CORONAVIRUS – Cos’è, cosa fare, cosa lascerà. Nostra intervista al dottor Stefano Aiolfi

Primari dell'Ospedale Maggiore di Crema impegnati da settimane nell'emergenza
 In questi giorni di emergenza, abbiamo rivolto alcune domande a un esperto medico conosciuto da tutti, il dottor Stefano Aiolfi. Già direttore – ora in pensione – del reparto di Pneumologia dell’Ospedale Maggiore di Crema e attualmente vicepresidente della Fondazione Benefattori Cremaschi, ci aiuta a comprendere ciò che stiamo vivendo.

Da dove viene il nuovo virus?

“La comparsa di nuovi virus patogeni per l’uomo, presenti in precedenza solo nel mondo animale, è un fenomeno ampiamente conosciuto e si pensa che possa essere alla base anche dell’origine del nuovo Coronavirus (SARS-CoV-2). Al momento si sta ancora cercando di identificare la fonte dell’infezione. Ricordiamoci che il 60% delle infezioni emergenti che provocano malattia nel genere umano sono ‘zoonosi’, cioè originano negli animali, e più del 70% di esse derivano dagli animali selvatici”.

Cos’è in definitiva questa malattia?

“È una malattia respiratoria che si presenta con una forma particolare di polmonite che può colpire uno o, più spesso, entrambi i polmoni che non sono più in grado di catturare l’ossigeno presente nell’aria, con la conseguente comparsa di un’insufficienza respiratoria. La forma può essere molto grave, fino alla morte, nonostante la somministrazione di ossigeno ad alti flussi o di ventilazione artificiale in rianimazione. I sintomi d’esordio sono febbre – a volte anche molto elevata – tosse, raffreddore, perdita dell’olfatto e del gusto, talvolta cefalea, diarrea e vomito e soprattutto fatica a respirare. Il dramma è che tale fatica può diventare rapidamente più grave (fame d’aria) fino a divenire insostenibile. In questi casi non bisogna aspettare oltre e si deve chiamare il 112”.

Sull’argomento sono circolate diverse voci, soprattutto in rete, ma vogliamo il parere di un esperto: come mai il virus sembra infettare di più le persone occidentali e caucasiche e meno quelle di colore o di altre etnie? È un fattore genetico o hanno anticorpi diversi? È vero il discorso legato alla vaccinazione da TBC?

“Nessun continente è risparmiato. Il problema è riuscire a contenere la diffusione dell’infezione, che purtroppo è già pandemia, al fine di tentare di ridurne la mortalità. Inoltre, va sottolineato che il virus non ha nessuna preferenza per etnie o colori della pelle, né tantomeno con anticorpi o fattori genetici particolari. Per quanto riguarda la TBC, che rappresenta ancora oggi una delle 10 principali cause di morte nel mondo, essa è presente in ogni continente, soprattutto nel Sud Est Asiatico (in particolare India e Cina). L’Italia è un Paese a bassa incidenza di TBC dove vengono notificati ogni anno circa 4.000 nuovi casi. Il vaccino per la TBC non ha nulla a che vedere con il Coronavirus: la TBC è infatti provocata da un batterio e non da un virus e non si capisce come le due cose possano stare insieme. Oltretutto, non bisogna confondere con la vaccinazione il test della tubercolina, che serve per sapere se un soggetto è già venuto in contatto con il microbo della TBC. Per quest’ultima la vaccinazione si pratica attualmente solo ai bambini piccoli o ai neonati di madri malate di TBC. Per rispondere ora alla domanda sulle etnie colpite, è spiacevole dover riconoscere che gli italiani abboccano spesso alle bufale che vengono diffuse da individui anonimi. Sicuramente da noi gli extracomunitari si stanno rivelando più ligi al rispetto delle normative varate relative allo stare in casa”.

Nei neonati e bambini i casi sono pochi. Come mai? Quali misure bisogna adottare per proteggerli il più possibile?

“Alcune persone si infettano, ma non sviluppano alcun sintomo. Generalmente i sintomi sono lievi, soprattutto nei bambini e nei giovani adulti, e a inizio lento. Circa 1 su 5 adulti con Covid-19 si ammala gravemente e presenta difficoltà respiratorie, richiedendo il ricovero in ambiente ospedaliero. I bambini, come tutti gli adulti, vanno protetti impedendo loro di venire in contatto con persone malate o positive”.

Quali sono le persone più a rischio di presentare forme gravi di malattia?

“Le persone anziane e quelle con malattie sottostanti, quali ipertensione, problemi cardiaci o diabete e i pazienti immunodepressi (per forma congenita o acquisita o in terapia con immunosoppressori, o trapiantati, o tumorali), che hanno maggiori probabilità di sviluppare forme gravi di malattia. Ricordiamo però che anche i giovani, sotto i 50 anni, possono esserne colpiti”.

In situazioni come questa si comprende come la salute sia tutto…

“Come ho già detto, si può passare da un malessere generico a un vero e proprio dramma che lascerà conseguenze soprattutto nello spirito per molto tempo. Ci sono momenti nella vita che rimangono impressi per sempre nella nostra coscienza, anche collettiva. Chi non ricorda l’11 settembre 2001, quando gli aerei dei terroristi distrussero le torri del World Trade Center? Oppure l’incidente mortale della principessa Diana? O, ancora, la crisi finanziaria del 2008? Lo stesso succederà quando avremo superato l’infezione da Covid-19. È in momenti come questi che ci accorgiamo di quanto sia importante ripensare al nostro mondo e al nostro ruolo in questa società”.

L’emergenza e l’isolamento in casa mettono alla prova i rapporti umani e la resistenza psicologica. Cosa consiglia di fare per evitare crolli umani?

