Decreto ristori: 5 miliardi per i danni economici ma attenzione alle proteste

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Altri 5 miliardi per compensare i danni economici delle chiusure anti-Covid previste dall’ultimo Dpcm. Nel “decreto ristori” il governo ha previsto contributi a fondo perduto per oltre 460mila imprese, nella quasi totalità con volumi d’affari sotto i 5 milioni di euro. L’esecutivo assicura che i soldi arriveranno direttamente sui conti correnti entro metà novembre. C’è da sperarlo perché i tempi hanno un’importanza decisiva per l’efficacia di queste misure, come dimostrano (in negativo) i ritardi accumulati nell’attuazione di alcuni dei provvedimenti precedenti. Per le imprese colpite dal semi-lockdown torna anche il credito d’imposta sugli affitti commerciali e viene sospesa la seconda rata dell’Imu relativa ai locali in cui si svolge l’attività. Il decreto-legge introduce inoltre altra cassa integrazione, sussidi ad hoc per i lavoratori stagionali dello spettacolo e dello sport e nuove erogazioni del reddito d’emergenza.

Ogni volta che vengono presi provvedimenti per tentare di arginare i contagi, alla spasmodica attesa per la verifica degli effetti sul piano sanitario si accompagna inevitabilmente la necessità di interventi per compensare le loro conseguenze economiche. È stato così nella prima fase della pandemia ed è così nella fase attuale. Con due problemi ulteriori. Il primo è che le nuove misure vanno a incidere in un contesto sociale e produttivo già duramente provato, mentre si stava faticosamente (e con qualche risultato) cercando di risalire la china. Il secondo – meno evidente ma non per questo meno insidioso – è che ora si è diffusa la percezione che non tutti hanno pagato allo stesso modo. In parte a causa delle disfunzioni a cui si è accennato nell’assegnazione delle prestazioni compensative, ma soprattutto a motivo della natura stessa delle attività costrette a ridurre o a interrompere il loro percorso ordinario. A fronte di settori che hanno visto quasi azzerare il loro fatturato, ci sono comparti economici che lo hanno addirittura incrementato. Ed è del tutto evidente che i lavoratori protetti da contratti stabili hanno subìto conseguenze non comparabili rispetto a coloro che operano in ambiti non garantiti, come i precari e gli autonomi.

Tra asimmetrie e disuguaglianze è più difficile recuperare lo spirito unitario di marzo. Trova invece alimento una protesta che va presa sul serio e analizzata con attenzione nelle sue componenti perché, come si legge nella circolare inviata dal Capo della polizia, Franco Gabrielli, a prefetti e questori (un testo di raro equilibrio), si tratta di distinguere e bilanciare “il diritto a manifestare, l’esigenza della salvaguardia della salute collettiva e la necessità di contrastare con rigore atti di violenza”. Su questi ultimi – organizzati da gruppi estremisti e criminali che strumentalizzano il disagio sociale – non ci possono essere ambiguità. Nessun gruppo violento deve potersi sentire coperto dai “se” e dai “ma” di qualche leader di partito.
Il punto di partenza di ogni ragionamento politico sensato lo ha indicato il Presidente della Repubblica nel discorso in occasione de “I giorni della ricerca”. “Il vero nemico, di tutti e di ciascuno; il responsabile di lutti, sofferenze, di sacrifici, di rinunce, di restrizioni alla vita normale, è il virus”, ha detto Sergio Mattarella in quel contesto particolarmente appropriato.

La tentazione che invece emerge a livello politico, nelle forze di opposizione ma anche all’interno della stessa maggioranza, è quella di scaricare tutte le tensioni su un capro espiatorio, come se il nemico – appunto – fosse il governo in carica. Certo, l’esecutivo ha i suoi meriti e i suoi demeriti, ma quanto sta accadendo negli altri Paesi europei (e negli Usa) rende clamorosamente evidente come non ci sia un abisso della politica italiana di fronte alla lotta al virus, ma tutti si ritrovino con le armi spuntate. Purtroppo. E se proprio vogliamo fare il calcolo delle responsabilità nell’inadeguata preparazione alla seconda ondata della pandemia, esse vanno equamente divise tra il governo centrale e le regioni, che hanno la competenza diretta dell’organizzazione sanitaria nei rispettivi territori e sono guidate in larga parte da presidenti espressi dalle forze di opposizione a livello nazionale. L’opinione pubblica farebbe bene a ricordare dichiarazioni, scelte e comportamenti della scorsa estate, per formarsi un giudizio onesto sulla situazione attuale.
Il disagio sociale è molto forte, in certi casi al limite della disperazione. Ma viene il dubbio che a protestare con maggiore veemenza non siano coloro che ne avrebbero più motivo. Fa impressione, per esempio, l’insistenza e l’energia con cui da un certo mondo imprenditoriale ci si batte contro la proroga del blocco dei licenziamenti. Si tratta di una misura emergenziale, ovviamente, e che non potrà essere prolungata all’infinito, ma tanta solerzia sembra quasi voler dire che non si aspetta altro che la rimozione del blocco per riprendere a licenziare. Per non parlare dell’esplosione delle spinte corporative, con i settori più forti (anche solo sul piano mediatico) che cercano ogni volta di accaparrarsi maggiori quote di risorse alzando la voce.
Tornano alla mente le parole del Capo dello Stato che, consegnando le onorificenze agli “eroi” della lotta al Covid, ha richiamato “ogni ambiente produttivo e professionale” alla necessità di non trincerarsi nella difesa della propria nicchia di interesse. “Perché non vi sono interessi che possono essere tutelati se prima non prevale l’interesse generale di sconfiggere la pandemia”, ha scandito Mattarella, “qualunque altro interesse particolare sarebbe travolto e scomparirebbe”.

Stefano De Martis