DOMENICA DELLE PALME: BENEDIZIONE DEGLI ULIVI E SANTA MESSA IN CATTEDRALE CON IL VESCOVO DANIELE

Inizio quest’oggi di una Settimana Santa assolutamente anomala, con le chiese vuote e i sacerdoti nelle loro parrocchie e il vescovo Daniele in cattedrale a celebrare la Domenica delle Palme a porte chiuse. Ma certamente anche in queste liturgie la presenza spirituale dei fedeli è grande. 

Questa mattina dunque il vescovo ha celebrato la solennità della domenica delle Palme, iniziando con la benedizione degli ulivi all’altare della Madonna, all’ingresso della cattedrale, accompagnato da un gruppo di canonici e dai ministranti che ne tenevano nelle mani un ramo. Negli anni scorsi la benedizione avveniva nella chiesa di San Bernardino e poi si snodava la processione fino alla cattedrale. Quest’anno la processione si è limitata all’interno della cattedrale stessa fino all’altare maggiore.

La solennità odierna è caratterizzata dalla lettura della Passione di Gesù (quest’anno secondo la versione di Matteo che è la più lunga tra i quattro Vangeli, perché ingloba anche il racconto dell’Ultima cena). Il “Passio” è stato letto dal diacono (che ha prestato la voce a Gesù) e da due accoliti (il cronista e la voce di tutti gli altri protagonisti).

Il vescovo Daniele ha sottolineato come, in questo racconto, Gesù parli pochissimo: il suo dialogo è con il Padre. Parlano gli altri, in particolare Pietro di cui si narra il triplice rinnegamento: ultime parole dell’apostolo che, nello stesso Vangelo di Matteo, aveva professato solennemente la sua fede nel Figlio di Dio, ricevendo da Gesù le chiavi del Regno.

Continuando mons. Gianotti ha affermato che “tutto il racconto della Passione di Gesù secondo Matteo è una conferma della professione di fede di Pietro, ma è una conferma paradossale.” E ha citato le numerose affermazioni della divinità di Cristo oggetto di scherno, nonché l’ultima – sincera – del centurione.

“Il problema – ha concluso – è far fronte alle irrisioni o al sarcasmo a cui la fede viene esposta; è far fronte al rischio di irrilevanza della fede, all’indifferenza, o anche solo alla tentazione di considerare la fede un capitolo secondario della nostra vita, o anche una consolazione a buon mercato.” Se vogliamo che la nostra fede sia fondamento di una speranza salda, facciamo come Pietro: “chiediamo perdono a Gesù Crocifisso della fragilità della nostra fede e lasciamo che sia il Signore, nella sua Pasqua, a riaprire per noi la strada che ci permetterà di seguirlo fino alla fine.”

Al termine della celebrazione il vescovo Daniele ha ringraziato coloro che hanno seguito la santa Messa via RadioAntenna5 e sul canale you tube de Il Nuovo Torrazzo e ha ricordato il calendario delle celebrazioni della Settimana Santa. 

IL TESTO DELL’OMELIA DEL VESCOVO DANIELE

Dopo l’ascolto del lungo racconto della Passione del Signore secondo Matteo – è il più lungo racconto dei racconti passione che troviamo nei vangeli – conviene che le parole siano brevi, guardando anche all’esempio del Signore: il quale, soprattutto nella parte più drammatica della Passione, dopo l’arresto, parla pochissimo con gli uomini mentre (lo si intuisce) prolunga il dialogo con il Padre, incominciato nel Getsemani e concluso, almeno nella vita terrena, con la drammatica invocazione sulla Croce: «Elì, Elì, lemà sabactàni?».

Parlano di più gli altri, i capi del popolo, Pilato, i soldati, le folle, e anche i discepoli. Parla anche Pietro, anche se la sua parola prevalente è fatta di negazioni, è quel «no» ripetuto fino al giuramento, fino a dire: «Non conosco quell’uomo» (Mt 26, 74).

Qualcuno ha notato che questa, nel vangelo di Matteo, è l’ultima parola che sentiamo dire da Pietro. Nel vangelo di Matteo: cioè in quel vangelo nel quale la professione di fede di Pietro nei confronti di Gesù è stata riportata e sottolineata con una forza che non ha paragoni con gli altri vangeli.

Pietro, che alla domanda di Gesù ai discepoli: «Ma voi, chi dite che io sia?», aveva risposto: «Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente», si era sentito dire da Gesù: «Beato sei tu, Simone, figlio di Giona, perché né carne né sangue te lo hanno rivelato, ma il Padre mio che è nei cieli. E io a te dico: tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia Chiesa e le potenze degli inferi non prevarranno su di essa. A te darò le chiavi del regno dei cieli…» (16, 15-19).

Ecco, le chiavi del Regno Gesù le ha affidate a quest’uomo, a questo discepolo che lo ha rinnegato per tre volte, e che nell’ultimo sguardo che l’evangelista posa su lui solo ci viene presentato mentre piange amaramente.

Tutto il racconto della Passione di Gesù secondo Matteo è una conferma della professione di fede di Pietro, ma è una conferma paradossale.

Al sommo sacerdote, che chiede solennemente a Gesù: «Ti scongiuro, per il Dio vivente, di dirci se sei tu il Cristo, il Figlio di Dio», Gesù risponde di sì: «Tu l’hai detto» (27, 64); ma questa professione di fede viene subito dichiarata una bestemmia che merita la morte (cf. vv. 65-66). E diventa subito anche oggetto di derisione, di scherno: i soldati lo schiaffeggiano prendendolo in giro: «Fa’ il profeta per noi, Cristo! Chi è che ti ha colpito?» (v. 68); è oggetto dell’accusa davanti a Pilato («… ‘che farò di Gesù, chiamato Cristo?’. Tutti risposero: ‘Sia crocifisso!’» (27, 22); ritorna nelle prese in giro e nelle sfide sotto la croce: «È il re d’Israele; scenda ora dalla croce e crederemo in lui. Ha confidato in Dio; lo liberi lui, ora, se gli vuol bene. Ha detto infatti: “Sono Figlio di Dio”!» (vv. 42-43). E ritornerà, finalmente, nelle parole dei pagani, del centurione e degli altri soldati sotto la croce: «Davvero costui era Figlio di Dio!» (v. 54).

Sì, non dobbiamo essere troppo duri con Pietro. Per lui, come per noi, il problema non è professare la fede a parole, anche sincere e generose, come quando Pietro diceva, qualche ora prima del suo rinnegamento: «Anche se dovessi morire con te, io non ti rinnegherò» (26, 35).

Il problema è far fronte alle irrisioni o al sarcasmo a cui la fede viene esposta (non possiamo parlare, per noi, di persecuzioni, ma certo per altri cristiani sì); è far fronte al rischio di irrilevanza della fede, all’indifferenza, o anche solo alla tentazione di considerare la fede un piccolo settore, un capitolo in definitiva secondario della nostra vita, o anche una consolazione a buon mercato.

Se vogliamo che anche oggi, anche – in concreto – nella situazione di emergenza e crisi che stiamo vivendo, la fede sia fondamento di una speranza salda, di una parola forte di fiducia e incoraggiamento, di un impegno generoso e del dono di noi stessi nella carità, facciamo come Pietro: riconosciamo davanti a Gesù crocifisso la fragilità della nostra fede, la superficialità dei nostri propositi, chiediamone perdono e lasciamo che sia il Signore, nella sua Pasqua, a riaprire per noi la strada che ci permetterà di seguirlo fino alla fine.

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