CREMA – Al Cimitero Maggiore la Messa del Vescovo per le vittime del Covid

Una preghiera che, dal Cimitero Maggiore di Crema, ha abbracciato tutto il territorio della nostra Diocesi e ciò che esso ha vissuto – e sta purtroppo ancora vivendo – da un anno a questa parte. Lo ha sottolineato il vescovo Daniele, per dare il senso della Messa che, insieme ai sacerdoti della città, ha presieduto nel pomeriggio di oggi, giovedì 18 marzo, giornata nazionale di commemorazione delle vittime del Covid-19. Una data simbolo nel dramma della pandemia: il 18 marzo 2020, infatti, colonne di camion militari portavano via da Bergamo, per la cremazione, le bare con i tanti morti di quei giorni. E a Crema, “sfregiata” dalle strade vuote percorse solo dalle ambulanze a sirene spiegate, il 18 marzo arrivava l’Esercito per dare supporto all’Ospedale Maggiore allo stremo. Immagini e ferite indimenticabili.

“Celebriamo questa santa Messa – ha detto monsignor Gianotti nel saluto iniziale – in ricordo e a suffragio delle vittime della pandemia. Portiamo nella preghiera le situazioni di solitudine e distanza che spesso hanno accompagnato queste morti; ricordiamo nel Signore anche le sorelle e fratelli defunti che, in un certo senso, sono state vittime indirette della pandemia, soprattutto quelli che a causa dell’emergenza sanitaria non hanno potuto ricevere le cure necessarie per le malattie di cui soffrivano”.

Diversi i fedeli presenti al Cimitero Maggiore, nonostante il freddo: tra loro, il presidente del Consiglio comunale, Gianluca Giossi, a rappresentare tutta l’amministrazione comunale.
Il ricordo più doloroso che ci accompagna, ha rilevato il Vescovo iniziando l’omelia, “è quello che si lega alle persone care defunte: il ricordo di tanti nostri anziani, che erano genitori o nonni, che erano lo sposo o la sposa, o l’amico o l’amica di una vita… Portiamo nel cuore il ricordo delle loro morte avvenuta spesso in solitudine, anche se temperata, in tanti casi, dalla profusione di professionalità e di umanità dei sanitari che li avevano in cura. E questo è anche un richiamo al fatto che i nostri ricordi, oggi, non possono essere soltanto dolorosi: possono, anzi devono essere anche ricordo di realtà buone e belle che proprio in quelle settimane difficilissime abbiamo incontrato e di cui, forse, siamo stati anche protagonisti. Sì – ha sottolineato monsignor Gianotti – dobbiamo ricordare con riconoscenza anche l’abnegazione di gran parte del personale sanitario in una situazione del tutto nuova, che ci ha assaliti all’improvviso; dobbiamo ricordare le forme di solidarietà che sono sbocciate in quei giorni; dobbiamo ricordare ciò che ci siamo inventati per far fronte al male, per quanto potevamo, con il bene, e anche con la fantasia, la creatività del bene…”.

Il vescovo Daniele ha quindi posto l’accento sulla parola “fragilità”. Nella pandemia, ha detto, “abbiamo sperimentato la fragilità della vita nostra e di altri, la fragilità dell’ambiente nel quale viviamo, la fragilità delle nostre strutture economiche, politiche, sanitarie, educative; la fragilità anche delle nostre istituzioni; senza dubbio, la fragilità anche della nostra vita di fede”. Un’esperienza, dunque, che deve farci riflettere e che ci chiede un ripensamento radicale di tutto il nostro stile di vita. “Dobbiamo mettere da parte – ha rimarcato monsignor Gianotti – l’illusione che riusciremo a venire a capo definitivamente di questa fragilità. Mi chiedo anche se sarebbe un bene: spesso, nella nostra vita, ci rendiamo conto che proprio le realtà più fragili sono anche quelle più preziose e più belle, e che proprio per questo hanno bisogno di maggiore cura”.

In questa fragilità, ha aggiunto, “qualcosa è destinato a rimanere per sempre”. E ha richiamato quanto espresso dal Concilio Vaticano II: “Resterà la carità con i suoi frutti”. Per questo, ha affermato il Vescovo, “è importante oggi fare memoria, con gratitudine, anche delle tante realtà buone, di dono, di fraternità, di cura, di attenzione reciproca, di cui siamo stati testimoni in questi mesi: sono cose che non temono la fragilità, anche se agli occhi del mondo appaiono a volte inconsistenti. Nella fede siamo convinti che, così come non sono svaniti nel nulla i nostri cari defunti, che affidiamo alla misericordia di Dio, allo stesso modo non sono svaniti nel nulla tutti ‘quei valori, quali la dignità dell’uomo, la comunione fraterna e la libertà, e cioè tutti i buoni frutti della natura e della nostra operosità’ che anche durante la pandemia sono stati seminati nel mondo e che germoglieranno nel mondo nuovo che Dio prepara”.

E ha concluso: “La pandemia, lo speriamo, finirà. Non finirà l’esperienza della fragilità della nostra vita e del nostro mondo. Da credenti, possiamo farvi fronte chiedendo a Dio di mantenerci fedeli al Vangelo di Gesù Cristo, che dischiude un futuro di speranza piena e definitiva, e mette nelle nostre mani gli strumenti per piantarne i semi già durante questa nostra vita”.