LA MESSA DEL VESCOVO DANIELE PER I VOLONTARI CARITAS

Questa sera alle ore 18, il vescovo Daniele ha celebrato l’Eucarestia per tutti i volontari Caritas diocesana che si sono distinti in quest’ultimo periodo nell’appoggio a tantissime persone e famiglie in difficoltà. Anche in difficoltà economica a causa dell’emergenza Covid attraverso il Fondo Chiesaconvoi – San Giuseppe Lavoratore, costituito per espressa volontà del vescovo Daniele lo scorso 1° maggio. Partita con una dotazione iniziale di 50 mila euro messi dalla diocesi, 10 mila dal Vescovo, 20 mila dalla Bcc Caravaggio e Cremasco e 10 mila da Banca Cremasca e Mantovana – a cui si sono poi aggiunte donazioni di singole persone e sacerdoti cremaschi per 151.420 euro e un contributo di 40 mila dall’Associazione Uniti per la Provincia di Cremona, per un totale di 281.420 euro – l’iniziativa ha intercettato numerose necessità, per buona parte emerse proprio a seguito della pandemia e il conseguente blocco di molte attività lavorative. A venerdì 10 luglio scorso sono state accolte 163 domande per un totale di 527 persone aiutate, di cui 197 minori e 27 disabili, con erogazione di aiuti per 159.721 euro. Il fondo si è davvero rivelato un segno concreto di vicinanza alle persone che sono nel bisogno da parte della Chiesa cremasca, attraverso la generosità di tanti benefattori. 

Nell’omelia della Messa, mons. Gianotti si è rifatto a Geremia e al vasaio che il profeta incontra il quale pazientemente cerca di realizzare il vaso migliore, immagine di Dio che pazientemente realizza il suo capolavoro che è Gesù. E ha ricordato ai presenti “una regola semplice e fondamentale dell’amore: che è appunto il suo non stancarsi, il suo paziente ricominciare. Anche l’esercizio di una carità autentica nei confronti degli altri, dei poveri, delle famiglie in difficoltà, di chi cerca casa e lavoro, e magari anche di chi tenta di approfittare della carità – ha continuato – l’esercizio di una carità autentica richiede questa divina capacità di ricominciare, di non stancarsi, di riprovare. Ci preoccupiamo, giustamente, di non fare solo dell’assistenzialismo, di aiutare le persone ad aiutarsi, a diventare autonome… Ma quante volte l’argilla si sfalda, quante volte il progetto che avevamo messo insieme, e che ci sembrava perfetto, non funziona: e viene la tentazione di buttare via tutto, di lasciar perdere, di passare a fare altro. La pazienza fedele e creativa del Dio vasaio diventa allora esempio e incoraggiamento per noi. Ci conceda il Signore la grazia di non stancarci, la pazienza di riprovare, e anche la soddisfazione di vedere che almeno qualche volta ci riesce di modellare un bel vaso.”  

