Donatello. Il Rinascimento. L’intervista al curatore della mostra Francesco Caglioti

Sabato 2 luglio 2022 nelle scuderie di Palazzo Terni de’ Gregorj (via Dante Alighieri, 20 – Crema) si è tenuto il venticinquesimo appuntamento della rassegna ‘Storici dell’arte in libreria’, organizzata dalla Libreria Cremasca. Ospite è stato il prof. Francesco Caglioti, che ha presentato Donatello. Il Rinascimento, catalogo della mostra a cura di F. Caglioti (Firenze, 19 marzo – 31 luglio 2022), Marsilio, Venezia 2022.

L’intervista

Nato a Sambiase ora Lamezia Terme (Catanzaro) nel 1964. Maturità classica a Lamezia nel 1982. Corso di laurea in lettere classiche all’Università “Federico II” di Napoli e laurea in Storia dell’arte moderna nell’a.a. 1986-87. Dottorato di ricerca in Storia dell’Arte presso la Scuola Normale, 1988-91. Ricercatore di Storia dell’arte presso la Scuola Normale dal 1993 al 2001, quando viene assunto come professore associato e poi ordinario di Storia dell’Arte Moderna presso l’Università “Federico II” di Napoli. Dal 1° marzo 2019 è ordinario di Storia dell’Arte Medievale presso la Scuola Normale Superiore di Pisa.

Professore, questa presentazione della mostra a Crema è stata l’unica che lei ha fatto o farà oltre a Firenze, Parigi e Berlino. La ringraziamo del regalo fatto alla nostra città e le chiediamo se ci era già stato in precedenza.

Ci ero stato da bambino, all’età di circa 8 anni, in viaggio con i miei genitori. Ho accettato volentieri l’invito della Libreria Cremasca anche per cogliere l’occasione di visitare questo territorio che desideravo rivedere da molto tempo.

Qual è stato il suo percorso di studi e cosa l’ha portata a occuparsi di storia dell’arte?

Sono diventato storico dell’arte in maniera un po’ fanatica già da bambino. Prima ancora di cominciare le elementari, ero molto appassionato di geografia e presto l’ho incrociata con la storia. Ho avuto la fortuna di avere dei genitori che mi hanno fatto viaggiare parecchio. E ho sognato molto sugli atlanti della provincia italiana. In seguito è stata Firenze che mi ha portato ad appuntarmi sul Rinascimento e in particolare sulla scultura monumentale. Quest’ultima mette insieme l’architettura, lo spazio pubblico, l’epigrafia, l’iconografia politica e ha una serie di difficoltà che mi hanno sempre allettato al senso della sfida. Ho frequentato il corso di laurea in lettere classiche perché avevo capito che per studiare la scultura monumentale era necessaria una profonda conoscenza del mondo greco-romano: la forza della tradizione dell’antico in questa Italia che per secoli rimescola il proprio passato inventandosi il futuro.

Perché una mostra su Donatello (Donato di Niccolò di Betto, Firenze, 1386-1466)?

Donatello è stato ben più importante della fama tributatagli dai manuali scolastici. Già quando lo scultore aveva venticinque/trent’anni i contemporanei fiorentini, italiani ed europei ne avevano capito la grandezza esorbitante. Ciriaco d’Ancona, Poggio Bracciolini, Niccolò Niccoli, Leon Battista Alberti fanno volare immediatamente la fama di quest’uomo. Eppure, a causa delle difficoltà dello studio della scultura rispetto alla pittura, gli studi non riconoscono all’artista quel ruolo ancora più centrale che deve avere nella storia dell’arte. Spesso nei manuali è presentato insieme ai suoi amici Brunelleschi e Masaccio, ma dopo Masaccio, istituendo una curiosa gerarchia delle arti, prima l’architettura, poi la pittura e infine la scultura. Quest’ordine non ha senso anche banalmente per il fatto che Masaccio (1401-1428) era circa quindici anni più giovane di Donatello. Masaccio non esisterebbe senza Donatello, in maniera evidentemente semplificata posso ridurlo a un Donatello della seconda o terza maniera (Donatello ne ha avute tante in continua successione) tradotto in pittura. Il Quattrocento è un secolo eminentemente scultoreo perché Donatello lo segna indelebilmente. Per me Donatello, più di Giotto, Leonardo, Michelangelo, Raffaello, Caravaggio, Bernini…, ha non solo dato dei contributi alla storia dell’arte che hanno improntato fortemente il suo tempo, ma ha aperto delle frontiere che arrivano fino alla fotografia e al cinema.

