Itinerario dello spirito/6: Sant’Alberto di Butrio, un monastero fondato dal santo eremita

monastero

Nascosto nella fitta vegetazione sorge, da mille anni, il monastero, fondato dal santo eremita, è oggi sede di una comunità fondata da don Luigi Orione. Straordinari gli affreschi conservati.

LA STORIA

Alla ricerca delle orme di sant’Alberto, addentriamoci, con questo ultimo itinerario, nei
boschi dell’Oltrepò pavese, ai confini con il Piemonte, là dove la natura rivela tutta la sua selvaggia bellezza ed è ancora praticata la caccia al cinghiale. Valli e colline rigogliose, castelli e locande ricchi di fascino che l’autunno esalta con una tavolozza di innumerevoli
colori.
Nascosto nella fitta vegetazione sorge, da mille anni, un monastero, formato da tre chiesette strette fra loro, un eremo e una torre. Una sorta di sorpresa per il pellegrino, sia per la posizione in cui è collocato, su uno sperone che domina la valle Staffora, sia
per le meraviglie che nasconde al suo interno. È l’eremo di sant’Alberto di Butrio, abitato oggi da pochi religiosi contemplativi della famiglia di don Orione.
Sant’Alberto, forse del casato dei Malaspina, forse sacerdote della diocesi di Tortona o monaco di San Colombano a Bobbio, spinto dal desiderio di riformare il monachesimo nello spirito di Cluny, venne in questi boschi nel 1030 circa e si stabilì in una grotta nella valletta del Borrione. Dove il santo è vissuto di contemplazione, mangiando castagne e radici, sorge tuttora una cappella a lui dedicata.
Dopo alcuni anni di vita eremitica, avendo guarito miracolosamente il figlio sordomuto
del marchese di Casasco, questi acconsentì al desiderio di sant’Alberto e gli edificò una piccola chiesa, dedicata alla Madonna e affiancata da alcune celle. Il santo poteva così celebrare i divini uffizi. Presto la sua fama attirò all’eremo parecchi seguaci che Alberto accolse in comunità sotto la regola di san Benedetto.
E, in quegli anni, gli eremiti edificarono il monastero di cui rimane ancora un’ala del chiostro e il pozzo.
L’abate Alberto morì nel 1073. Dopo la sua scomparsa, l’eremo crebbe in potenza e numero di monaci tanto da divenire il centro spirituale di una vastissima zona. Alle dirette dipendenze del Papa, si guadagnò, nei secoli XII e XIII, una grande potenza sia spirituale che temporale. Molte erano le dipendenze dell’eremo situate nelle attuali province di
Piacenza, Pavia, Alessandria e Genova. Ospitò illustri personaggi ecclesiastici e laici. Si crede vi abbiano soggiornato anche Federico Barbarossa e Dante Alighieri. Poi, verso la metà del sec. XV, con l’avvento degli abati commendatari, l’eremo si avviò verso un periodo di decadenza.
Nel 1543 gli ultimi monaci lasciarono l’eremo per trasferirsi altrove. Vi rimase solo un sacerdote addetto alla cura delle anime e la chiesa fu eretta a parrocchia. Seguirono tre secoli di abbandono quasi totale, durante i quali il monastero e parte della torre furono distrutti. Con l’arrivo di Napoleone poi, nel 1810 l’eremo fu soppresso e requisito. Nel
1846, infine, il parroco don Giorgetti, a corto di materiali per il restauro della canonica, pensò bene di abbattere la torre fino al basamento e sopra vi costruì un campaniletto d’emergenza.
Intanto sul monastero aveva messo gli occhi don Luigi Orione (1872-1940) che aveva appena fondato la Piccola Opera della Divina Provvidenza, tutta dedita ai poveri e alle opere di carità e istituito, nel 1899, il piccolo ramo di Eremiti Figli della Divina Provvidenza,
dedito alla vita contemplativa. Egli considerava l’eremo come perfettamente adatto ai suoi
progetti e il vescovo glielo affidò nel 1900, anno in cui avvenne la riesumazione dei resti mortali di Sant’Alberto, deposti poi entro una statua di cera che si può venerare ancora oggi nella cappella a lui dedicata. Dopo aver ricuperato l’antica abbazia quasi diroccata, il 4 giugno 1920 don Orione vi portò i suoi frati dando inizio alla comunità religiosa che tuttora esiste. Ad essi diede una regola che cerca di contemperare lo spirito benedettino con quello
francescano.
Della comunità fece parte, dal 1923 fino alla morte avvenuta nel 1964, Cesare Pisano, un
eremita cieco, chiamato “frate Ave Maria”, la cui fama di santità attrasse al monastero migliaia di fedeli, favorendone una sorta di rinascita. Oggi il suo corpo riposa nella cripta dell’eremo, è ricordato da una statua bronzea presso l’ingresso ed è possibile visitare ancora la sua cella.

