CELEBRATA LA MESSA CRISMALE E LA FESTA DEI SACERDOTI

Il Giovedì Santo era una data impraticabile per via della pandemia e la Messa Crismale, festa di tutto il popolo di Dio, ma soprattutto dei sacerdoti che rinnovano le loro promesse, non si è potuta celebrare. Del resto nemmeno la successiva Pasqua ha visto la partecipazione dei fedeli. Un momento storico di grande sofferenza che non sarà mai dimenticato.

S’è ricuperato, in parte, oggi. Infatti, proprio alla vigilia della solennità della Pentecoste che chiude il periodo pasquale, i sacerdoti cremaschi hanno celebrato la Messa crismale attorno al vescovo(con tutte le precauzioni del caso, d’obbligo le mascherine) e hanno festeggiato i confratelli che ricordano gli anniversari di sacerdozio: don Luciano Cappelli e don Felice Agnelli il 60°; don Michele Nufi e don Alberto Guerini il 40°; don Remo Tedoldi il 25°; don Stefano Savoia il 10°. Il tutto trasmesso in streaming sul sito di Radio Antenna5.

Il vescovo, introducendo la liturgia e ringraziando il Signore della possibilità di celebrare la Messa crismale, si è complimentato con loro e ha aggiunto gli auguri a don Emilio Luppo per il suo 57° compleanno! Ha ricordato anche i sacerdoti assenti per malattia o per anzianità.

“Sentiamo vicino a noi anche don Federico Bragonzi e don Paolo Rocca, dalla missione nella diocesi “sorella” di San ]osé de Mayo, in Uruguay, ha aggiunto. Ringrazio e saluto di cuore i religiosi e missionari che sono presenti tra noi, p. Cesare Geroldi, p. Giuseppe Mizzotti e fr. Ivan Cremonesi: in loro sentiamo la presenza amichevole di tutti i nostri missionari e di tutti i consacrati e le consacrate originarie della nostra Chiesa.”

Ha inoltre informato che l’ordinazione sacerdotale del diacono Alessandro, in programma per il 6 giugno, viene per forza rimandata, ma che comunque avverrà entro il 30 settembre. Rimandata anche l’ordinazione dei primi due diaconi permanenti, Antonino Andronico e Alessandro Benzi.

Infine un ricordo per i defunti. “Dall’ultima Messa Crismale ci hanno lasciato don Bernardo Fusar Poli e don Santino Costi: li ricordiamo nella nostra preghiera, nella quale includiamo però anche i tanti defunti delle nostre comunità nei mesi scorsi.”

È iniziato così il suggestivo rito liturgico che ha comportato, dopo la lettura del Vangelo nel quale Gesù si presenta come il Messia (“Oggi si compie questa Scrittura”), l’omelia del vescovo Daniele, il rinnovamento delle promesse sacerdotali da parte dei presbiteri presenti (i preti hanno risposto alle domande del vescovo con un forte: lo voglio!) e la benedizione degli olii santi, presentati dagli accoliti e dal diacono: l’olio degli infermi, l’olio dei catecumeni, il santo Crisma. Mons. Gianotti li ha benedetti ad uno ad uno, seguito dal canto gioioso dell’assemblea. 

Nell’omelia (che pubblichiamo integralmente, sotto le foto) ha preso spunto da alcune osservazioni, emerse durante la pandemia, sulle celebrazioni senza popolo e trasmesse in streaming, per richiamare l’orizzonte entro il quale porre il ministero sacerdotale: “È un ministero – ha detto – la cui libertà e pienezza ci è dato di vivere solo accettandone i legami: il legame con Dio, il legame con il suo popolo, il legame tra di noi.” 

Innanzitutto “la consapevolezza del primato radicale di Dio, il desiderio profondo di «vivere per lui» e di attestare in tutto, nell’attività come anche nell’impotenza, che Lui è veramente il centro pacificante della nostra vita. Inutile dire che tutto ciò chiede a noi, personalmente, come insieme del popolo santo e come presbiterio, una cura sempre più attenta della nostra vita spirituale, nella quale il primato di Dio sia anche visibilmente onorato ed effettivamente vissuto.”

Quindi il rapporto con il popolo di Dio: “Abbiamo percepito meglio, nell’emergenza – ha continuato mons. Gianotti – che il loro sacerdozio e il nostro sono «ordinati l’uno all’altro, poiché l’uno e l’altro, ognuno a suo proprio modo, partecipano dell’unico sacerdozio di Cristo. Mi chiedo se l’esperienza vissuta nella pandemia ci aiuterà a cercare le forme concrete per vivere questa reciprocità: proprio per uscire dall’auto referenzialità, per sentirci meglio partecipi gli uni dei doni degli altri.”

