A UN ANNO E MEZZO DAL RAPIMENTO: PIÙ VICINI A PADRE GIGI

Sono 18 mesi che padre Gigi è stato rapito in Niger, quel 17 settembre 2018. Come il 17 di ogni mese, anche questa sera, alle ore 20.30, la comunità diocesana ha pregato per la sua liberazione. Una preghiera assolutamente particolare, in una cattedrale a porte chiuse, dato lo stato di emergenza, con il vescovo Daniele, affiancato da alcuni sacerdoti e dai ministranti, unito a tutti i fedeli mediante la diretta di Radio Antenna5.

Essendo quaresima è stato scelto di contemplare, nella veglia, sette stazioni della Via Crucis, con letture di brani della Lettera agli Efesini (che il vescovo ha indicato per il cammino spirituale di quest’anno) affiancate da riflessioni tratte da alcuni scritti di Padre Gigi. Scritti che si riferivano a situazioni che coinvolgono la sofferenza di bimbi e ragazzi africani: il pensiero e la preghiera intanto andavano ai bambini del mondo intero e in particolare a quelli siriani, vittime di dieci anni di una guerra assurda. 

Coloro che erano collegati con Radio Antenna5 sono stati invitati ad accendere una candela. In cattedrale sono state portate all’altare, via via, una grande lampada (per indicare l’anno) e altre otto più piccole per indicare l’intero periodo di prigionia del missionario cremasco. Sull’altare le immagini della via Crucis su manifesti che venivano via via cambiati.

Le sette stazioni sono state: Gesù viene caricato della croce, Gesù cade sotto il peso della Croce, Gesù incontra le donne, Gesù aiutato dal cireneo, Gesù consola le donne, Gesù è inchiodato sulla croce; Gesù muore in croce.

Di seguito Marzia ha letto la testimonianza di due coniugi di Padova, Piero e Rosetta, che continuano nella preghiera ad alimentare la speranza della liberazione dell’amico padre Gigi e lo considerano oggi, nella prigionia, un missionario contemplativo. “Una missione che continua in modo diverso, ma che porterà certamente dei frutti, scrivono. È l’essere innamorati di Dio che fa missionari, è la gioia del Vangelo che spinge alla missione: la gioia che ha spinto sempre padre Gigi verso il Niger: è stata la sua forza anche nei momenti più difficili e certo non l’abbandona ora.” 

Al termine tutti insieme, in comunione con padre Gigi, si è recitata la preghiera per l’Africa: Eccomi, Signore dinanzi a Te. Ti prego perché l’Africa conosca Te e il Tuo Vangelo…

Prima di concludere, ha preso la parola il vescovo Daniele. “Per 17 mesi abbiamo pregato con sofferenza, fiducia e passione per ottenere la libertà di padre Gigi. Forse negli ultimi tempi abbiamo dubitato che ne valesse ancora la pena e ci siamo chiesti se dobbiamo continuare a pregare. Ma la parola del Signore ci invita a pregare senza stancarci perché Dio tocchi il cuore di coloro che tengono prigioniero padre Gigi e li porti alla sua liberazione.”

Il vescovo ha ricordato, come segno di speranza, i due giovani, rapiti tre mesi dopo il missionario cremasco, nelle sue stesse zone e liberati nel fine settimana. Un segnale che fa ben sperare.

“Abbiamo pregato per 17 mesi – ha ribadito mons. Gianotti – per sentirci in comunione con padre Gigi. Ma ci mancava come Chiesa e anche come comunità civile una vera immedesimazione nella sua situazione: ebbene questi giorni che stiamo vivendo, questa emergenza che ha afferrato le nostre vite, ci fa capire di più la sua tribolazione, ci fa non solo sentire, ma essere davvero uniti a lui nella sofferenza e nella speranza. 

Comprendiamo cosa significhi essere limitati nella nostra libertà, anche se per noi ancora in modo abbastanza sopportabile, potendoci sentire e aiutandoci a vicenda. Padre Gigi non ha contatti che con i suoi rapitori. Comprendiamo meglio quale sia il dono della libertà di cui spesso abusiamo. Cosa sia il rapporto con le comunità dei credenti: i preti e i fedeli che non riescono più ad incontrarsi. E comprendiamo meglio come padre Gigi soffra la lontananza dalla su comunità di Bomoanga. Cosa significhi per padre Gigi non poter celebrare l’Eucarestia per un anno e mezzo. Oggi possiamo capire meglio perché in modo diverso lo viviamo anche noi. Capiamo cosa vuol dire com-patire, portare il peso gli uni per gli alti. Tutto questo darà più forza alla nostra preghiera.”

E ha concluso citando il versetto del Qoèlet: “C’è un tempo per abbracciare e un tempo per astenersi dagli abbracci”. “Per padre Gigi – ha concluso – il tempo di astenersi dura da un anno e mezzo, per noi da qualche settimana. Ci conceda il Signore di vedere presto la fine di questo tempo, per lui e per noi e che la Pasqua che ci aspetta, festa della libertà donata da Dio, ci faccia tutti risorgere nell’abbraccio dell’amore di Dio e in quello che potremo scambiarci tra noi in una rinnovata vera fraternità alla quale anche questi tempi difficili ci stanno educando.”

Il vescovo ha ringraziato tutti coloro che hanno organizzato la Veglia e aiutato a trasmetterla. Ha invitato a pregare per don Benedetto Tommaseo, le cui condizioni di salute sono particolarmente serie e anche per gli anziani nelle case di riposo che stanno vivendo un momento veramente difficile. 

Poi ha annunciato la rubrica che verrà attivata da domani sui nostri siti dalle commissioni diocesane: SIAMO CASA, SIAMO CHIESA: “Rubrica – ha detto – con la quale vogliamo raggiungere tutti: il nostro essere Chiesa si può vivere anche nelle nostre case.”