“Secondo alcuni psicologi gli effetti del Coronavirus sulle relazioni intime si stanno già vedendo. Sicuramente l’epidemia potrà essere un test sulla tenuta di molti matrimoni, proprio come lo furono in passato alcuni disastri naturali. Vi sono proiezioni negative anche sull’aumento degli incidenti da violenza domestica o su abusi psicologici da convivenza forzata per lunghi periodi, in coppie fragili. Chi racconta questo può sembrare un profeta di sventure, in realtà i livelli di stress potrebbero essere tanto alti da sfuggire di mano. Lo stesso smart working, cioè il telelavoro da portare avanti a domicilio, può rappresentare un fattore di tensione per la contemporanea necessità di far fronte a impegni domestici in precedenza gestiti fuori casa: penso alla presenza di figli piccoli da accudire in modo diverso. Ecco perché è necessario che questa situazione duri il più breve tempo possibile, e nel caso, che si abbia il coraggio di parlarne tra i coniugi”.

Secondo lei si arriverà a trovare una cura certa e un vaccino? I tempi? I tentativi di cura con medicinali usati per altro aiutano?

“Si stanno sperimentando numerosi schemi di terapia con associazione di farmaci. Non abbiamo ancora dati certi ed è meglio lasciare tranquilli i medici che stanno portando avanti tali protocolli, che sono sempre comunque pesanti, anche dal punto di vista psicologico, perché non se ne conoscono i risultati. La Clorochina per l’artrite reumatoide è anch’essa in fase di prova. Il vaccino alla fine arriverà, come sono arrivati i vaccini per le varie forme virali già note. Speriamo che poi non si riparta con i ‘NOVax’ dimenticando questi tragici momenti”.

Cosa sta facendo per dare una mano?

“In primis sto cercando di dare una mano ‘in casa’ gestendo, quando serve, i miei nipotini e permettendo ai loro genitori di esercitare la loro professione. Poi sono molto contento di essere coinvolto da molti medici di base che mi telefonano per avere consulenze veloci e per discutere casi di pazienti Covid che sono a domicilio in carico a loro. Questo mi fa sentire molto utile per i pazienti e i colleghi, ma anche perché posso contribuire a ridurre gli accessi in Pronto Soccorso, già intasato da casi più gravi e complessi”.

E i nostri nonni? Sia quelli nelle case di riposo sia quelli a casa: cosa fare per loro?

“I nonni in generale sono una categoria molto fragile per l’età, ma soprattutto per la presenza di diverse patologie. È difficile trovare un ultrasessantacinquenne che non assuma almeno 3-4 medicine ogni giorno. Ciò significa che loro sono molto più esposti alle conseguenze peggiori della forma più grave di infezione. Condivido appieno la sospensione delle visite ai ricoverati nelle case di riposo o in istituti di riabilitazione, ma lo stesso deve valere per i nonni che sono nel loro domicilio. La maniera più certa per ridurre il contagio è quella di non frequentare altra gente e di starsene a casa. Limitare le uscite anche per la spesa e, se possibile, chiedere aiuto ai vicini più giovani. So che in molti condomini, dove vivono anziani e giovani, sono comparsi cartelli sui quali i giovani si rendono disponibili. Che bello! Stiamo riscoprendo la solidarietà!”.

Da vicepresidente della Fondazione Benefattori Cremaschi, cosa pensa della realizzazione al Kennedy di un reparto per pazienti post-Covid clinicamente guariti e dimissibili dagli ospedali del territorio?

“Esiste una sola risposta ponderata a questa domanda. Intanto, sottolineo che la richiesta di attivazione riguarda un reparto delle Cure Intermedie del Kennedy. Cancelliamo quindi tutte le chiacchiere sul coinvolgimento della Rsa di via Zurla. Inoltre, sulla base della nostra e altrui esperienza, saranno attivate fin da subito le misure di sicurezza per i pazienti ricoverandi e per gli operatori sanitari dedicati in modo esclusivo. Il reparto sarà isolato dagli altri e avrà percorsi specifici. L’attivazione presenta inoltre un motivo di opportunità logistica: permettere ai soggetti Covid clinicamente guariti (cioè senza più sintomi di malattia in atto), ma bisognosi di una riabilitazione estensiva, di restare inseriti nel loro ambiente sociale, vicini alle loro famiglie e agli amici, invece di essere ‘spediti’ in strutture lontane. C’è poi una ragione etica: con quale giustificazione si possono tenere letti vuoti e personale sanitario preparato e competente disoccupato, e costringere i malati post-Covid clinicamente guariti a ricoveri lontani da casa o a restare in ospedali per acuti a occupare impropriamente posti letto che servono invece a chi arriva in Pronto Soccorso e rischia di essere inviato in strutture sanitarie lontane, anche fuori regione? È nella nostra mission rispondere ai bisogni riabilitavi qualificati, in primis ai residenti nel territorio cremasco. Certo, nessuno si nasconde dietro l’evenienza di casi particolarmente difficili che potrebbero non farcela, ma la Centrale Unica Regionale di smistamento dei convalescenti non dimissibili ha garantito di inviarci pazienti a bassa intensità assistenziale, alcuni ancora in terapia con il solo ossigeno a bassi flussi e in grado di iniziare il trattamento riabilitativo. Il nostro obiettivo sarà quello di recuperare in ciascuno il massimo possibile con competenza, dedizione e umanità, con l’aiuto anche dei parenti che, speriamo presto, potranno tornare a visitarli, confortarli e spronarli verso il ristabilimento massimo raggiungibile. La nostra sarà una solidarietà qualificata”.