3 dicembre, prima domenica di Avvento. Don Gianfranco commenta il Vangelo: “Incoraggiamo i nostri figli a sognare il loro avvenire”

don Mariconti
Don Gianfranco Mariconti

Dal Vangelo secondo Marco 13, 33-37

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli:
«Fate attenzione, vegliate, perché non sapete quando è il momento. È come un uomo, che è partito dopo aver lasciato la propria casa e dato il potere ai suoi servi, a ciascuno il suo compito, e ha ordinato al portiere di vegliare.
Vegliate dunque: voi non sapete quando il padrone di casa ritornerà, se alla sera o a mezzanotte o al canto del gallo o al mattino; fate in modo che, giungendo all’improvviso, non vi trovi addormentati.
Quello che dico a voi, lo dico a tutti: vegliate!».

Don Gianfranco commenta il Vangelo: l’Avvento

Il buon Dio ci regala un nuovo anno liturgico in cui rivivremo i principali misteri (eventi) della vita di Gesù che santificheranno il corso del tempo per conformarci sempre più ai suoi stessi sentimenti e atteggiamenti, sostenuti dalla grazia.
E il primo periodo di ogni anno liturgico si chiama Avvento, nel duplice significato di venuta e attesa: venuta di Cristo e attesa dell’uomo. C’è una triplice venuta, ci hanno insegnato i Padri della Chiesa: passata, futura e presente. Non solo Cristo tornerà
certamente alla fine del mondo come giudice glorioso (che per noi coincide con la morte) perché è già venuto a Betlemme come redentore ma, quotidianamente, non cessa di venire nella nostra vita a salvarci.

Ogni giorno è un continuo attendere

Dio è attendibile perché mantiene sempre le sue promesse. Gli umani invece meno, perciò abbiamo perso la capacità di attendere. Siamo impazienti, vogliamo tutto e subito. La vita
comunque è fatta di continue attese: attende una madre il figlio che porta in grembo, attende un ragazzo di diventare grande, attende un giovane il primo impiego… Al cuore di tutte le nostre attese c’è il desiderio di vivere ed essere felici per sempre che solo il Dio fattosi uomo può esaudire. “Tutti noi attendiamo / l’avvento della luce / che ci unifica e ci assolve” (M. Luzi).

La prima venuta di Gesù

Mentre la seconda parte dell’Avvento ci invita a prepararci all’attesa fervida e gioiosa del Natale in cui celebreremo la prima venuta di Gesù in un preciso momento storico, la prima parte continua invece la considerazione della venuta ultima e definitiva e quindi l’attesa trepidante del giudizio imminente.
Noi non attendiamo più il bimbo di Betlemme facendo finta che non sia ancora venuto,
ma il Signore glorioso. La venuta di Gesù è una festa e insieme un giudizio: una festa per chi si prepara ad accoglierlo perseverando nell’opera propria mentre, un giudizio per chi non si attende più niente e spreca il tempo in futili banalità. “Un cristianesimo che diventa insensibile all’attesa del ritorno di Cristo perde tutto il suo mordente” (A.M. Besnard).
Da qui la raccomandazione accorata e insistente all’attesa vigilante come virtù fondamentale sia di questo tempo forte che di ogni giorno della vita. L’attesa intensifica e dilata il desiderio per sant’Agostino.

Avvento, la parabola dell’esistenza

Lo stato di attenzione e di veglia, contrario al sonno dell’ozio, della spensieratezza e del quieto vivere, è indice di tensione verso un incontro, di prontezza nell’accoglienza, di amore operoso. Vivere con sapienza il presente attenti al passaggio del Signore. Da come lo accogliamo oggi nella Parola, nell’eucaristia, nel fratello così anche noi un giorno saremo da lui accolti.
Marco, nel suo Vangelo breve e vivace, ci parlerà di un Gesù storico ma che è sempre lo stesso Cristo della fede oggi risorto e vivo, presente, vicino perché solo se è nostro contemporaneo possiamo di nuovo incontrarlo, conoscerlo, diventargli amici fino a seguirlo, come è accaduto ai suoi primi discepoli.
L’Avvento diventa così una parabola dell’intera esistenza attraversata dal desiderio che qualcuno venga finalmente a dare compimento al vuoto che inutilmente cerchiamo di riempire con il lavoro, le evasioni e le distrazioni. Questa prospettiva dinamica è un rimedio alla noia e alla stanchezza di ripetere sempre di anno in anno, con monotonia, le stesse cose e perciò dà tutto per scontato.
Ogni Avvento ha, in realtà, il profumo di un nuovo inizio sorprendente perché ci è donata, con il suo fascino, una ulteriore inaspettata possibilità di accogliere in tutta la vita il Signore che sempre viene. Per molti poi questo Avvento potrebbe essere l’ultimo perciò dovremmo impegnarci a essere migliori rispetto a quelli precedenti.

Il presente può essere occasione per coltivare il futuro

Gesù parla delle cose ultime e della venuta del Figlio dell’uomo, nel capitolo 13° di Marco, non per soddisfare la nostra curiosità, ma per stimolarci alla responsabilità e all’impegno. Il Signore prevede tempi difficili come i nostri segnati da guerre, pandemie, cambiamenti climatici, flussi migratori… che possono disorientare e metterci alla prova perciò richiama alla fedeltà e al coraggio.
Paura, disfattismo e rassegnazione ci fanno abbassare la testa e paralizzano la voglia di ricominciare a lottare mentre, con la speranza, rialziamo la testa per accorgerci come la storia tormentata e drammatica, fatta di catastrofi e drammi, non è in realtà la fine del mondo ma l’aurora di un mondo nuovo e perciò rianima le migliori energie. Il tempo attuale, segnato da persecuzioni, fatiche e dolori, può diventare una occasione per coltivare i germi di futuro presenti nella storia e testimoniare la gioia di credere.

Giovani e non, sogniamo il nostro avvenire

Su questo sfondo ecco la breve parabola. C’è un Signore lontano dalla sua casa, ma nell’aria si respira il clima del ritorno. Sarà una venuta a sorpresa, ma certa perciò occorre vigilare a ogni ora della notte come il portinaio. Prima della sua partenza ognuno di noi ha ricevuto dal padrone un potere da esercitare e un compito da svolgere nella casa di Dio. Poco importa il tipo di vocazione e professione (sposato o prete, genitore o single, medico o infermiere, docente o studente…): quello che conta è assumerle con serietà e responsabilità, senza ulteriori rimandi, per non essere sorpresi addormentati, dall’arrivo imprevedibile del Signore alla fine della vita.
Egli ha fiducia in me perciò si aspetta cose grandi. C’è sempre stato il rischio di trascurare il compito per coltivare sterili spiritualismi di evasione o, all’opposto, di dimenticare l’atteso per lasciarsi assorbire dagli impegni, come una faccenda propria, da cui non attendersi altro che maggiore benessere e tranquillità.
Ma oggi c’è anche chi non studia, non lavora, non cerca un lavoro, non si sposa, non fa figli, non li educa… perché il futuro, da meta luminosa, è diventato un problema. Incoraggiamo i nostri figli a sognare il loro avvenire. Solo se siamo adulti felici delle nostre responsabilità (lo studio, la professione, la vocazione), perché le consideriamo capaci di rendere bella una vita illuminata dalla speranza, ci dedicheremo volentieri al nostro compito come a una missione, senza calcolare tempo e fatica.

don Gianfranco Mariconti