Conclusione del lodo Scrp: il commento del sindaco di Crema, Stefania Bonaldi

Bonaldi
Il sindaco di Crema, Stefania Bonaldi, durante una cerimonia in piazza Duomo

“Mi ero ripromessa di soprassedere dal commentare la conclusione del lodo Scrp, attendendo di confrontarmi coi colleghi sindaci a settembre, ma l’arroganza di alcuni interventi di queste ore e la solidarietà con il presidente dell’area omogenea Aldo Casorati, che non parla mai a titolo personale, ma sempre in difesa dell’operato della maggioranza dei sindaci del Territorio, mi impongono di dire la mia – così inizia il commento del sindaco di Crema, Stefania Bonaldi -. Intanto chiariamo una cosa. L’importo di 3,6 milioni che, secondo l’arbitro, Scrp deve versare ai soci recedenti, non è un risarcimento, come qualche media ha qualificato, bensì la liquidazione delle quote societarie di questi Comuni che intendono uscire dalla società.

Quote che, per vero, non corrispondono ad alcun capitale versato o a patrimonio conferito a suo tempo da diversi di questi Comuni: è noto infatti che la maggior parte dei conferimenti iniziali dell’esperienza societaria sovracomunale fosse data dagli impianti idrici di Crema e di alcuni Paesi cremaschi, non certo di tutti.
Ma i “padri costituenti” dell’esperienza societaria cremasca, con lungimiranza, vollero comunque ripartire fra tutti i Comuni del territorio delle azioni della società e vollero farlo saggiamente, attribuendo a Crema una quota di poco superiore al 25%, perché la città capocomprensorio non facesse la ‘parte del leone’ nella gestione consortile. Cosa che, per vero, Crema non ha mai fatto sotto alcuna Amministrazione, ritenendo un valore condiviso, del Centrosinistra come del Centrodestra alla guida della città, rafforzare e consolidare politiche territoriali sovracomunali.

Crema sa bene che senza i Paesi del Cremasco è più debole, ma vale esattamente anche l’assunto inverso, il Cremasco senza Crema non va da nessuna parte.
Ma entriamo nel merito della resistenza dei Comuni rimasti in Scrp. Resistenza che è in queste ore stata definita arroganza, negazione di diritti, indisponibilità al dialogo.
Tutt’altro. Abbiamo avuto la pazienza di Giobbe, con gli 8 Comuni recedenti, e i politici blasonati che ora additano questo episodio come al ‘fallimento della politica’ risparmino il loro fiato, anche solo per il fatto che di politica vivono da 50 anni a questa parte.

I veri punti di rottura sono stari due, come ben argomentato da Casorati.
Da un lato il progetto dei varchi territoriali, voluto e votato (e apprezzato!) da circa l’80% dei soci di Scrp (circa 45 comuni). Ebbene, questo investimento, che ci pone come prima realtà italiana che gestisce una rete di varchi sovracomunale di questa estensione (che facilita e qualifica il lavoro delle FFOO), non è andato a genio agli 8 Comuni di cui sopra, i quali, incomprensibilmente rispetto alle logiche societarie, dove si cerca la condivisione (ma alla fine la maggioranza decide e la minoranza si adegua) hanno iniziato a manifestare ostilità, minacciato di andarsene, chiesto in cambio compensazioni.
Come se la società, cioè gli altri Comuni, dovessero risarcirli per il mancato investimento dei varchi, da loro medesimi rifiutato, con opere compensative. Obiettivamente, una pretesa irricevibile.

Un secondo tema, anche qui più pretestuoso che reale: il ‘presunto’ cartello che Crema ed alcuni Comuni cremaschi, quelli sopra i 5mila abitanti come Offanengo, Pandino, Spino, Castelleone, avrebbero fatto ai danni dei Comuni più piccoli. Un pretesto perché le decisioni assembleari sono sempre state assunte alla stragrande maggioranza delle quote. Ma proprio per venire incontro e smontare questi pregiudizi, tutti i soci hanno deciso di lasciare l’esperienza Scrp e promuovere quella in Consorzio.it, come società in house dei Comuni.
Questo significa avere un controllo diretto della società e, soprattutto, un comitato di indirizzo e controllo, quello presieduto da Aldo Casorati, per intenderci, che vede la presenza di altri 12 sindaci, fra cui Crema ed i rappresentanti dei vari sub ambiti territoriali, dove le decisioni sono assunte “per testa” e non più “per quota”. Ancora una volta una dimostrazione concreta di attenzione e di disponibilità, in nome della condivisione e della solidarietà territoriale. Un valore sentito da Crema, così come dalla maggior parte dei Comuni cremaschi.

Nulla. Anche questo non è bastato. Un irrigidimento costante che ha portato alla rottura, con decisione degli 8 di uscire dalla società e portarsi via le proprie quote.
Difendere quel patrimonio e difendere una esperienza societaria che ha dato e sta dando molto al territorio (negli ultimi anni i progetti del canile, dei varchi, della caserma dei Vvff, della fibra nei Paesi cremaschi, della digitalizzazione spinta dei nostri Comuni e, da ultimo, quello delle reti ciclabili di tutto il cremasco e di un forno crematorio territoriale) era un dovere per tutti i Comuni soci e non un atto di arroganza o di miopia politica.
La penso e continuerò a pensarla in questo modo, consapevole che la grande maggioranza dei miei colleghi, di varie appartenenze e sensibilità politiche, coltiva i medesimi convincimenti”.