Domenica 19 novembre. Don Gianfranco commenta il Vangelo: “Non fare il male non basta. Occorre fare il bene”

don Mariconti
Don Gianfranco Mariconti

Dal Vangelo secondo Matteo 25, 14-30

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli questa parabola:
«Avverrà come a un uomo che, partendo per un viaggio, chiamò i suoi servi e consegnò loro i suoi beni. A uno diede cinque talenti, a un altro due, a un altro uno, secondo le capacità di ciascuno; poi partì.
Subito colui che aveva ricevuto cinque talenti andò a impiegarli, e ne guadagnò altri cinque. Così anche quello che ne aveva ricevuti due, ne guadagnò altri due. Colui invece che aveva ricevuto un solo talento, andò a fare una buca nel terreno e vi nascose il denaro del suo padrone.
Dopo molto tempo il padrone di quei servi tornò e volle regolare i conti con loro.
Si presentò colui che aveva ricevuto cinque talenti e ne portò altri cinque, dicendo: “Signore, mi hai consegnato cinque talenti; ecco, ne ho guadagnati altri cinque”. “Bene, servo buono e fedele – gli disse il suo padrone –, sei stato fedele nel poco, ti darò potere su molto; prendi parte alla gioia del tuo padrone”.
Si presentò poi colui che aveva ricevuto due talenti e disse: “Signore, mi hai consegnato due talenti; ecco, ne ho guadagnati altri due”. “Bene, servo buono e fedele – gli disse il suo padrone –, sei stato fedele nel poco, ti darò potere su molto; prendi parte alla gioia del tuo padrone”.
Si presentò infine anche colui che aveva ricevuto un solo talento e disse: “Signore, so che sei un uomo duro, che mieti dove non hai seminato e raccogli dove non hai sparso. Ho avuto paura e sono andato a nascondere il tuo talento sotto terra: ecco ciò che è tuo”.
Il padrone gli rispose: “Servo malvagio e pigro, tu sapevi che mieto dove non ho seminato e raccolgo dove non ho sparso; avresti dovuto affidare il mio denaro ai banchieri e così, ritornando, avrei ritirato il mio con l’interesse. Toglietegli dunque il talento, e datelo a chi ha i dieci talenti. Perché a chiunque ha, verrà dato e sarà nell’abbondanza; ma a chi non ha, verrà tolto anche quello che ha. E il servo inutile gettatelo fuori nelle tenebre; là sarà pianto e stridore di denti”».

Don Gianfranco commenta il Vangelo

Siamo sempre nel capitolo 25° di Matteo in cui si trova il quinto dei cinque discorsi che formano l’architettura del primo Vangelo, quello escatologico, ossia relativo alle realtà ultime.
Si parla del futuro ritorno del Signore glorioso, alla fine della nostra vita, per dirci come impostare operosamente il tempo presente, dell’attesa, da cui dipende il giudizio. Non come chi è privo dell’abito nuziale né come le vergini stolte delle precedenti domeniche. Nella parabola dei talenti scopriamo che Gesù il Signore (rappresentato da padrone) ci conosce bene, sa che non siamo uguali e non vuole privilegiare qualcuno a danno di altri, ma affida un capitale corrispondente alle capacità di ciascuno perché crede in lui. Mentre il datore dei talenti è assente c’è chi si dà da fare, con impegno e responsabilità, e raddoppia la somma ricevuta. E c’è chi invece si limita a conservare quanto gli è stato consegnato sottraendolo ai rischi che lo minacciano.

La paura di sbagliare

Al ritorno del padrone c’è il rendiconto finale. E a questo punto si capisce il motivo che induce il terzo servo, definito malvagio, a seppellire l’unico talento consegnatogli dal padrone: la paura di sbagliare perché considera Dio non un padre pieno di fiducia verso i suoi figli così da stimolarne l’iniziativa, ma “un uomo duro” e uno sfruttatore. E la paura paralizza, rende egoisti, porta a chiudersi.
Non si ha più fiducia neppure in se stessi e nelle proprie capacità. Dio in realtà ti incoraggia perché ha fiducia in te e spera che tu riesca. Occorre ricambiare l’Amore che il dono esprime affidandosi a Dio che ha fatto affidamento su di noi.
Come è facile giustificare la nostra pigrizia, passività, disimpegno, accusando gli altri e l’Altro. Chi non osa sembra, in un primo momento, prudente ma, in realtà, gli manca il coraggio di rischiare. Chi poi non investe rischiando a ragion veduta, come nel commercio, non può guadagnare.

