XII domenica del tempo ordinario, anno A – Romano Dasti commenta il Vangelo di oggi

diocesi di Crema

DAL VANGELO SECONDO MATTEO 10,26-33

Non abbiate paura di quelli che uccidono il corpo

In quel tempo, Gesù disse ai suoi apostoli: «Non abbiate paura degli uomini, poiché nulla vi è di nascosto che non sarà svelato né di segreto che non sarà conosciuto. Quello che io vi dico nelle tenebre voi ditelo nella luce, e quello che ascoltate all’orecchio voi annunciatelo dalle terrazze.
E non abbiate paura di quelli che uccidono il corpo, ma non hanno potere di uccidere l’anima; abbiate paura piuttosto di colui che ha il potere di far perire nella Geenna e l’anima e il corpo.
Due passeri non si vendono forse per un soldo? Eppure nemmeno uno di essi cadrà a terra senza il volere del Padre vostro. Perfino i capelli del vostro capo sono tutti contati. Non abbiate dunque paura: voi valete più di molti passeri!
Perciò chiunque mi riconoscerà davanti agli uomini, anch’io lo riconoscerò davanti al Padre mio che è nei cieli; chi invece mi rinnegherà davanti agli uomini, anch’io lo rinnegherò davanti al Padre mio che è nei cieli».

IL COMMENTO

Con questa domenica, la XII del tempo “per annum”, ci lasciamo alle spalle i tempi della Quaresima e di Pasqua e le due solennità che sono seguite. Entriamo dunque nel tempo ordinario che però sbaglieremmo a considerare meno importante e significativo di quello che l’ha preceduto. L’ordinarietà è in fondo la dimensione prevalente della nostra vita, quella che accompagna la maggior parte dei nostri giorni. E dentro questa ferialità irrompe, settimanalmente, la domenica, il “giorno del Signore”.
Una “festa feriale”, si potrebbe definire, giocando su un’apparente contraddizione ma che, se ascoltata in profondità, ci dice che il tempo, le ore e i giorni che scorrono non sono tutti uguali ma sono scanditi da momenti pieni di significato, apparentemente in contraddizione con quelli che li precede e li segue. Ai giorni dedicati al lavoro, alla fatica, alla rincorsa frenetica delle tante cose da fare fa da contraltare il tempo del riposo, della festa; al tempo contrassegnato dalla realizzazione di obiettivi e dalla dimensione economica quello della gratuità, del dono, del gioco. C’è dunque una dimensione laica della domenica – che pure ha, come sappiamo, una radice nello Shabbat della fede ebraica – che per il credente rimane comunque il giorno del Signore, la Pasqua settimanale. Accogliamolo come un dono, che non avrà la pregnanza delle grandi solennità dell’anno liturgico, ma che può aiutarci a vivere la ferialità, la quotidianità per quello che è «senza addolcimenti e idealizzazioni:… l’ambito della fede, la scuola della sobrietà, l’esercizio della pazienza, lo smascheramento salutare delle parole grosse e degli ideali fittizi, l’occasione silenziosa per il vero amore e per l’autentica fedeltà, il misurarsi sulla realtà, che è il seme della sapienza definitiva» (Rahner).
In queste domeniche ci accompagnerà fino alla conclusione dell’anno liturgico il Vangelo di Matteo. Un Vangelo destinato a una comunità di cristiani provenienti dall’ebraismo, scritto in una fase in cui si stava progressivamente consumando una drammatica e conflittuale rottura tra le due tradizioni, dopo un iniziale tentativo di convivenza. Di queste tensioni vi è un forte eco proprio nel cap. 10 e nel brano odierno, là dove si parla di «quelli che uccidono il corpo» e di riconoscere/rinnegare Gesù. Quello di Matteo è «un Vangelo profondamente ebraico nella sua matrice biblica e giudaica, ma anche segnato da una tensione con il grembo da cui proviene e aperto ormai all’intera umanità» (Ravasi).
In questo brano, il termine “paura” è ripetuto ben quattro volte e si comprende alla luce dei versetti precedenti, contrassegnati da un’altissima drammaticità: «Io vi mando come pecore in mezzo a lupi; … vi flagelleranno nelle loro sinagoghe; … il fratello farà morire il fratello e il padre il figlio… sarete odiati da tutti a causa del mio nome». Quella che è presentata come una predizione di Gesù ai suoi discepoli è di fatto la realtà che stanno vivendo molte comunità cristiane dei primi decenni del Cristianesimo. È un contesto molto diverso dal nostro, che viviamo in tempi nei quali i credenti non hanno “paura” di qualche nemico. Anzi, il rischio che corriamo è l’opposto: quello di una fede che non scandalizza, che non suscita reazioni ma che è socialmente accettata e metabolizzata, perdendo la sua valenza di fermento di novità, di pietra di scandalo, di radicalità.
Il «non abbiate paura» che Gesù ripete con insistenza ai suoi discepoli è difficile da realizzare, se il contesto è quello descritto. E certamente non può scaturire dalle sole forze umane. Del resto, nemmeno Gesù è rimasto immune dalla paura di fronte all’epilogo drammatico della sua esistenza, tanto da provare «terrore e angoscia» ed essere in una tristezza mortale (Mc. 14, 33-34). Il “non aver paura” si radica – come è stato per lo stesso Gesù – nella fede in un Dio che è padre buono, amorevole, provvidente, che conosce profondamente ciascuno e a ciascuno dà valore («Voi valete più di molti passeri»). Questo è dunque il “Vangelo” di questa domenica, la sua “buona notizia”: il Dio in cui crediamo è attento a ciascuno di noi, ci conosce profondamente e ci stima; per lui abbiamo valore. La sua cura nei nostri confronti è simile a quella di una madre che conosce le pieghe più nascoste dei propri figli: le custodisce e le apprezza.
Romano Dasti