L’ABC DEL PIFFERAIO, il racconto di Licia Tumminello [prima parte]

racconto

Pubblichiamo di seguito la prima parte del racconto “L’ABC del Pifferaio” scritto da Licia Tumminello, che gentilmente ci ha inviato. Con grande piacere noi lo proponiamo. Buona lettura!

Questa è la storia, quasi vera, della nascita di una delle più grandi invenzioni di tutti i tempi. L’ho appresa dalla voce del protagonista e non è come la raccontano i libri di scuola. Il caso ha voluto che – durante un giro annoiato sulla macchina del tempo – fossi capitata in un bosco senza nome, in una dimenticata regione della Germania, in un giorno imprecisato del 1450.
In questo luogo di fiaba, una mattina d’autunno, seguendo il suono magico di un piffero, ho incontrato un gracile ragazzino di quindici anni, tutto occhi e vivacità…

Il mio nome è Friedrich.

Avevo cinque anni quando i frati del monastero di Weltenburg mi hanno salvato dall’incendio della mia casa. Unico superstite della famiglia. I miei genitori e i tre fratelli… morti. Da allora sono trascorsi dieci anni.

Devo tutto ai frati benedettini che mi hanno accolto, cresciuto e insegnato a leggere, scrivere e far di conto. In cambio hanno voluto preghiere, e gliele ho date; ubbidienza, e ho cercato di esserlo, ubbidiente, anche se spesso con fatica; e servigi. In questo, ecco, lo ammetto, non sono molto bravo. Sì, mi spezzo la schiena per scaricare i sacchi di farina, passo ore nell’orto a togliere erbacce e in cucina a lavare piatti e pelare patate, ma piuttosto che sistemare i breviari, spolverare le panche della chiesa o attendere – seduto e in silenzio – che si esaurisca la candela dei copisti per sostituirla, preferisco andare in giro per i campi e i boschi, ascoltare il canto degli uccelli e perdermi nella natura, arrivare in paese e incontrare gli amici, incidere il legno e suonare il piffero…

Ma non sono scansafatiche come dicono, e neanche cattivo: non farei del male a nessuno, mai.

Non per disobbedienza, ma per la mia impudenza, tre giorni fa le ho prese di santa ragione. Non riesco neanche a stare seduto, per i calci che mi ha dato padre Karl. E le sue parole mi hanno fatto male; quasi mi bruciano più delle pedate: “Il diavolo sei, il diavolo! Vuoi farmi morire di crepacuore? Ci vuoi buttare tutti sulla strada? Vattene e non farti più vedere!”. Ma padre Karl ha solo frainteso le mie intenzioni. Non intendevo mancargli di rispetto.
Quando ho aperto la mia scatola segreta ed ho rovesciato sul tavolo del refettorio tutti i miei dadi, mi ha guardato, sdegnato.

«Allora, ci mettiamo a giocare, adesso?»
«Li ho fatti con le mie mani… » gli ho detto, ma mi ha interrotto subito.
«Così lavori tutto il giorno? A fare dadi per divertirti con i tuoi amici? Ed io ti nutro e ti mantengo forse per questo, disgraziato?»
La dimostrazione che non erano dadi da gioco, non è servita. Ho schivato il suo manrovescio, ma non ho potuto evitare i calci e neanche i sei giorni di punizione.
Perché? La mia intenzione era di salvare lui e gli altri dalla sicura cecità, dal gibbo incipiente!

Di notte non ho chiuso occhio. Rumori inconsueti e una strana agitazione, in corridoio, me l’hanno impedito. Poi, dietro la mia porta, il padre portinaio; ha bussato piano e mi ha chiamato. Che cosa poteva volere da me, nel cuore della notte? E non era solo! Ho sentito anche la voce di un uomo di cui sconosco il nome; mi è sembrato fosse colui che chiamano “il macellaio”: un delinquente che vive di espedienti e, dicono, ammazza la gente dietro compenso. Quest’individuo, con padre portinaio… Al chiarore della lanterna li ho intravisti. Mi è sembrato che lo sconosciuto avesse tra i denti un coltello lungo più della sua faccia!

Vorranno uccidermi, di sicuro! Mi sono detto. Non ho atteso che spalancassero la porta. Afferrato un mantello, due candele e un acciarino, sono scappato dalla finestra.
Ho corso senza fermarmi sino a quando, ai margini di un bosco di conifere, le gambe hanno ceduto. La notte era scura, fredda; persino lo stormire delle fronde mi faceva paura. Le candele si sono presto esaurite. Il buio mi metteva terrore, la fame mi torceva le budella. Ho cercato di ingannare l’uno e l’altra suonando il mio piffero. Al primo chiarore ho ripreso il cammino. Ho attraversato il bosco e una vasta radura; ho oltrepassato un piccolo ruscello, oltre il quale si distendeva un prato verde brillante, tagliato in due da una strada. L’ho raggiunta e, non sapendo che direzione prendere, mi sono avviato verso il rosso fuoco del tramonto. Il primo della mia nuova vita di vagabondo.

Il mattino dopo ho udito avvicinarsi, sempre più, il rumore degli zoccoli di un cavallo. L’intenzione di nascondermi è svanita: sono rimasto abbagliato dalla bellezza delle dorature che guarnivano un’elegante carrozza. Come specchi, riflettevano i raggi del sole ancora basso all’orizzonte, quasi rotolante lungo il ciglio della strada. Una carrozza simile l’avevo vista solo quando il vescovo Johann von Eych era venuto in visita al monastero.
I cavalli hanno nitrito, il cocchiere ha urlato di togliermi di torno. Una donna si è sporta, mi ha visto ed ha ordinato al cocchiere di fermarsi e aiutarmi a salire.

«Cosa ti è successo, ragazzo? Dove sei diretto? Ti sei perso, per caso?»
Non ho risposto. Ero quasi assiderato.
«Come ti chiami? Da dove vieni?» ha insistito la sconosciuta. Era una suora, dallo sguardo mansueto e chiaro, il volto affilato, le labbra sottili. Due ciocche bionde sfuggivano dalla fasciatura bianca che le circondava il viso.
Non sapevo chi fosse, né dove mi trovassi. Non avevo neanche la forza di parlare. Mi ha offerto del pane e una mela. Mi sono addormentato. Al risveglio, lei mi guardava con i suoi occhi dolci, interrogativi.
Le ho parlato, accorato, e le ho riassunto i fatti.

«All’inizio padre Karl sembrava incuriosito, forse anche interessato.»
Ci tenevo a raccontarle anche i minimi particolari.
«Gli ho spiegato la mia invenzione: un modo nuovo per copiare e scrivere libri senza troppa fatica. Ma lui mi ha riso in faccia e mi ha detto: davvero? E vediamo, vediamo che cosa sei stato capace di inventare tu, che non sai far altro che spaccare corteccia e fare fischietti!»
La suora mi ascoltava, sorridendo. «Sono curiosa anch’io adesso. Che idea hai avuto, da rischiare pure la morte?»

Mi è sembrato avesse un tono sarcastico; non capivo se la sua curiosità fosse sincera o solo un modo per consolarmi della mia sventura. Forse non credeva che mi avrebbero ucciso? Pur tuttavia, volevo convincerla della bontà della mia idea e ho ripreso, con maggiore foga.

 

… La seconda parte del racconto sarà pubblicata domani pomeriggio