MISSIONE IN URUGUAY – L’attività di don Paolo Rocca nella diocesi di San José de Mayo

Missione
Don Paolo (secondo da sinistra) durante il pellegrinaggio delle giovani di Ismael Cortinas alla Cattedrale di San José

“In questo momento stiamo raccogliendo qualche frutto precedentemente seminato e, intanto, continuiamo a seminare: allontaniamo gli uccelli che ‘rubano’ i semi e innaffiamo il terreno. Il raccolto arriverà, perché la speranza non ci abbandona mai”. È questa l’immagine che don Paolo Rocca, giovane sacerdote cremasco missionario fidei donum in Uruguay, usa per descrivere il lavoro che sta portando avanti, insieme all’altro cremasco don Federico Bragonzi, nella diocesi di San José de Mayo y Flores, nell’ambito della cooperazione missionaria e dello scambio tra Chiese che vede coinvolta la nostra Diocesi insieme a quella di Lodi.
Don Paolo, dopo alcune settimane di rientro in Italia, giovedì è ripartito per l’Uruguay: avendo i documenti del Paese sudamericano – le cui frontiere sono chiuse a causa del Covid – ha potuto raggiungere la sua missione dove, comunque, dovrà fare due settimane di quarantena nell’ambito delle disposizioni per il contenimento della pandemia, che sta colpendo pesantemente anche l’Uruguay.
Prima della partenza, abbiamo incontrato don Paolo per parlare un po’ della sua esperienza in terra uruguagia, dove lavora da circa un anno e mezzo.

Attività pastorale continua pur condizionata dalle limitazioni causa Covid

“In questo momento – dice – siamo ancora in attesa del nuovo Vescovo: monsignor Arturo, infatti, è stato da mesi destinato alla Diocesi di Salto e qui attendiamo il nuovo Pastore… L’attività pastorale, intanto, continua, pur condizionata dalle limitazioni imposte dalla diffusione del Covid”.
Il virus è fortemente diffuso in Uruguay, dove i casi sono purtroppo in aumento e con loro pure le vittime. “Nel Paese – riferisce don Paolo – la positività ai tamponi si aggira intorno al 15%. La campagna di vaccinazione è iniziata solo il 1° marzo, partendo dagli operatori sanitari”.
In tale contesto, come detto, la comunità parrocchiale continua nella sua opera. Don Paolo e don Federico sono attivi in quattro quartieri, per un totale di 25.000 abitanti. Uno di questi quartieri si è sviluppato vicino a una discarica, con case precarie e una situazione – sociale e sanitaria – difficile: pure qui la Chiesa c’è, con il suo stile di “stare” in mezzo alla gente.

Azioni di carità e sostegno per le parecchie famiglie in difficoltà

“Continuiamo – riprende padre Pablo, come lo chiamano in Uruguay – nella formazione di piccole comunità di base, indispensabili per dare un forte impulso alla comunicazione della fede. Abbiamo ripulito e ripristinato, con il supporto di tante persone generose, tutte le cappelle dove, ad esempio, recitiamo il Rosario: sono luoghi belli per creare legami comunitari. Le Messe vengono celebrate in presenza, seguendo protocolli specifici”.
La difficile situazione di parecchie famiglie, dove spesso si ha un lavoro solo giornaliero, è stata accentuata dalla pandemia. Tutto ciò ha portato a ravvivare le azioni di carità e sostegno.
“Molte persone – rileva don Paolo – stanno facendo le ollas populares (pentole popolari): famiglie e gruppi che cucinano e distribuiscono pasti gratuitamente ai più bisognosi. Adesso, con quanto ho raccolto durante la mia permanenza a Crema (e ringrazio singoli e parrocchie per la generosità), potremo dare un impulso in più alle ollas populares, aggiungendo a pasta, riso e verdure anche latte e cioccolata”.
Il sentimento solidaristico è molto vivo negli uruguagi ma, sottolinea don Paolo, “la ‘sfida’ è quella di passare a una carità che sia sostenuta dalla fede: è il Vangelo, che va incarnato sempre più nella vita di tutti i giorni”.
Torna dunque l’immagine del seminatore, che cura il terreno e getta il seme con fiducia. “I numeri delle nostre comunità – conclude don Paolo – sono pochi, ma non si perde la speranza. La gente qui è fondamentalmente buona e quindi, lavorando bene, credo che nel tempo possa nascere qualcosa di bello”.