La Chiesa statunitense scende in campo contro il razzismo e mostra la sua solidarietà con i manifestanti afroamericani

protesta afroamericana

In ginocchio per quasi nove minuti, assieme ai sacerdoti della sua diocesi reggendo un cartello rudimentale con scritto “Le vite nere contano”. Mons. Mark J. Seitz, vescovo di El Paso, diocesi del Texas al confine con il Messico, nota per la questione dei migranti e insanguinata da un suprematista bianco che lo scorso agosto uccise 22 persone in un ipermercato, ha scelto di mostrare la sua solidarietà con i manifestanti afroamericani, recandosi al Memorial park della sua città.
Il parco domenica scorsa era stato teatro di scontri violenti tra i manifestanti che protestavano per l’assassinio di George Floyd e le forze di polizia locali. Mons. Seitz è rimasto in ginocchio lo stesso tempo che il poliziotto di Minneapolis è rimasto in ginocchio sul collo di Floyd provocandone la morte. Non ha rilasciato dichiarazioni, ma con lo stesso silenzio composto con cui era arrivato è ripartito.
In ginocchio davanti a un manifestante, è rimasto anche l’agente Garren Hoskins mentre parlava della sua fede con l’uomo dall’altra parte della barricata, una fede condivisa anche dai molti che stavano protestando con rabbia di fronte alla stazione centrale della polizia di Nashville. Garren non è il solo poliziotto ad aver compiuto questo gesto, perchè anche il capo della polizia di Orlando in Florida, assieme ai suoi agenti e lo sceriffo della contea di Orange, si è inginocchiato a pregare con i manifestanti.
Ci sono le scene dei saccheggi, degli incendi, della guerriglia urbana e poi ci sono le preghiere condivise oltre le barricate e i cartelli, gli abbracci tra le divise blu e i cartelli sulle “vite nere che contano”.
La protesta in America ha anche questi volti e queste storie, dove il dialogo e la preghiera sanno ancora aprire varchi sulla violenza. “Che senso ha riunirci in chiesa per cantare canzoni, se non siamo presenti quando le persone soffrono o muoiono?”, ha ribadito il reverendo Zachary Hoover, direttore di L.A. Voice, organizzazione multi-razziale e multi-religiosa che ha pianificato le veglie di preghiera per la contea di Los Angeles.

ANCHE DALLA CHIESA CONTESTAZIONI

Eppure proprio le chiese sono al centro delle polemiche con il presidente Trump in questi ultimi tre giorni.
Il primo giugno, dopo aver ordinato la dispersione dei manifestanti che stazionavano di fronte alla Casa Bianca con gas lacrimogeni e proiettili di gomma, il presidente si è recato alla chiesa episcopaliana di san John per farsi fotografare con una Bibbia in mano. Ieri, invece, accompagnato dalla first lady si è recato al santuario di Washington dedicato a san Giovanni Paolo II. All’esterno, oltre alla stampa lo aspettavano un centianaio di manifestanti. L’arcivescovo Wilton D. Gregory di Washington, ha fortemente criticato la decisione presidenziale ma anche il permesso concesso per tale pellegrinaggio. “È sconcertante e riprovevole – ha dichiarato – che qualsiasi struttura cattolica si sia lasciata abusare e manipolare in modo così eclatante e in violazione ai nostri principi religiosi”. L’arcivescovo, che è afro-americano ed è tra gli estensori della lettera contro il razzismo approvata lo scorso anno dalla Conferenza episcopale americana, ha contestato le azioni di forza suggerite dal presidente, spiegando che “san Giovanni Paolo II era un ardente difensore dei diritti e della dignità degli esseri umani. Certamente non perdonerebbe l’uso di gas lacrimogeni e altri deterrenti per zittirli, disperderli o intimidirli per un foto opportunista di fronte a un luogo di culto e di pace”.
Anche il vescovo episcopaliano ha contestato il presidente che non aveva avvertito neppure della sua visita e lo stesso hanno fatto altri presuli dichiarando che la fede non può essere “uno strumento politico”. Il presidente, sempre ieri, ha firmato un ordine esecutivo sulla libertà religiosa impegnandosi ad offrire 50 milioni di dollari a progetti in tutto il mondo che lavorino per difenderla.

UNITÀ E COMPRENSIONE

L’ex presidente americano George W. Bush, che non compariva sulla scena politica sin dal suo ritiro a vita privata, ha richiamato il Paese all’unità e alla compassione e parlato di “tragedia, razzismo sistemico, tragico fallimento” chiedendo maggiore compassione per gli afro-americani e mostrando comprensione per le loro proteste. Bush ha chiesto che si ritorni alle radici della grandezza americana, quella che per cui tutti gli uomini sono creati uguali e dotati da Dio di diritti.