Infine il rapporto tra confratelli: “Sono convinto che i nostri cristiani sempre più capiscono e apprezzano tutto ciò che diventa espressione di un ministero vissuto in uno stile di vera fraternità, di rispetto e stima reciproca, di effettiva collaborazione, di riconoscimento dei doni diversi che ci caratterizzano nel presbiterio, di attenzione gli uni per gli altri e – anche tra noi – di cura particolare per chi è più fragile, malato, solo, stanco …”

Per ottemperare alle norme igieniche i sacerdoti hanno ricevuto la comunione uno ad uno, intingendo l’ostia nel calice del vino. A termine , dopo la foto di rito del vescovo Daniele con i sacerdoti festeggiati, un bel brindisi con torta speciale nel cortile dell’episcopio. Grazie e auguri a tutti i sacerdoti! 

Questo slideshow richiede JavaScript.

IL TESTO INTEGRALE DELL’OMELIA DEL VESCOVO DANIELE

Nelle settimane e mesi della fase più acuta dell’emergenza sanitaria, le immagini dei banchi delle chiese vuoti, durante le celebrazioni delle Messe, resteranno sicuramente tra le più caratteristiche ed emblematiche di una Quaresima e di una Pasqua assolutamente anomale. Sono immagini che rievocano anche discussioni e polemiche: era giusto che i preti celebrassero senza la presenza fisica dei fedeli? E che impressione davano queste celebrazioni diffuse attraverso le dirette streaming che in molti casi ci si è ingegnati a mettere insieme? Quanto hanno potuto contribuire a consolidare l’impressione di un ministero presbiterale «solitario» e quindi, in definitiva, «clericale»? 

Non voglio provare a rispondere a queste domande rimanendo su un piano «sociologico». Voglio invece prendere lo spunto da queste osservazioni, peraltro non molto approfondite, per richiamare piuttosto a me e a voi 1’orizzonte entro il quale mettere il nostro ministero quel ministero di cui vogliamo rendere grazie a Dio oggi, rinnovando davanti a Lui e alla Chiesa la nostra disponibilità a viverlo con dedizione e con gioia. 

Ma è un ministero che la cui libertà e pienezza ci è dato di vivere solo accettandone i legami, dentro ai quali soltanto possiamo essere più forti e generosi: il legame con Dio, il legame con il suo popolo, il legame tra di noi. 

1. «A Colui che ci ama e ci ha liberati dai nostri peccati con il suo sangue, che ha fatto di noi un regno, sacerdoti per il suo Dio e Padre, a lui la gloria e la potenza nei secoli dei secoli. Amen» (Ap 1,6): così abbiamo sentito leggere dall’Apocalisse. Gesù Cristo ha fatto di noi – e in questo noi dobbiamo includere certamente tutto il popolo di Dio – «un regno, sacerdoti per il suo Dio e Padre». Che cosa significhi, per i cristiani, essere «un regno, sacerdoti per Dio Padre», lo dice forse un po’ più esplicitamente il testo della prima lettera di Pietro: «Voi invece siete stirpe eletta, sacerdozio regale, nazione santa, popolo che Dio si è acquistato perché proclami le opere ammirevoli di lui, che vi ha chiamato dalle tenebre alla sua luce meravigliosa. Un tempo voi eravate non-popolo, ora invece siete popolo di Dio; un tempo eravate esclusi dalla misericordia, ora invece avete ottenuto misericordia» (lPt 9, 10). 

La nostra stessa esistenza di battezzati e di presbiteri attesta la misericordia di Dio, l’amore che ci è stato rivelato e comunicato in Cristo, il perdono di cui siamo stati gratificati. Non ci è chiesto di fare alcunché, al riguardo: e se nei mesi scorsi, in qualche momento, siamo stati presi dalla frustrazione di non poter esercitare il nostro ministero come avremmo voluto, se ci è sembrato di essere «servi inutili» nel senso meno nobile del termine, di non sapere proprio cosa fare, di fronte all’incertezza della situazione che stavamo vivendo e dei suoi sviluppi,  dovremmo ora pacificarci nel ricordare ancora una volta ciò che Dio, il Padre, ha fatto in Cristo, suo Figlio, per noi. 

La frustrazione del nostro attivismo ci ha forse inquietati. Spero che lasci in noi una rinnovata consapevolezza del primato radicale di Dio, il desiderio profondo di «vivere per lui» e di attestare in tutto, nell’attività come anche nell’impotenza, che Lui è veramente il centro pacificante della nostra vita. 

Inutile dire che tutto ciò chiede a noi, personalmente, come insieme del popolo santo e come presbiterio, una cura sempre più attenta della nostra vita spirituale, nella quale il primato di Dio sia anche visibilmente onorato ed effettivamente vissuto. 

2. Dio, in Cristo, ha fatto di noi «un regno, sacerdoti per Dio Padre». Come ho già detto, questo «noi» è il noi del popolo di Dio; e il «sacerdozio regale», la «nazione santa» di cui ci parlano i testi biblici, è di tutto il popolo dei battezzati. 

