in Spirito Santo».
Ed ecco, in quei giorni, Gesù venne da Nàzaret di Galilea e fu battezzato nel Giordano da Giovanni. E, subito, uscendo dall’acqua, vide squarciarsi i cieli e lo Spirito discendere verso di lui come una colomba. E venne una voce dal cielo: «Tu sei il Figlio mio, l’amato: in te ho posto il mio compiacimento».

IL COMMENTO DI ROMANO DASTI

Nelle domeniche dell’anno liturgico di quest’anno, che da domani entra nel “tempo ordinario”, saremo prevalentemente accompagnati dal Vangelo di Marco. Il più breve dei quattro, non ha goduto di grande considerazione fino a pochi decenni fa, probabilmente per la sua essenzialità e, a volte, spigolosità. Ma quello di Marco ha almeno tre pregi: è il più antico e quindi quello più a ridosso delle vicende che racconta; ha rappresentato la traccia per gli altri tre; è un racconto sobrio ed essenziale ma dai tratti vivaci e dalle tinte forti. É il più capace, per certi aspetti, di restituirci l’umanità di Gesù e di quanti lo hanno incontrato. Dopo aver ascoltato, all’inizio dell’Avvento, la prima parte del prologo, ascolteremo fino all’inizio della quaresima una lettura, pressochè continua, del primo capitolo (con l’eccezione della prossima domenica, che ci proporrà un brano di Giovanni).

Abbiamo appena vissuto il tempo di Natale e contemplato, nelle feste che lo hanno scandito, la nascita del “Figlio di Dio” e questa identità di Gesù ci è confermata nel brano di questa domenica per la voce stessa di Dio (ma l’avevamo già ascoltata la prima domenica di Avvento proprio nella prima riga del Vangelo di Marco). Tutti i vangeli iniziano enunciando questa “tesi” che le pagine successive – con il racconto delle parole, dei gesti e della fine tragica e gloriosa di Gesù di Nazaret – dovranno dimostrare. Ma per chi ha vissuto con Gesù non è stato così: l’identità di quell’uomo è rimasta fino alla fine misteriosa, affascinante ma enigmatica, attraente ma anche sconcertante. Solo alla fine, solo sotto la croce, un uomo – non un discepolo, tra l’altro – riuscirà a dire «veramente quest’uomo era figlio di Dio!» (Mc. 15,39).

Sulla scorta del Vangelo di Marco, il più adatto a ciò, potremmo provare a metterci “nei panni” dei contemporanei di Gesù e seguirlo nel suo peregrinare lungo le polverose strade della Palestina in modo da potere anche noi «rimanere scossi/stupiti dal suo insegnamento» (Mc. 1,22). Il nostro rischio infatti è quello di dare tutto per scontato: Gesù, come figlio di Dio, non poteva che dire quelle cose e fare quei miracoli, è normale. Ma in questo modo rischiamo di perdere la meraviglia, lo stupore e anche la sorpresa di fronte a «un insegnamento nuovo» (v. 27).
Che fosse un discepolo di Giovanni oppure, come lascia pensare il testo di Marco, che abbia lasciato la sua terra, la Galilea, per scendere verso il Giordano, percorrendo diversi chilometri, in ogni caso Gesù ha risposto all’appello di Dio per bocca di un suo profeta a compiere un gesto di abbassamento, di Vangelo: Mc 1,7-11. Si è messo in fila con centinaia di altri anonimi fedeli di Jahwè per ricevere un battesimo di conversione, di cambiamento di vita. Tutti gli evangelisti danno spazio a questo fatto e tutti lo collocano all’inizio del breve ministero pubblico di Gesù di Nazaret. Pur preconizzato come più grande di colui al quale ritualmente si sottometteva, Gesù si è intenzionalmente abbassato, immerso nell’acqua della purificazione. Non sapremo mai ciò che lo ha indotto, sulla soglia dei trent’anni, a farsi banditore del Regno di Dio. Sappiamo però con certezza che tutto è iniziato con un gesto di umiltà, di abbassamento, con una richiesta di purificazione. Una ri-nascita, un nuovo inizio. E il «compiacimento» di Dio nei suoi confronti è risuonato anche in ragione di ciò, di questo farsi umile/povero.

E questo dice a noi che ogni nostra impresa, piccola o grande che sia, deve prendere avvio dalla consapevolezza del proprio limite, da una richiesta di perdono, dall’accettazione delle proprie fragilità, da un atteggiamento di umiltà.

Romano Dasti