Ginecologia e Radiologia interventistica insieme per curare la “Scar Pregnancy”

L'équipe che ha eseguito l'intervento

All’Ospedale Maggiore di Crema ancora un intervento innovativo, o meglio “degno di nota, perché una procedura standardizzata per il trattamento di questi casi a oggi non esiste e perché è l’esempio concreto e attuale di quanto la multidisciplinarietà e la presa in carico globale del paziente possano dare buoni esiti”. Si avverte della soddisfazione nelle parole del primario di Ginecologia Vincenzo Siliprandi, dopo un intervento di Scar Pregnancy, realizzato su una donna alla sua settima gravidanza. La Scar Pregnancy è una gravidanza che si impianta sulla cicatrice dell’utero di uno o più pregressi tagli cesarei. È una condizione rara, anche se la frequenza è in aumento a causa del numero sempre maggiore di tagli cesarei verificatosi negli ultimi anni. “Se, come in questo caso, diventa evolutiva – spiega il direttore dell’Unità operativa di Ostetricia e Ginecologia – può essere rischiosa perché può invadere organi limitrofi”.

Le possibili complicanze

Considerata una potenziale minaccia per la salute della donna, può dare vita a diverse complicanze. Tra queste lo sviluppo della placenta accreta, ovvero l’invasione, da parte della placenta, della parete uterina (nei casi meno gravi) o della vescica e di altre strutture adiacenti (nei casi più gravi). Tale condizione aumenta considerevolmente il rischio di isterectomia (rimozione dell’utero) durante il taglio cesareo con conseguente aumento del rischio di importanti conseguenze per la salute della mamma. Generalmente una diagnosi di Scar Pregnancy richiede l’interruzione terapeutica della gravidanza.

A Crema un approccio integrato vincente

Diverse sono le opzioni di trattamento e la scelta dipende da vari fattori. Qualunque sia la metodica scelta, una delle principali complicanze del trattamento è il rischio di elevate perdite di sangue durante la procedura. “Nel caso della nostra paziente – spiegano i medici Vincenzo Siliprandi e Marco Parasiliti – abbiamo optato per la somministrazione di un farmaco chemioterapico per spegnere la gravidanza e poi grazie all’apporto dell’equipe di Radiologia interventistica guidata da Angelo Spinazzola e composta dai medici Gabriele Maffi, Francesco Di Bartolomeo, Giovanni Leati, il tecnico Paolo Valdameri e l’infermiera Erika Valtolina, abbiamo proceduto all’embolizzazione delle arterie uterine, una procedura che permette di ridurre l’apporto di sangue all’utero e quindi di ridurre il rischio di perdite ematiche. Infine, è stata eseguita un’isterosuzione della cavità uterina sotto guida ecografica che ha permesso di risolvere la situazione in completa sicurezza e senza conseguenze per la salute della paziente”.
L’approccio integrato è stato vincente: “Ora la donna prosegue il follow up, ma sta bene. In queste situazioni serve radicare la cultura della Radiologia interventistica, che può offrire diverse soluzioni”.