Il talento

Dio non si accontenta infatti della semplice restituzione. ma esige gli interessi. In nome della giustizia il servo contesta allora al padrone il diritto di pretendere più di quanto ha ricevuto. Ma da questo comportamento minimalista incoerente con la consapevolezza delle esigenze alte del donatore non è possibile aspettarsi altro che il suo severo rimprovero seguito dal licenziamento.
Tutti abbiamo ricevuto, con la vita, delle qualità. “Ha del talento!”, si dice. Ma il talento di cui qui si parla non riguarda propriamente le capacità umane bensì beni spirituali (lo Spirito Santo, la fede, il Vangelo, i sacramenti e altro ancora). I talenti infatti sono dati dal proprietario secondo le capacità. La vita in attesa del ritorno del Signore è il tempo per riconoscerli, apprezzarli e farli crescere. Nessuno può dire: “Io non ho nessun talento”. E’ solo una scusa per non impegnarsi a coltivare la fede, a diffondere il Vangelo, a valorizzare i carismi.
Possiamo inoltre utilizzare questi doni per il servizio del prossimo oppure come una proprietà privata per una nostra affermazione personale ma così sono sprecati. Questa è la vera paura da avere non quella di Dio.

Non fare il male non basta

“Mi sono fatto da me”. E’ proprio vero? Non possiamo appropriarci dei doni di Dio ma vanno ridonati. Dio alla fine non ci chiederà conto se avremo compiuto prodezze ammirate da tutti perché questo non dipende da noi ma è condizionato dai beni ricevuti, ma se avremo agito in modo corrispondente alle nostre capacità.
Perciò uno che ha preso la sufficienza avendo una intelligenza da sei vale più di uno che ha preso otto avendo una intelligenza da dieci. Noi cerchiamo di giustificare il nostro
egoismo dicendo che non facciamo del male a nessuno. E’ bene non fare il male, ma è male non fare il bene (papa Francesco). Non fare il male non basta. Occorre fare il bene. E la condizione è cambiare l’immagine aberrante di Dio, come padrone esoso, con quella positiva di un padre buono che vuole il meglio per i suoi figli perciò li arricchisce generosamente di una grande varietà di doni, incoraggiandoli a investirli creativamente così da promuovere le proprie qualità e vivere un’esistenza bella e degna.
Il vero premio finale consiste, appunto, nel divenire quali Dio ci vuole, in una personalità compiuta e una vita pienamente realizzata altrimenti saremo dei falliti.

La donna

Una applicazione della parabola al genere femminile, sull’onda della prima lettura e del salmo responsoriale, ci porta a evitare di concepire l’emancipazione della donna come il farne un altro uomo (nei ruoli, nel lavoro, negli atteggiamenti e perfino nel vestire) per valorizzare, promuovere e investire i doni originali e specifici ricevuti da Dio. Pari sì, nella dignità, ma senza eliminare le qualità femminili irriducibili che la costituiscono rendendola complementare all’uomo. La donna è interessante perché diversa dall’uomo. Alla solitudine di Adamo, Dio pose rimedio non creando un altro uomo ma Eva. Al di là dell’equivoca ripartizione dei compiti, tutti e due possono fare le stesse cose (in famiglia, al lavoro, nella vita economica, sociale e politica) ma in modo diverso.
Della “donna perfetta”, di cui parla il libro dei Proverbi, sono ricche non solo le famiglie e le comunità cristiane, ma anche il mondo intero. Donne che non solo partoriscono la vita, ma si sacrificano con abnegazione per custodirla e farla crescere. Donne che con la vita trasmettono la fede e il senso della vita. “La fede si trasmette in dialetto materno” (papa Francesco). Donne che non hanno paura di sfiorire e perdere la loro bellezza se questo serve per alleviare la sofferenza e donare gioia. Donne che si prendono a cuore anche la vita dei figli altrui e ricercano la giustizia e la pace…
Poiché la Chiesa è donna, sposa e madre il Santo Padre ha già messo in tanti posti di responsabilità molte donne e ha istituito il ministero di lettore, catechista e accolito estendendolo anche alle donne. E’ un primo passo verso il diaconato femminile, come nella Chiesa delle origini.

don Gianfranco Mariconti