ALBANIA: a 30 anni dal grande esodo di quasi 27mila profughi

Albania
Tra il 6 e il 7 marzo del 1991, esattamente 30 anni fa, a Brindisi arrivarono quasi 27mila profughi. Scappavano da un regime che crollava. Fuggivano da un’Albania sull’orlo del collasso economico, in uno dei primi grandi sconvolgimenti dell’Europa post caduta del Muro di Berlino avvenuta solo due anni prima. Trovarono sull’altra sponda dell’Adriatico un Paese impreparato a gestire un esodo di quel tipo.
Fu un’emergenza umanitaria senza precedenti: nel porto della città pugliese attraccarono decine di piccole imbarcazioni e grosse navi mercantili gremite di uomini, donne e bambini. Per molti di loro l’Italia rappresentava una vera e propria ‘terra promessa’, il sogno di una nazione ricca e benestante suggerita da film e talk show che avevano diffuso sull’altra sponda dell’Adriatico la speranza di un domani migliore.
Dopo le paure e resistenze iniziali per un esodo a cui l’Italia era impreparata, l’accoglienza e la solidarietà mostrata dalle gente comune e dal mondo dell’associazionismo si rivelò straordinaria. Uno sforzo che vide una mobilitazione trasversale: dalle parrocchie ai centri sociali, dalle associazioni ai privati cittadini, furono in molti a mobilitarsi per aiutare i profughi.
A distanza di trent’anni molti di loro si sono pienamente integrati nel tessuto sociale e lavorativo del nostro Paese e vivono con le loro famiglie nelle nostre comunità. La recessione economica globale e l’emergenza sanitaria ha riavviato negli ultimi mesi il percorso migratorio dal Paese delle Aquile. Per conoscere meglio l’Albania oggi abbiamo posto alcune domande a Giuseppina Turano, che insegna Lingua e Letteratura albanese all’Università Ca’ Foscari di Venezia.

Prof.ssa Turano dal suo osservatorio, intravvede delle opportunità di crescita per l’Albania oggi?

“Tralasciando la specifica congiuntura determinata dal Covid-19, l’Albania è un Paese con notevoli potenzialità di crescita. Offre opportunità d’investimento in vari settori dell’economia (agricoltura, energia, industria manifatturiera, infrastrutture, turismo). La sua vicinanza coi mercati europei e quelli dell’area balcanica rappresentano un punto di forza per lo sviluppo delle relazioni economiche e commerciali con gli altri Paesi e con l’Italia in particolare, che si conferma primo partner commerciale dell’Albania e primo investitore per numero di imprese (600 secondo gli ultimi dati Istat).”

L’8 agosto 1991 la nave Vlora, salpava dal porto di Valona verso Bari con più di 20.000 albanesi a bordo, una delle immagini più toccanti della recente storia mondiale. Cosa resta oggi di quella diaspora albanese in Europa?

“A distanza di trent’anni, gli albanesi, per fortuna, non occupano più le prime pagine di cronaca dei giornali italiani! Dopo i marocchini, sono il gruppo più numeroso di cittadini non comunitari che vivono in Italia, sparsi soprattutto tra Lombardia, Toscana, Emilia Romagna e Veneto. Lavorano, contribuendo alla crescita del PIL nazionale e con l’inserimento delle seconde generazioni nel sistema scolastico italiano, si può dire che hanno raggiunto una piena integrazione.”

L’Albania, millenaria crocevia delle religioni mondiali, è stata nel XX° secolo un caso unico e raro. Nel 1967, il dittatore Hoxha, ha vietato e reso illegali tutte le religioni, chiudendo tutti i luoghi di culto, moschee e chiese. Imponendo l’Ateismo come simbolo e spirito dello stato. Come viene vissuta oggi la religiosità nel Paese?

“Sì, un caso unico e raro: l’Albania è passata da una situazione di piena tolleranza religiosa che aveva registrato nei secoli la convivenza pacifica di cattolici, ortodossi, musulmani (sunniti) e bektashi (ordine panteista islamico) al veto, imposto dal dittatore Enver Hoxha, del culto religioso, di qualsiasi forma e credo, perché in contrasto con la dottrina marxista. Nei secoli, gli albanesi hanno declinato la fede secondo i vari ambienti e clan, cosicché la percezione religiosa variava in base alle zone e agli strati sociali. Oggi ogni comunità continua a declinare la religione alla maniera ‘albanese’: sembra che manchi un vero fervore religioso!”

In tutte le città, grandi e piccole che siano c’è sempre almeno una chiesa e una moschea. Spesso si trovano una di fronte all’altra. Ma il gruppo più numeroso rimane quello degli atei, con più del 40% della popolazione. Eppure Gjergj Fishta, frate francescano e poeta, è considerato uno dei padri della Patria. Come mai permane a 80 anni dalla sua morte questo carisma?

“Fishta (1871-1940) è stato scrittore e poeta votato, per tutto l’arco della sua vita, alla questione dell’identità albanese e della formazione dello stato unitario: una costante di tutta la sua produzione artistica. É il poeta che ha celebrato le lotte del popolo per la difesa del proprio territorio, minacciato continuamente di assorbimento da parte di popoli vicini e lontani. La sua opera è attraversata da un patriottismo senza eguali: è un inno alla liberazione e al sacrificio per l’indipendenza; è il richiamo all’unità della sua gente, al di là della fede e delle differenze sociali e regionali in difesa dell’identità albanese. In essa sono presenti tutti i marcatori che hanno contribuito a declinare l’identità del popolo e a legittimare la formazione dello stato: categorie universali come etnicità, lingua, fede, territorio e categorie etiche come onore, rispetto, ospitalità, coraggio, nobiltà d’animo, buona condotta, parola d’onore. Il nome di Gjergj Fishta, ancor oggi  simboleggia il poeta nazionale, l’Omero albanese.”

L’Albania ha chiesto di aderire all’Unione europea, mentre nelle zone interne del paese si tramanda ancora la legge del kanun. Come si concilia quindi modernità e tradizione nel Paese?

“L’Albania è un paese dalla morfologia difficile: sulle montagne impervie si difendono ancora antiche tradizioni, come la legge del kanun, che stabilisce norme di comportamento, applicabili nel quotidiano, dalla nascita alla morte. Al tempo stesso, trovandosi lungo il percorso che da Occidente portava in Oriente, l’Albania è stata da sempre toccata da grandi trasformazioni, dall’incrocio di civiltà diverse. Oggi ha un rapporto difficile col suo passato, ma mostra una ferma volontà di recuperare in senso moderno e in senso europeo. La modernità verso cui si muove il paese è l’integrazione europea e l’internazionalizzazione.”