Musica. Intervista a Ugo Pisco, in arte “Lùmaia”. Musicista e compositorie da alcuni anni trasferitosi in città

Musica
Il musicista Ugo Pisco, in arte Lùmaia, al piano

Da un paio d’anni è approdato a Crema da Modena il musicista Ugo Pisco, in arte Lùmaia, personaggio conosciuto in qualità di compositore, pianista, arrangiatore e produttore indipendente delle proprie creazioni musicali, indubbiamente costruite con un linguaggio particolare.
L’artista ha un proprio canale YouTube che riporta il suo nome Ugo Pisco Lùmaia e il suo materiale è presente sulle maggiori piattaforme musicali, tra cui 12daysforanewway.bandcamp.com.

Come è avvenuto il tuo percorso artistico?

“Faccio musica da oltre trent’anni. Nel 1988 ho iniziato a esibirmi nei caffè e nei circoli modenesi e a inizio anni Novanta in quell’ambito mi sono fatto subito notare come compositore di ciò che suonavo. I miei brani sono conosciuti soprattutto come live, una grossa mole di lavoro rimasta in alcune registrazioni, da cui è partito il processo progressivo del mio linguaggio. In rete si trova come genere discografico quello che gravita intorno al progressive rock e al pop alternativo, invece tutto il materiale del classico contemporaneo non è stato inciso a livello ufficiale; è mia intenzione portare all’attenzione del pubblico queste mie importanti composizioni inedite perché sono ciò che caratterizza la mia identità artistica”.

Chi ami dei classici?

“Mi sento un grande mozartiano, da sempre affascinato anche dai compositori russi, inglesi, tedeschi e austriaci dell’Ottocento, quindi Rachmaninov, Holst, Wagner e Strauss, passando al francese Debussy e al norvegese Grieg e giungendo alla musica atonale, seriale e dodecafonica. Ammiro molto pure Morricone e Herrmann, il progressive rock, il pop, la new wave, il gothic metal, l’elettronica, la trip hop, il new soul/R&B e l’ambito del jazz di cui ho scritto mie elaborazioni personali”.

Da dove nasce il tuo nome d’arte Lùmaia?

“Lù è la radice di Lùgh, dio del Sole dei Celti, mentre Maia è la più anziana delle sette sorelle associate alle stelle Pleiadi. La cultura celtica è stata molto importante nella mia vita, ho fatto sei viaggi in Irlanda, suono anche il flauto celtico, il tin whistle, e nella mia musica a tratti si coglie tale ispirazione. Il mio nome d’arte doppio vuole richiamare le nozze alchemiche fra elemento maschile e femminile e portare alla fratellanza e all’armonia, in quanto la musica contiene in sé il suo compito principale: educare all’armonia la nostra società che è completamente disarmonica”.

Come nascono le tue composizioni?

“L’approccio spontaneo con lo strumento è corporale, le mani cercano i tasti in una ricerca continua, un dialogo fisico dove trovo importante sentire fisicamente il suono con il corpo vibrante, quindi le mani sul pianoforte. Ho cercato la poetica del mondo bucolico, quello introspettivo delle emozioni e della bellezza interiore, in un viaggio dentro me stesso in cui ho trovato armonie.
Quando ho iniziato a interessarmi di Psicologia sociale e di Filosofia politica ho scoperto la dinamica del mondo antitetica a me che ero un romantico, in quanto basata sulla propaganda e sul consumismo, pertanto attraverso il Concept Album XXI Century (XXI secolo) il mio linguaggio musicale si è spostato dalla contemplazione della bellezza alla rappresentazione in musica della decadenza e della crisi dell’uomo del XXI secolo. L’emblema di questo mio processo creativo è l’opera del 2012, presentata a Modena e poi alla Feltrinelli di Latina e in varie regioni italiane, Fear of silence cioè paura del silenzio (distribuito da un canale che vende in tutto il mondo) con testo in inglese interpretato da due cantanti, partecipazione di altri musicisti e traduzione italiana nel libretto interno al Cd”.

Cosa rappresenta questo lavoro?

“È il primo prodotto di quel Concept Album dal titolo XXI Century, dove analizzo in dodici capitoli le caratteristiche dell’uomo contemporaneo, proprio a partire dalla paura. Si tratta di un uomo tecnologizzato, illusoriamente privilegiato, ma in realtà condizionato dalle dinamiche del ritmo veloce, del profitto e che quindi presenta falle di consapevolezza interiore che lo lasciano spaurito.
La sua paura del silenzio riguarda non l’assenza di suono, ma diventa un modo allegorico per sottintendere la sua dimensione interiore, il suo timore di fermarsi per cogliere la propria essenza quando il processo esterno è scandito dal ritmo vertiginoso delle macchine. Nel secondo capitolo dell’album si parla dell’attuale paura del virus, in un processo dove la paura di morire attanaglia a tal punto da far rinunciare a vivere.
Questo nuovo album prevede otto tracce nelle quali intendo rappresentare un processo di transizione che a partire dall’11 marzo 2020 ha subito una netta accelerazione rispetto alle transizioni storiche precedenti, in quanto queste ultime sono avvenute secondo il tempo dell’uomo, mentre quella attuale sta avvenendo secondo il tempo della tecnologia, ricordando anche la bellissima analisi di Giulietto Chiesa.
L’attuale scenario di una società che sta indossando perennemente la mascherina mi offre uno sguardo sul futuro: sto incominciando a vederla come un prototipo del Nuovo Uomo all’interno di un cambiamento di Costume che riflette un cambiamento antropologico. La prima traccia intende far rivivere com’è stata la civiltà umana, fatta di emozioni, respiri e bisogno di stare insieme fino a un momento prima del lockdown. Nella seconda emergono interferenze elettroniche fino a giungere a cori quasi ‘infernali’. Vi appaiono anche miei suggerimenti personali sul mondo che vorrei, quello da cui veniamo. Nelle tracce finali pertanto torna la visione poetica della vita da me desiderata”.