Fretta contro realismo, la riconversione energetica a rischio ideologia

Vittime per il troppo fuoco in California, vittime per la troppa acqua in Centro Europa. Altre in Cina. Ce ne sarebbe abbastanza per accelerare tutti i piani di riduzione del riscaldamento terrestre che i governi e le autorità sovranazionali stanno finalmente mettendo in campo.

Da Next Generation Ue, all’accordo per le nuove politiche agricole (Pac), ai Piani di rilancio post-pandemico tutte le principali destinazioni di fondi sono vincolate a migliori pratiche ambientali.

Sta guadagnando terreno l’idea che lo sfruttamento intensivo, anche estrattivo, costa alla collettività e va ad annullare i progressi misurati con il Pil (Prodotto interno lordo). La ricchezza che vi si genera premia pochi a svantaggio di molti. Il dibattito di questi giorni, anche al G20 dell’Ambiente a Napoli, è semmai quanto accelerare la svolta virtuosa e chi guiderà un percorso di transizione che cambierà il modo di produrre dei maggiori gruppi industriali.

A fronte di tanta spinta, stanno emergendo dei “se” e dei “ma” che vanno considerati.

A grandi linee la neutralità climatica delle attività sul Pianeta è fissata per il 2050, con passaggi intermedi molto impegnativi fino a 2035 quando verrà interrotta la produzione dei veicoli diesel e benzina. Nell’energia l’abbandono del carbone dovrà essere compensato da produzioni di rinnovabili.

Il 2035 è ritenuto troppo lontano da alcuni movimenti ecologisti internazionali; dall’altra molte associazioni d’impresa segnalano che la conversione produttiva ha bisogno di tempo e dovrà essere accompagnata dalla mano pubblica.

Il percorso “sarà complesso – ha avvertito il ministro per la Transizione ecologica , Roberto Cingolani – e nei prossimi cinque anni dovremo mettere la basi per la Carbon-exit”. Il vicepresidente della Commissione Ue Frans Timmermans, che ha la delega per le politiche Green, rifiuta la contrapposizione fra economia e ambiente. In questi giorni le imprese più legate alla produzione e all’utilizzo di energia si sono fatte sentire per chiedere una regolamentazione globale, chiedono di non falsare la concorrenza tollerando norme più permissive a vantaggio di aree continentali o singoli produttori. La Ue è responsabile del 9% delle emissioni internazionali. Cina e India stanno costruendo centrali a carbone in misura tale da annullare lo sforzo del Vecchio Continente.

Rischiano di perdere posti di lavoro, almeno nel breve, le economie più virtuose a vantaggio dell’occupazione nelle aree fuori controllo? I dubbi ci sono.

Occorrerà una mano forte per far progredire senza squilibri una transizione che cambia il modello novecentesco di approvvigionarsi e produrre.

Chi potrà assumere la leadership della “rivoluzione urgente”?

Si guarda alla Germania che, prima ancora del dramma di questi giorni, ha maturato al suo interno la capacità di mediare tra le sensibilità collettive crescenti e un realismo di chi non vuole perdere quote di mercato e occupazione.