L’OMELIA INTEGRALE

Amo molto il profeta Geremia, profeta in tempi difficilissimi, profeta un po’ suo malgrado, buttato da Dio, lui ancora giovane, dentro una situazione drammatica come quella che il popolo di Israele stava vivendo, e che sarebbe sfociata nel dramma della fine del regno dei discendenti di Davide e nell’esilio babilonese.
È stato un profeta controcorrente, costretto a prendere posizioni quasi sempre in contrasto con quelle che, dal punto di vista sia politico, sia religioso, erano le opinioni dominanti nel suo tempo; costretto a opporsi ai re, ad altri profeti, ai sacerdoti del tempio… un profeta “contro”, come tutti i grandi profeti di Israele, un profeta che ha pagato nella sua stessa carne la fedeltà a Dio e alla sua alleanza; un profeta che ha anticipato, più di altri, la passione e il destino di Gesù stesso.
Amo il profeta Geremia anche per la sua capacità di riconoscere Dio che gli parlava a partire dalle situazioni più comuni e ordinarie. Gli bastava vedere un mandorlo in fiore, prendere tra le mani una vecchia cintura mezza marcita, guardare una pentola con l’acqua che bolle sul fuoco, per sentire che Dio gli parlava.
Si sente dire: «Àlzati e scendi nella bottega del vasaio; là ti farò udire la mia parola» (Ger 18, 2). Là, nella bottega del vasaio. Non nel tempio, perché anzi Geremia è piuttosto diffidente nei confronti di quelli che vanno a consumare i selciati del tempio (cf. 7, 1 ss.); non nei luoghi «sacri», ma nei luoghi della vita di ogni giorno, nella bottega di un artigiano, lì Geremia si mette in ascolto di Dio che gli parla. È molto vicino a Gesù e alle sue parabole: anche Gesù – ne abbiamo sentito un esempio nel vangelo, che è la conclusione del «discorso in parabole» del c. 13 di Matteo – contempla l’agire di Dio guardando le situazioni della vita quotidiana, come la rete che si riempie di pesci e i pescatori che fanno la cernita per separare i pesci commestibili dagli altri.
Geremia dunque contempla l’agire di Dio guardando le mani abili del vasaio, che plasmano e riplasmano l’argilla, mentre la ruota del tornio fa il suo movimento circolare, per dare forma al vaso. E c’è un dettaglio, sul quale vorrei anch’io fermare un momento l’attenzione: «Ora, se si guastava il vaso che stava modellando, come capita con la creta in mano al vasaio, egli riprovava di nuovo e ne faceva un altro, come ai suoi occhi pareva giusto» (Ger 18, 4).
Ecco, Dio appare al profeta come un vasaio che non si scoraggia, non si perde d’animo, se ciò che sta modellando non gli riesce al primo colpo. Egli prova e riprova, continuamente rimette mano all’argilla, e fa girare il tornio, finché non arriva al risultato che desidera.
In qualche modo, dentro a questa immagine, ci sta tutta la storia di Dio con il suo popolo – e, potremmo dire, tutta la storia di Dio con l’umanità. È la storia del continuo ricominciare di Dio, del suo instancabile riprovare. La fede ci mette davanti il volto di un Dio che non si scoraggia, che non si stanca, che sempre ricomincia: sa che l’argilla che ha tra le mani – e che siamo noi stessi – non è sempre di primissima qualità; sa che il suo agire non è sempre capito e accettato, è un’argilla ribelle, quella con la quale Dio ha a che fare.
Ma questo non gli impedisce di ricominciare, di riprovare sempre da capo, fino ad arrivare al capolavoro che desidera: e quel capolavoro è Gesù Cristo, è lui la sua opera d’arte perfettamente riuscita, che rispecchia finalmente ciò che Dio da sempre ha cercato di fare, fin da quando ha creato il primo uomo, fin da quando ha chiamato Abramo e incominciato il suo cammino con il popolo di Israele.
E proprio da Gesù Cristo abbiamo imparato a conoscere definitivamente il segreto che sta alla base di questo paziente e instancabile ricominciare di Dio, e cioè il suo amore per noi. È il suo «disegno amoroso», ciò che fa muovere continuamente la ruota del vaso e mette in azione le mani abili del vasaio.
E riconoscendoci anche noi, perché discepoli di Gesù, fratelli e sorelle di lui, come risultato di questo lavorio incessante dell’amore di Dio, impariamo e ricordiamo una regola semplice e fondamentale dell’amore: che è appunto il suo non stancarsi, il suo paziente ricominciare.
Anche l’esercizio di una carità autentica nei confronti degli altri, dei poveri, delle famiglie in difficoltà, di chi cerca casa e lavoro, e magari anche di chi tenta di approfittare della carità… l’esercizio di una carità autentica richiede, dicevo, questa divina capacità di ricominciare, di non stancarsi, di riprovare. Ci preoccupiamo, giustamente, di non fare solo dell’assistenzialismo, di aiutare le persone ad aiutarsi, a diventare autonome… Ma quante volte l’argilla si sfalda, quante volte il progetto che avevamo messo insieme, e che ci sembrava perfetto, non funziona: e viene la tentazione di buttare via tutto, di lasciar perdere, di passare a fare altro.
La pazienza fedele e creativa del Dio vasaio diventa allora esempio e incoraggiamento per noi. Ci conceda il Signore la grazia di non stancarci, la pazienza di riprovare, e anche la soddisfazione di vedere che almeno qualche volta ci riesce di modellare un bel vaso.
Ma quando questo non succede, ci aiuti Dio a ricordare che anche noi siamo frutto del paziente ricominciare di Dio: e così non ci perderemo d’animo, e sapremo diventare pazienti e creativi anche nell’esercizio quotidiano di quella carità che è il segno più grande della presenza di Dio in mezzo al mondo.

mons. Daniele Gianotti
Vescovo di Crema