Il missionario e il giornalista – La lettera del vescovo Daniele ai giornalisti nel ricordo del loro patrono

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Il vescovo mons. Daniele Gianotti (foto di repertorio)
Care giornaliste e cari giornalisti, care amiche e cari amici
che operate nel mondo dell’informazione, anche in diocesi di Crema avevamo la consuetudine, in occasione della memoria di San Francesco di Sales, patrono dei giornalisti (24 gennaio), di vivere insieme un momento di preghiera e un incontro, nel quale condividere qualche riflessione sul vostro lavoro e sul mondo dell’informazione oggi, pensando in modo particolare, ma non solo, alla nostra piccola realtà cremasca.
Anche un anno fa – il 25 gennaio 2020 – avevamo tenuto questo incontro che, ricordo, era stato particolarmente ricco e interessante. L’avevamo tenuto quasi alla vigilia della mia partenza per il Myanmar, dove sono poi andato per onorare, sui luoghi del martirio, il nostro cremasco padre Alfredo Cremonesi, beatificato pochi mesi prima.
Padre Cremonesi è stato un missionario e martire con il “pallino” della comunicazione, del giornalismo. Ha scritto molto per le riviste missionarie e per l’agenzia di informazione missionaria Fides, che era stata fondata nel 1927, e della quale uno dei corrispondenti. E anche a Crema mandava regolarmente informazioni sulla sua attività missionaria e sulla situazione del suo paese, anche per chiedere aiuto e sostegno.
Scrivendo nel 1926 a un confratello missionario (e giornalista), direttore delle riviste del Pontificio Istituto Missioni Estere, di cui facevano parte, diceva: “…e noi poveri missionari, e voi poveri giornalisti, non dobbiamo mai nemmeno sognare di produrre un qualche cosa che duri. Del resto, non è nemmeno il nostro scopo”.
Mi sembra uno spunto interessante, che vorrei sviluppare brevemente. Davvero il missionario e il giornalista sono accomunati da questa caratteristica, di non dover nemmeno sognare di “produrre un qualche cosa che duri”? L’affermazione può sembrare stupefacente anzitutto sul versante del missionario: eppure ha una sua verità, e non da poco.
Il missionario parte per annunciare il Vangelo, per far conoscere Gesù Cristo e la sua salvezza. Ma perché la sua opera non dovrebbe produrre “qualche cosa che duri”?
Perché il missionario si aspetta che, grazie al suo annuncio, si formi una comunità di cristiani che, poco alla volta, dovrà poi avere una sua vita propria, una sua consistenza e autonomia… e duratura, certo! Ma, fatto questo, il missionario ha svolto il suo compito, e può andare altrove, su nuove frontiere della missione. Il suo è un lavoro provvisorio, che lascia poi spazio ad altro, e ad altri.
E il giornalista? Anche la sua voce – la vostra voce – è provvisoria. Anche il giornalista, il più delle volte, va di fretta (anche padre Cremonesi era sempre di fretta, i suoi confratelli lo chiamavano “moto perpetuo”), gli preme di portare le “ultime notizie”, di non arrivare in ritardo con le informazioni; sa, soprattutto se lavora per strumenti come la televisione, o la radio, o un quotidiano, o un giornale online, che le notizie fanno presto a invecchiare…
Sì, certo, poi ci sono giornalisti che sanno approfondire, analizzare… Ma il giornalista è consapevole (credo) che ciò che scrive non durerà nel tempo, che i suoi articoli solo eccezionalmente saranno letti ancora con interesse fra qualche mese, per non dire fra qualche anno; non si aspetta – sempre salvo eccezioni – che i suoi testi finiscano accanto a quelli di Shakespeare, di Proust, di Dostoevskij…
Eppure, il suo – il vostro “mestiere” – non è per questo meno prezioso. Sì, qualche volta abbiamo rischiato anche l’overdose di informazione, nei mesi più duri della pandemia, scoppiata tra di noi poche settimane dopo quell’incontro dello scorso anno: ma come avremmo potuto vivere questo anno drammatico, senza il vostro contributo di informazione, senza l’assiduità del vostro lavoro che non si è mai fermato? Il vostro è un lavoro che giustamente è stato riconosciuto tra quelli essenziali per la nostra società, e come tale doveva dunque continuare, anche quando tutto il resto, o quasi, si è dovuto fermare.
Allora, per stare ancora al parallelo del beato Alfredo tra il lavoro del missionario e quello del giornalista, si tratterà pure di un lavoro che non deve produrre “un qualche cosa che duri”: ma questo non toglie nulla alla sua serietà e al suo valore. La prova? Il beato Alfredo, per quel suo lavoro “non destinato a durare”, ci ha giocato la vita, ha affrontato la morte violenta, ha subìto il martirio!
Non ve lo auguro – naturalmente – ma non posso non ricordare che ogni anno decine di giornalisti e giornaliste affrontano la violenza e la morte, per fare il loro lavoro. Ciò che però vi auguro, e mi permetto di chiedervi, è la consapevolezza della serietà della vostra
professione, per quanto “provvisoria”. Del resto, lo sappiamo: anche un articolo che oggi c’è, e tra qualche giorno, o qualche settimana, nessuno più ricorderà, può fare anche molto male! E all’inverso, naturalmente, può fare anche molto bene.
“Provvisorio”, “non destinato a durare”, non significa qualcosa che, allora, può essere fatto male, alla leggera, in modo approssimativo o addirittura scorretto. Per usare un’altra immagine, è come il pane: dura solo oggi, domani sarà già vecchio, ma ci aspettiamo che
per oggi quel pane sia buono e, se così è, ne saremo riconoscenti al panettiere. Noi pure vi saremo riconoscenti se ogni giorno continuerete a offrirci nel modo migliore quel pane dell’informazione (e anche, certo, dell’approfondimento, dell’interpretazione…) che pure è necessario alla vita buona di noi uomini.
Buona festa di San Francesco di Sales: e anche il beato Alfredo Cremonesi, missionario, giornalista e martire, interceda per voi.
Crema, 22 gennaio 2021
+ Daniele Gianotti