Italiani nel Regno Unito: il rischio di essere trattati come cittadini di serie B

Vivere nel Regno Unito ma non sentirsi nell’“Europa unita”. Sperimentare la percezione di essere “stranieri” e “schedati” per poter restare e lavorare… “Sono brutte sensazioni, le sentiamo addosso”, racconta al Sir Daniela Vicini, 44 anni, originaria di Pavia, che dal 2017 abita con il marito e le due figlie (Sofia 15 anni, Anastasia 10) nel Cheshire, una contea nel nord-ovest del Paese, a una quarantina di chilometri da Manchester. Una famiglia italiana “atipica”, avendo vissuto prima in Cile, poi negli Stati Uniti, per esigenze di lavoro di Maurizio Miccolis, ingegnere, attualmente impegnato nella costruzione di un radio-telescopio gigante (https://www.skatelescope.org/). “Quando è emersa questa opportunità di lavoro per mio marito, siamo venuti con gioia nel Regno Unito, benché sapessimo del Brexit. Le informazioni diffuse dal governo sembravano rassicuranti per chi fosse qui a lavorare. Invece ora abbiamo avuto brutte sorprese”.

Permesso di residenza. Daniela, laurea in Giurisprudenza, ex impiegata presso le Acli, oggi – dice – è “mamma a tempo pieno”, anche se non esclude di cercarsi un lavoro prossimamente. Di recente ha registrato un video (riportato qui sotto) che lamenta le difficoltà insorte col Brexit per i cittadini europei, i quali devono registrarsi per non diventare “immigrati illegali”. Infatti se non si ha la cittadinanza britannica occorre richiedere entro il 30 giugno 2021, essendo arrivati nel Paese entro il 31 dicembre 2020, il permesso di residenza provvisoria o residenza permanente: si tratta del Pre-Settled Status e del Settled Status (questo il sito ufficiale del governo per inoltrare la domanda: https://www.gov.uk/settled-status-eu-citizens-families/applying-for-settled-status). Ma l’accesso a tali documenti – che si ottengono mediante una richiesta on line, fornendo tutti i necessari dati anagrafici – può risultare complicato per qualcuno, ad esempio per i più anziani. La questione potrebbe inoltre riguardare i minori, perché “non tutti i genitori sono consapevoli che la applicazione è personale e non famigliare”.

Pieni diritti? Daniela si dedica dunque, come volontaria, ad aiutare chi ne avesse bisogno per compilare la domanda on line (https://settled.org.uk/it/). “Il vero problema rispetto alla mia sensibilità come persona è l’essere privata dei diritti pieni di cittadinanza e realmente degradata a residente di serie B. Non solo l’applicazione non è automatica (come invece era stato promesso nel 2016 prima del referendum), ma a fronte della cessione di tutti i nostri dati di contatto e personali (numero di passaporto, indirizzo, telefono, mail… da aggiornare ogni volta che ne cambiamo uno) non viene rilasciato alcun documento comprovante lo status. Solo un codice da verificare via web: fino al prossimo crash del sistema”.

Un “clima” talvolta ostile. Non ci sono soltanto ostacoli burocratici. Nel Paese – peraltro pesantemente segnato dal coronavirus – talvolta emergono forme non sempre velate di ostilità verso i cittadini di altri Paesi. “Il clima che si respira a Londra, Manchester, Liverpool è certamente molto più multiculturale e aperto di quello che si può trovare nelle campagne del Cheshire. Peraltro noi apparteniamo alla categoria degli immigrati ‘giusti’: europei, che lavorano e abitano in un bel quartiere. Ma non è così per tutti. Ciononostante frasi del tipo ‘tuo padre è venuto a rubarci il lavoro’ sono capitate a scuola ad entrambe le figlie”. Aggiunge: “è di questi giorni la notizia che per richiedere la cittadinanza inglese non basterà neanche più il Settled Status, perché oltre ai 5 anni di residenza bisognerà provare di aver pagato l’assicurazione sanitaria (in parole povere aver sempre avuto un contratto di lavoro stabile). Quindi una mamma a tempo pieno come me potrebbe non ottenere mai la cittadinanza”.

Il peso del Covid. A tutto ciò si è aggiunto il Covid che “ha peggiorato la situazione in quanto chi avesse già ottenuto il Pre-Settled Status, ma si fosse assentato dal suolo britannico per più di 6 mesi su 12”, come hanno fatto diversi stranieri, “perderebbe lo status ottenuto. Molti nostri connazionali sono rientrati a casa in Italia ed è necessario ricordare loro questa scadenza”. Da qui l’impegno a dare una mano “a chi non si rendesse conto del rischio di perdere quello che invece considera come un diritto acquisito”.

“Qui ci troviamo bene”. Avete nostalgia dell’Italia? Daniela sorride. La vita che, assieme al marito, ha scelto per la sua famiglia mette in conto di restare all’estero, almeno per qualche anno ancora: le figlie infatti hanno finora frequentato scuole in lingua inglese e il rientro nel Belpaese potrebbe essere in tal senso un po’ problematico. Poi aggiunge: “qui onestamente noi ci troviamo bene. Non ci manca nulla. Occorre però superare questo scoglio generato dal Brexit”. Ed è proprio di queste ore la notizia che i negoziati per il divorzio tra l’isola e l’Ue sono in una fase di stallo. “Questo ci preoccupa. Ma soprattutto dovrebbe preoccupare gli inglesi. Credo proprio – ma magari è solo la sensazione superficiale – che il Regno Unito subirà contraccolpi da questa scelta. Noi con un’ora di volo possiamo tornare in Italia o in Europa, ma ci si domanda quale sarà il futuro per gli inglesi”.

Gianni Borsa (Agensir)