SAN PANTALEONE – Il Patrono “ci indica la via della carità e della dedizione”

Imparare a “fare della nostra vita un dono”, soprattutto attraverso la carità e con l’atteggiamento della “dedizione”. Ha insistito molto su questi concetti il vescovo monsignor Daniele Gianotti celebrando, la sera di giovedì 10 giugno, in Cattedrale a Crema, la Messa solenne in onore di San Pantaleone, patrono della città e della nostra diocesi. Con lui sull’altare e ai lati molti sacerdoti cremaschi, mentre nell’assemblea – come da tradizione – erano presenti i sindaci del territorio e le rappresentanze delle autorità civili e militari. Davanti a tutti la statua del Santo Patrono, il medico e martire Pantaleone per la cui intercessione, nel 1361, la nostra città fu liberata dalla peste.

San Pantaleone, proprio perché martire, ha dato la vita per Cristo, così come Lui l’ha data per noi. “Ogni cristiano – ha detto il Vescovo all’inizio dell’omelia – sa che questa dovrebbe essere la sua vocazione: rispondere a questo dono della vita, che Gesù ha fatto per noi, imparando a fare della propria vita un dono, anzitutto nella modalità decisiva della carità”. Accanto all’esempio dei martiri che sono giunti fino all’effusione del sangue, il “dare la vita” è un’azione possibile in vari modi: una madre che mette al mondo i figli, i genitori che si occupano della loro crescita, chi si mette con generosità al servizio degli altri e se ne prende cura, chi risponde a una vocazione…

“Ciò che accomuna questi e molti altri esempi che si potrebbero fare – ha sottolineato monsignor Gianotti – è un atteggiamento, un modo di essere, che esprimiamo collegandoci a questo stesso comunissimo verbo ‘dare’: è l’atteggiamento della dedizione, o della dedicazione”. In un mondo come il nostro, dove siamo spesso e sempre “connessi” o in “navigazione”, senza mai decidere seriamente cosa fare, “c’è bisogno – ha proseguito il vescovo Daniele – di gente dedicata, di donne e uomini capaci di una dedizione senza riserve, tanto più ora che sembra diffondersi una cultura della provvisorietà, di una malintesa flessibilità e leggerezza, di legami e relazioni brevi e non troppo impegnativi, in modo che ogni porta rimanga aperta, e nessuna scelta sia mai definitiva”.

Naturalmente, ha aggiunto “è rischioso giudicare tutto questo in modo solo negativo, dimenticando che ci sono stati, e ci sono tuttora, tantissimi uomini e donne per i quali la possibilità, la libertà di scegliere tra opzioni diverse è un lusso irraggiungibile: ci sono uomini e donne tenuti prigionieri da condizioni di vita precarie, da scarsità di mezzi, da tradizioni e convenzioni limitanti; per non dire di quanti sono sottoposti a regimi oppressivi, o privati fisicamente della libertà di parlare, di muoversi, di fare progetti di vita… Ma anche questo richiama la necessità di una dedizione, di ‘dare la vita’, appunto; necessità di impegno, precisamente a favore della libertà di tutti, e in particolare dei più dimenticati, dei più fragili, di quelli che meno hanno possibilità di scelta; dedizione per la dignità di ogni persona, nella quale noi credenti riconosciamo l’immagine di Dio; dedizione per una società più equa, dedizione per condizioni di lavoro più dignitose, sicure, remunerate secondo giustizia; dedizione per un mondo più vivibile per noi e per le generazioni che verranno…”.

Questa “dedizione” è presente anche nel fare memoria di un martire come San Pantaleone. In lui, ha osservato il Vescovo, rendiamo grazie a Dio “per tutti quelli e quelle che nuotano controcorrente, rispetto alla cultura della perenne indecisione, dell’eterno sperimentare qua e là, che non permette mai di dedicarsi. Ciascuno di noi può pensare agli esempi di dedizione piena, di impegno coraggioso e fedele, che ha conosciuto e conosce; ciascuno può pensare a donne e uomini che hanno fatto del dono della propria vita il criterio della propria esistenza, per lo più senza stare a farci sopra tanti ragionamenti, con la semplice immediatezza di chi capisce che la vita ha senso solo se la si può donare per qualcosa o qualcuno per cui vale la pena impegnarsi, correndo per questo anche dei rischi”. E tra questi esempi ha citato i sindaci, che si dedicano alla loro città, al loro paese.

Il volto definitivo della “dedizione”, ha concluso, “rimane quello di Gesù Cristo”, mentre l’Eucaristia “resta per noi il Sacramento di questa dedizione: nel pane, sacramento del Corpo donato, nel calice, sacramento del Sangue versato, noi scorgiamo sempre da capo il mistero di una dedizione senza confronti; che non è, però, qualcosa da ammirare soltanto, ma una sorgente alla quale sempre ritornare, perché anche noi possiamo fare della nostra vita un dono. È a questa sorgente che i martiri si sono abbeverati, ed è perché lì hanno attinto alla dedizione incondizionata di Gesù Cristo, che non hanno avuto paura della morte. Prego perché il loro esempio ci sostenga, soprattutto quando siamo anche noi tentati di cercare comode vie di uscita, soluzioni più facili o leggere, rispetto alla dedicazione di noi stessi a ciò che vale e dura, e non teme il logorarsi del tempo o lo svanire delle mode. Prego perché dalla memoria dei martiri, e dall’Eucaristia che ci rende partecipi della dedizione di amore del Re dei martiri, attingiamo il coraggio di dare la vita, e sperimentiamo la pienezza di gioia che questo dono porta con sé”.

Dopo le preghiere, i sindaci hanno ripetuto l’antico gesto dell’offerta dei ceri. Poi la Messa è proseguita come solito. Al termine monsignor Gianotti, dopo i ringraziamenti, ha donato ai primi cittadini e alle autorità il libretto Il pianeta che speriamo. Ambiente, lavoro, futuro. #tuttoèconnesso: lo strumento di lavoro della 49a Settima Sociale dei Cattolici italiani, in programma per il 21-24 ottobre prossimi a Taranto. Infine, la benedizione solenne con la reliquia di San Pantaleone.