IL COMPLESSO

Il complesso dell’eremo di sant’Alberto si compone della chiesa di Santa Maria edificata
in pietra dal santo eremita nell’XI secolo, oggi parrocchiale, e di tre oratori adiacenti e comunicanti: la chiesa di Sant’Alberto alla sua destra, anch’essa del sec. XI; la cappella del Santissimo a sinistra, alla quale è agganciata quella che un tempo era un’alta torre d’avvistamento del sec. XIII, oggi mozzata; e la chiesa di Sant’Antonio di forma trapezoidale, costruita davanti a quella di Santa Maria.
Dietro l’abside di quest’ultima sorge il monastero degli eremiti e, addossato alla parete
esterna della chiesa di sant’Alberto, l’ala rimasta di un chiostrino del XIII secolo, davanti al
quale si stende un vasto cortile con un pozzo del XII secolo, un’acquasantiera del XIII, un
tripudio di fiori e una vista mozzafiato sulla valle Staffora.
All’interno tutti i corpi della fabbrica del monastero sono intercomunicanti mediante
soluzioni architettoniche di ogni tipo e all’esterno il complesso si mostra possente, compatto e caratterizzato da una pietra di colore caldo. È facile intuire che un tempo fosse simile a un castello fortificato (per ovvi motivi di sicurezza) con fossati, torrioni, ponte levatoio e un solido muro di cinta oggi scomparsi. Aveva quindi un aspetto severo di difesa: oggi si gode invece un clima di pace e di accoglienza.
L’ingresso principale del sacro eremo è protetto da un protiro posticcio a colonnette e
affiancato, a ricordo delle antiche fortificazioni, dal possente basamento dell’antica torre
con il campaniletto costruitovi sopra. Entrando il pellegrino accede alla chiesa di Sant’Antonio e resta immediatamente colpito e affascinato dal ciclo di affreschi quattrocenteschi di cui sono totalmente tappezzate le pareti, le colonne e le vele del soffitto. È un tripudio di santi, come se il fedele entrasse nel paradiso.
Sono tutti affreschi dipinti da luglio a settembre del 1484, come testimoniano le didascalie sotto ogni scena, e non recano firma: erano gli ultimi anni del grande splendore del monastero. Fino a tempi recenti le pitture furono attribuite alla scuola dei fratelli Manfredino e Francischino Baxilio di Castelnuovo Scrivia. Ora si preferisce pensare a un monaco pittore che per umiltà ha voluto conservare l’anonimato.
Non è facile descrive il ciclo di questa chiesetta trapezoidale, costruita attorno a un pilastro
centrale che regge quattro archi che sostengono la volta divisa in altrettante vele (bellissimo il capitello scolpito con figure di animali simbolici). Non pare vi sia un disegno logico nelle raffigurazioni (anche per le numerose ripetizioni) se non quello di rappresentare i santi più celebri della Bibbia (profeti e apostoli), del mondo monastico, della tradizione cristiana.
Le diverse scene rispondono alle devozioni di vari committenti (anch’essi ricordati nelle
didascalie), anche se dobbiamo pensare a un progetto unitario, visto che è stato realizzato in pochi mesi. Un certa primitività nella resa dei volumi e della prospettiva, la staticità di corpi e volti, ma soprattutto la grande forza spirituale che questi affreschi affascinanti emanano fanno pensare più che a una scuola vera e propria, a un monaco pittore.

Elenchiamo brevemente le scene dipinte

Nella lunetta interna della porta d’ingresso troviamo un Ecce Homo; sulla semicolonna di destra forse San Mauro. Procedendo sempre verso destra (in senso antiorario), incontriamo l’altare dedicato a Sant’Antonio: sul gradino sopra la mensa, ai due fianchi di una scritta, San Francesco e San Bernardino da Siena; sulla parete, cinque santi, da destra: Santo
Stefano, San Sigismondo re di Borgogna, Sant’Antonio abate (al centro), San Gerolamo e un Santo non identificato. Nella lunetta sovrastante: Dio Padre benedicente fra angeli e santi.
Nella prima campata del lato orientale, sulla parete troviamo San Giorgio che trafigge il drago; nella lunetta, Sant’Eustachio che insegue un cervo. Sulla semicolonna che divide la prima dalla seconda campata, Sant’Antonio abate. Nella parete della seconda campata sono affrescati San Bovo (a cavallo), Sant’Alberto (con saio, mitria, pastorale e libro), San Lazzaro (coperto di piaghe); nella lunetta, un Paesaggio.
Di grande interesse, nella parete sud, Le Storie di Santa Caterina d’Alessandria. In cinque
riquadri, nella lunetta e sulla parete, sono raccontate le vicende del suo martirio: La disputa della santa con i filosofi e l’imperatore Massimiliano; La santa è condotta in carcere e visitata da Cristo, La Condanna, La Decapitazione, La Sepoltura.
Nella campata successiva, dove si apre la porticina per la chiesa di Sant’Alberto, ammiriamo, nella lunetta, Il Martirio di san Sebastiano; a destra della porta, San Pietro; a sinistra, i Santi Francesco e, ancora, Sant’Antonio abate. Procedendo, troviamo
l’ingresso della cappella della Madonna: sulla semicolonna, a sinistra, è raffigurato San Nicola da Tolentino.


