OGGI LA GIORNATA DEL MIGRANTE E DEL RIFUGIATO

“Come Gesù Cristo, costretti a fuggire”. È il titolo della 106a Giornata Mondiale del Migrante e del Rifugiato. Ricordando la fuga di Gesù in Egitto, il Papa vuole evidenziare il dramma degli sfollati interni, cioè in fuga all’interno del proprio Paese. Si tratta di quasi 51 milioni di esseri umani che fuggono da guerre civili o disastri naturali, con la pandemia che colpisce con il contagio e la fame con la diminuzione degli aiuti. 

È il primo messaggio del Pontefice argentino che si concentra sulla cura pastorale degli sfollati interni, di persone cioè che abbandonando la propria casa e l’ambiente familiare, vivono sradicati all’interno del proprio Stato nazionale, tra i connazionali che possono provare antipatia e risentimento nei loro confronti. Spesso devono affrontare sfide simili a quelle dei rifugiati: violazioni dei diritti umani, solitudine e isolamento, difficoltà ad accedere ai servizi più elementari e ai diritti umani (al cibo, all’alloggio o all’istruzione), rischiando di passare inosservati e di essere completamente dimenticati. 

Sono cinque i Paesi dove si concentra il maggior numero di sfollati. In primo luogo la Siria dove, dal marzo 2011, per la guerra sono fuggite dalle loro case, restando nel Paese, più di 6,5 milioni di persone. Oggi al loro dolore si aggiunge una grande povertà e il Covid-19. L’ottanta per cento dei siriani vive al di sotto della soglia di povertà, anche a causa delle sanzioni internazionali, che impattano sulle persone più povere. E per gli sfollati interni la vita è ancora più difficile, perché molti devono pagare l’affitto, ma spesso non hanno né acqua corrente né elettricità. 

Nella Repubblica Democratica del Congo, teatro di uno dei conflitti mondiali più dimenticati, ci sono oggi 5,5 milioni e mezzo di sfollati interni, per gli scontri, iniziati quasi trent’anni fa, a causa della contesa su risorse minerarie come il coltan o l’oro. Solo nel 2019, ci sono stati 1,6 milioni di nuovi spostamenti, soprattutto nelle zone ricche del Kivu, nella parte orientale del Paese. 

Altro Paese con un alto numero di sfollati interni è il Venezuela. Anche se è difficile sapere quanti siano effettivamente, la crisi sociale, politica ed economica iniziata nel 2014, ha causato l’allontanamento di quasi il 15 per cento della popolazione, con il più grande esodo della storia recente dell’America Latina: oltre 4,9 milioni di persone a marzo 2020. Le maggiori criticità che incontrano sono l’alimentazione, l’alloggio e la frequenza della scuola per i bambini. 

Nella confinante Colombia, che ora è il rifugio di 1,8 milioni di venezuelani, il lungo conflitto tra il governo colombiano e i gruppi di guerriglieri ha lasciato più di 5,5 milioni di persone sfollate. Oggi molti di loro sono già cronicamente sfollati all’interno del Paese, avendo sperimentato due, tre o anche quattro fughe dovute alla presenza di bande criminali nelle città. Inoltre, il Covid-19 colpisce pesantemente gli sfollati interni, poiché si riflette nella perdita di reddito, nelle restrizioni alla circolazione, nella riduzione dell’accesso ai mercati e alla terra e nell’aumento generale del costo della vita. 

Drammatica anche la situazione che si registra in Iraq, dove gli sfollati a causa dell’occupazione dell’autoproclamato Stato islamico nel 2014 furono circa sei milioni, e oggi ne restano quasi 1 milione e 400 mila, che si sentono “dimenticati”. Un dramma nel dramma è poi la situazione del Kurdistan iracheno, che ospita poco meno di 320 mila sfollati interni, la stragrande maggioranza Yazidi, sopravvissuti al genocidio dell’agosto 2014. 

In Myanmar, infine, ci sono a tutt’oggi più di 450 mila sfollati interni a causa di conflitti etnici e solo nei primi 4 mesi del 2020, i numerosi scontri tra l’esercito e gruppi etnici armati, soprattutto negli Stati di Rakhine e Kachin, hanno causato la fuga di circa 16 mila persone. Gli sfollati interni, infatti, sono maggiormente a rischio di contrarre il virus, poiché vivono in situazioni di sovraffollamento con accesso limitato all’acqua e dove l’assistenza sanitaria è molto precaria. 

La pace è l’unica arma che può fermare lo sfollamento e la risoluzione delle varie crisi politiche possono portare alla riduzione dei conflitti, della violenza e degli spostamenti. Per questo papa Francesco chiede, come fa da tempo, un cessate il fuoco globale poiché la pace è l’unica soluzione per porre fine allo sfollamento forzato delle persone. La paura è l’ostacolo più forte alla fede, alla fiducia e la paura dell’altro, del diverso da noi non si supera con argomenti e concetti, ma con l’incontro. Dobbiamo andare a questo incontro, che è scoperta dell’altro come fratello e sorella, per far sparire la paura e noi cristiani possiamo fare questo. Come le associazioni e le parrocchie, laddove fanno lo sforzo anche comunicativo di condividere le loro ‘buone pratiche’ per farci capire che le nostre paure sono infondate.