Incendio cattedrale di Nantes: volontario della diocesi confessa di aver appiccato il fuoco da tre punti diversi

In fiamme la cattedrale

A una settimana dall’incendio nella cattedrale di Nantes, il volontario ruandese della diocesi, che era stato fermato e poi rilasciato, ha confessato di aver provocato il rogo accendendo i tre inneschi all’interno della chiesa.
L’uomo di 39 anni è stato messo in custodia provvisoria ieri, domenica 27 luglio, dopo aver confessato durante l’interrogatorio di aver appiccato il fuoco da tre punti diversi, ha spiegato Pierre Sennès, procuratore di Nantes: uno sul grande organo, l’altro sul piccolo organo e l’ultimo sul quadro elettrico. È stato incriminato per “degrado, deterioramento o distruzione per incendio”.
Il pubblico ministero ha spiegato che la pista penale è stata privilegiata dopo aver ricevuto “i primi risultati del laboratorio forense della sede della polizia di Parigi”, che hanno permesso “l’identificazione” del soggetto sospettato. In realtà, anche le immagini video hanno aiutato a “localizzare un individuo nell’area della cattedrale in una fascia oraria corrispondente all’inizio dell’incendio”, e quest’uomo ha presentato “forti somiglianze con la persona sotto inchiesta”. Il magistrato esaminatore dovrebbe ordinare molto presto una perizia psichiatrica. Ad oggi, sembra infatti difficile individuare le ragioni che hanno spinto l’uomo ad un gesto così grave. Il caso presenta una certa complessità.
Volontario della diocesi, il reo confesso era incaricato di chiudere le porte della cattedrale. Il rettore, padre Hubert Champenois, ha spiegato la scorsa settimana che quest’uomo era un “ruandese, rifugiato in Francia qualche anno fa”. Pare però che fosse obbligato a lasciare il territorio francese (e che avesse anche esaurito tutte le possibilità di appello, anche attraverso la commissione di ricorso per rifugiati, anche dopo aver cercato di ottenere lo status di straniero malato). Il procuratore riferisce inoltre che l’indagato aveva inviato e-mail a determinati membri della diocesi, nonché alle autorità amministrative lamentandosi di non essere abbastanza aiutato nelle sue procedure”.
Il mio cliente “rimpiange amaramente i fatti ed ammettere i fatti è stato per lui una liberazione”, ha assicurato il suo avvocato. “Oggi è consumato dal rimorso e sopraffatto dalla grandezza degli eventi”. Rischia una pena detentiva di dieci anni e una multa di 150.000 euro.