Quali difficoltà ha presentato una mostra su Donatello?

Movimentare delle sculture, specie se monumentali, crea degli evidenti problemi pratici. Inoltre, pochi scultori hanno tenuto conto del punto di vista e del contesto architettonico quanto Donatello. In mostra abbiamo cercato di esporre le opere in modo che il visitatore le possa ammirare o almeno comprendere secondo il punto di vista previsto dallo scultore. Donatello è stato un genio dell’anamorfosi, cioè deformava le figure in base al punto da cui sarebbero state osservate dallo spettatore. È stato un grande architetto nel senso che ha ricostruito lo spazio di tutti gli ambienti in cui ha collocato le sue opere. Perciò questa è solo la terza mostra monografica dedicata allo scultore dopo quelle del 1887 e del 1985/86.

Quali sono le novità introdotte da Donatello che saranno riprese dagli artisti dei secoli successivi?

Donatello ha una estrema versatilità tecnica e materiale: pratica la cera, l’argilla, la terra cruda e cotta, la pietra, il marmo, il bronzo, il cuoio, il rame sbalzato, la cartapesta, la ceramica, il mosaico, la tarsia, la glittica… Se lo confrontiamo con Michelangelo, che pure aveva le capacità per fare qualunque cosa, vediamo che quest’ultimo si è auto-limitato, dedicandosi prevalentemente al marmo. Donatello ha inventato o reinventato la statua isolata, il gruppo statuario, lo stiacciato, il bronzetto all’antica, lo stucco parietale, il monumento equestre, il non finito… Ha conferito al panneggio la stessa dignità morale del corpo che lo indossa. Ha dominato tutte le dimensioni, dai perduti colossi in terracotta per il Duomo di Firenze, alle piccole placchette in rame sbalzato. Ha capito, passati i sessant’anni all’incirca, che non aveva più le forze per scolpire la pietra e il marmo, e ha rinunciato perciò quasi integralmente a questi materiali, delegandone tuttavia la lavorazione ai suoi assistenti su suo disegno. Come Giotto e Raffaello ha avuto, infatti, la capacità di orchestrare un’ampia bottega.

Da dove arriva la forza di Donatello?

Donatello ha capito che quasi non c’era verso di contrastare il primato della pittura, la quale assai più facilmente della scultura crea lo spazio, l’ambiente, l’azione. Per tutta la vita si è quindi impegnato a far sì che la scultura conquistasse lo spazio quotidiano dello spettatore. Io affronto ogni opera di Donatello provando a cogliere quanto l’autore se n’è servito per stabilire un ponte con lo spettatore e lo spazio che lo avvolge. In questo modo ha dato suggerimenti anche ai pittori. I più grandi “allievi” di Donatello, fra quelli delle prime generazioni, sono stati non a caso due pittori: Masaccio e Mantegna (1431-1506). Bisogna aspettare la generazione di Verrocchio (1435-1488) perché gli scultori riescano a eguagliare le invenzioni di Donatello. Da questo momento è tutto un crescendo di suoi allievi ideali, da Leonardo a Michelangelo, da Fra Bartolomeo a Raffaello, da Rosso a Pontormo e a Bronzino, da Jacopo Sansovino a Baccio Bandinelli e a Benvenuto Cellini e a molti altri ancora. Questo crea imbarazzo già a Vasari, che nella sua opera storica non sa se collocare Donatello fra i suoi contemporanei per motivi anagrafici o fra gli artisti di un secolo dopo per ragioni stilistiche. Per questo la mostra, nella sezione ospitata al Bargello, comprende opere ispirate da Donatello che arrivano fino al Seicento.

Donatello è una spugna, s’ispira all’antico e al Medioevo, ne smonta gli elementi e li rimonta per creare nuove opere. Ogni sua opera è una prima volta nella storia dell’arte, che poi cessa di essere percepita come tale perché subito viene copiata e imitata.