E veniamo all’ultima campata (quella a sinistra dell’ingresso principale). Nella lunetta una
bellissima Madonna della Misericordia incoronata, opera commissionata da Martino de Tinellis.
La Vergine tiene in braccio il Bambino Gesù benedicente, due angeli la incoronano; ai suoi
piedi (in misura ridotta) due file di devoti (donne a destra e uomini a sinistra). Nella parte
sottostante, sono affrescate quattro sante: Agata (con i seni, tagliati nel martirio, in un piatto), Santa Lucia (con gli occhi in una coppa), Santa Caterina d’Alessandria e Santa Apollonia (regge la tenaglia con un dente).
Altri quattro santi li troviamo dipinti sulla colonna centrale che regge le quattro vele. Sono:
San Giovanni Battista, San Rufino, San Guglielmo di Vercelli, Sant’Innocenzo. Notiamo infine la meraviglia della decorazione delle volte a stelle rosse con al centro Sant’Alberto. Una di esse tuttavia è decorata con i simboli dei Quattro Evangelisti e L’Agnello dell’Apocalisse al centro. Negli intradossi dei quattro archi che reggono le vele troviamo I 24 profeti dell’Antico Testamento e gli Stemmi delle famiglie che hanno sponsorizzato gli affreschi: i Baggio e i Del Monte. Per il resto troviamo dovunque decorazioni a fogliami, fiori, disegni geometrici e angeli. Un vero e proprio tripudio di colori e di spiritualità che lascia il pellegrino senza fiato.
Ammirata la chiesa di Sant’Antonio, passiamo in quella di Santa Maria, costruita dallo stesso Sant’Alberto attorno al 1050. È a un’unica navata, in pietra, con due vele gotiche decorate rette da arconi. L’abside è semicircolare. Sopra l’altare un bel Crocifisso moderno; alle pareti si notano ancora le finestrelle, tamponate in seguito alla costruzione degli edifici addossati. Si suppone che anche questa chiesa fosse affrescata. Comunque il tutto è andato perduto nel tempo. La chiesetta è stata riportata all’aspetto primitivo nel 1973, in
occasione del nono centenario della morte di Sant’Alberto. La terza cappella, per certi versi,
è la più importante, perché in essa vi fu sepolto Sant’Alberto e perché vi si conservano tuttora le sue ossa composte in una sagoma di cera e poste in un’urna di vetro.
È a quattro campate con volte a crociera. La zona più interessante è il presbiterio, dove sono stati scoperti la prima tomba del santo e il loculo dove erano raccolti i suoi resti.
L’aula doveva essere anch’essa totalmente coperta di affreschi come quella di Sant’Antonio.
Oggi ne sono rimasti alcuni brandelli e, soprattutto, due bellissime scene sulle pareti del presbiterio: a sinistra La Vergine in trono con Bambino Gesù e santi (Alberto, Apollonia, Lucia e Antonio). L’affresco è datato 23 settembre 1484, commissionato dal signor Beltramino dei Marchesi di Sagliano.
Molto più importante la scena della parte destra. Si tratta dei più antichi documento biografici esistenti nel quale è raffigurato il Miracolo di Sant’Alberto con il quale cambiò l’acqua in vino alla mensa del Papa. Dietro a una tavola imbandita il papa Alessandro II e affiancato da tre cardinali, mentre sant’Alberto, in piedi a sinistra, benedice il recipiente d’acqua portogli da un servo (il fatto è ricordato nella didascalia sottostante).
Altri affreschi rimasti sono un’Annunciazione sull’arco del presbiterio, un San Sigismondo
e un’altra Madonna in trono con Bambino Gesù e i santi Girolamo e Rocco.
Dalla chiesa di Sant’Alberto si può passare nella cella di frate Ave Maria dove sono conservati i suoi ricordi. Scendendo nella cripta si trova la tomba del mistico eremita.
Infine è possibile accedere al portico del chiostro e quindi nel cortile antistante, dove si
ammira la teoria degli archetti organizzati a bifore e a trifore con qualche capitello antico
(molti sono rifatti). Belli il pozzo e l’antica acquasantiera che i frati hanno arricchito di una
cascata di fiori. Non manca un ambiente dove i religiosi vendono prodotti, libri e ricordi.

LA CAPPELLA

La cella di sant’Alberto nel bosco

Lasciando l’eremo non si dimentichi di scendere a piedi (5 minuti) lungo un suggestivo
sentiero nel bosco per visitare la cappella dove sant’Alberto iniziò la sua esperienza eremitica. Un luogo di spirituale suggestione: all’interno, la grotta dove abitava e una sua immagine in terracotta.