Lo sappiamo bene: ma nelle settimane e nei mesi scorsi siamo stati «costretti» a riconoscerlo meglio. Sì, sentivamo di celebrare l’Eucaristia anche in nome e a favore dei fedeli che non potevano essere presenti: ma percepivamo che la loro assenza non era insignificante né trascurabile. Soprattutto, abbiamo chiesto ai nostri cristiani di mettere in atto il loro sacerdozio battesimale nelle case, in famiglia, con i figli, in mezzo agli ammalati … 

Abbiamo percepito meglio, nell’emergenza, che il loro sacerdozio e il nostro sono «ordinati l’uno all’altro, poiché l’uno e l’altro, ognuno a suo proprio modo, partecipano dell’unico sacerdozio di Cristo. Il sacerdote ministeriale… forma e regge il popolo sacerdotale, compie il sacrificio eucaristico nel ruolo di Cristo e lo offre a Dio a nome di tutto il popolo; i fedeli, in virtù del loro regale sacerdozio, concorrono all’offerta dell’Eucaristia, ed esercitano il loro sacerdozio col ricevere i sacramenti, con la preghiera e il ringraziamento, con la testimonianza di una vita santa, con l’abnegazione e la carità operosa» (LG 10). 

Mi chiedo se l’esperienza vissuta nella pandemia potrà aiutarci non solo a ricordare meglio e più frequentemente queste parole del Concilio Vaticano II ma, soprattutto, ci aiuterà a cercare le forme concrete per vivere questa reciprocità: proprio per uscire dall’auto referenzialità, per sentirci meglio partecipi gli uni dei doni degli altri, per riconoscere e onorare nei fatti, e in uno stile corrispondente di Chiesa, 1’eminente sacerdozio di Cristo conferito a tutto il popolo santo di Dio. 

È in questa linea che dovremo continuare anche il ripensamento della nostra pastorale e di un impegno di evangelizzazione che lo Spirito potrà compiere con la collaborazione di tutto il popolo santo di Dio, e non soltanto di qualche «addetto ai lavori» specializzato. 

3. Il terzo legame che vorrei ricordare e richiamare a me e a tutti noi è quello che ci unisce nel presbiterio diocesano, quel presbiterio che proprio in questa Messa del Crisma vede la sua manifestazione più importante. 

Mi hanno molto rallegrato le notizie che mi arrivavano, qualche volta direttamente da voi, altre volte dall’uno o dall’altro dei vostri fedeli, a proposito di iniziative portate avanti insieme, come presbiteri di diverse comunità, nei momenti più difficili dell’emergenza. Soprattutto, mi ha colpito vedere che i nostri fedeli apprezzavano, gioivano di fronte alle manifestazioni anche visibili della nostra fraternità presbiterale. 

Non voglio generalizzare: ma sono convinto che oggi, più ancora che nel passato, i nostri cristiani siano sensibili alle espressioni della nostra fraternità Vogliono sentire il prete loro vicino – e qui, ancora una volta, non posso che esprimere la gratitudine più profonda per tutto quello che avete fatto nei mesi scorsi, in mezzo a mille difficoltà, per cercare di essere vicini ai vostri fedeli, alle famiglie, ai malati, ai poveri, alle persone in lutto … Tutto questo, ne siamo sicuri, le nostre comunità lo hanno percepito e apprezzato; e Dio, da parte sua, vede anche tutto ciò che non risulta visibile agli occhi del mondo. 

Ma, ripeto, sono convinto che i nostri cristiani sempre più capiscono e apprezzano tutto ciò che diventa espressione di un ministero vissuto in uno stile di vera fraternità, di rispetto e stima reciproca, di effettiva collaborazione, di riconoscimento dei doni diversi che ci caratterizzano nel presbiterio, di attenzione gli uni per gli altri e – anche tra noi – di cura particolare per chi è più fragile, malato, solo, stanco … 

Dicendo tutto questo, mi rendo anche conto delle mie deficienze; perché, so bene che le cose che vi ho appena detto sono anche un impegno particolare per me, vescovo: e so bene quanto sono mancante, al riguardo. Per questo, quando tra poco, nella rinnovazione delle nostre promesse presbiterali, vi chiederò di pregare per me, perché io «diventi ogni giorno di più immagine viva e autentica del Cristo sacerdote, buon pastore, maestro e servo di tutti», vi prego di mettere in questa preghiera anche la vostra misericordia per le mie deficienze. 

Anche l’emergenza dei mesi scorsi ci ha fatto sperimentare, credo, l’urgenza di confermare le forme di fraternità che già viviamo, e di cercarne ancora altre, diverse, variegate, ma che siano segno forte dell’unico presbiterio posto al s ervizio del popolo sacerdotale, perché l’amore liberante del Padre, il vangelo della misericordia che il Signore Gesù, unto dal Padre nella pienezza dello Spirito, è venuto a donare, raggiunga ancora e sempre l’uomo e il mondo, amati da Dio. 

Con il nostro Dio e Padre, con il suo popolo sacerdotale, con il presbiterio diocesano, viviamo dunque il ministero al quale il Signore Gesù ci ha voluto chiamare. E l’ormai imminente festa della Pentecoste rinnovi su tutta la nostra Chiesa e su ciascuno di noi l’effusione dello Spirito, ci doni la sua consolazione e forza e ci riempia di gioia nell’ esercizio del nostro ministero.