Parità di genere. La certificazione alle imprese

Nel nostro quotidiano la parità di genere si considera rispettata quando iniziative, opportunità, lavori, proposte e occasioni sono rivolte indistintamente a chiunque, prescindendo da sesso, religione, etnia o status sociale.
La disparità di genere più diffusa (o meglio, quella più conosciuta) è sicuramente quella femminile sui luoghi di lavoro, caratterizzata da minore partecipazione delle donne rispetto agli uomini, da retribuzioni più basse, carriere professionali più lente, premi e gratificazioni meno frequenti.
Negli ultimi anni si sono fatti alcuni sforzi per colmare questo gender gap, che nel nostro Bel paese è molto sentito: già nel lontano 2006 con l’introduzione del codice delle pari opportunità, nel 2011 con la normativa sulle quote di genere nei Consigli di amministrazione delle società quotate, nel 2012 la legge sugli equilibri negli Enti locali e Consigli regionali e nel 2017 anche nelle liste elettorali.
Venendo ad oggi, la nuova direttiva sulla rendicontazione societaria di sostenibilità imporrà alle imprese (di una certa dimensione) di includere nella relazione sulla gestione le informazioni sui principi di sostenibilità tra i quali rientrano anche i fattori sociali di uguaglianza, non discriminazione, diversità, inclusione e diritti umani.
Il bilancio delle imprese non si limiterà più a numeri e tabelle ma descriverà i modi con cui le questioni di sostenibilità influiscono sull’andamento di impresa, sui suoi risultati e sulla sua situazione. E chi non starà al passo rischierà di essere abbandonato dagli investitori più attenti a questi temi.
In questa direzione si muove anche il rendiconto biennale sulla situazione del personale maschile e femminile che, con le recenti modifiche apportate al Codice delle pari opportunità (Dlgs 198/2006), è stato esteso alle imprese che occupano più di 50 dipendenti ampliando in modo significativo la platea di riferimento.
Ma non ci sono solo oneri in capo alle imprese.
A loro favore è stata introdotta la certificazione della parità di genere, nata con l’intento di premiare le imprese che adotteranno sistemi organizzativi per ridurre il divario esistente al loro interno. Si tratta di un riconoscimento – facoltativo e perciò riservato alle sole aziende interessate – che attesta le politiche e le misure concrete adottate dai datori di lavoro per ridurre il divario di genere in relazione alle opportunità di crescita, all’equità salariale a parità di mansioni, alle politiche di gestione delle differenze di genere e alla tutela della maternità.
Un Decreto ha fissato i parametri da rispettare per ottenere il punteggio minimo al rilascio della certificazione di parità e le aree di intervento individuate sono sei: cultura e strategia, governance, processi HR, opportunità di crescita e inclusione delle donne, equità remunerativa, genitorialità. Ad ogni area è attribuito un “peso” percentuale specifico nella valutazione dell’organizzazione aziendale e a ciascun indicatore è associato un punteggio.
Ma quali benefits ne trarrà l’impresa certificata? Potrà fruire di sconti contributivi (esonero dell’1% con un massimo di € 50.000,00/anno), ottenere un rating migliore nella partecipazione di appalti, trarre vantaggi di immagine e reputazionali, essere maggiormente attrattiva nelle selezioni di nuovo personale.
La certificazione è senz’altro un concreto passo avanti per il raggiungimento di reali obiettivi finalizzati a ridurre il divario di genere. Ma è importante che tutta questa sensibilizzazione non rimanga solo sulla carta, imposta dalle regole fissate dai decreti ma si tramuti nella volontà delle imprese di creare un luogo di lavoro più equo e, quindi, più produttivo.

Roberta Jacobone
Commercialista del Lavoro – Crema