Don Gabriele Frassi commenta il Vangelo di domani, domenica 26 gennaio

Don Gabriele Frassi

Di seguito proponiamo il passo del Vangelo e il relativo commento di domani,domenica 26 gennaio.

IL VANGELO DI MATTEO 4, 12-23

Quando Gesù seppe che Giovanni era stato arrestato, si ritirò nella Galilea, lasciò Nàzaret e andò ad abitare a Cafàrnao, sulla riva del mare, nel territorio di Zàbulon e di Nèftali, perché si compisse ciò che era stato detto per mezzo del profeta Isaìa: «Terra di Zàbulon e terra di Nèftali, sulla via del mare, oltre il Giordano, Galilea delle genti! Il popolo che abitava nelle tenebre vide una grande luce, per quelli che abitavano in regione e ombra di morte una luce è sorta». Da allora Gesù cominciò a predicare e a dire: «Convertitevi, perché il regno dei cieli è vicino». Mentre camminava lungo il mare di Galilea, vide due fratelli, Simone, chiamato Pietro, e Andrea suo fratello, che gettavano le reti in mare; erano infatti pescatori. E disse loro: «Venite dietro a me, vi farò pescatori di uomini». Ed essi subito lasciarono le reti e lo seguirono. Andando oltre, vide altri due fratelli, Giacomo, figlio di Zebedèo, e Giovanni suo fratello, che nella barca, insieme a Zebedeo loro padre, riparavano le loro reti, e li chiamò. Ed essi subito lasciarono la barca e il loro padre e lo seguirono. Gesù percorreva tutta la Galilea, insegnando nelle loro sinagoghe, annunciando il vangelo del Regno e guarendo ogni sorta di malattie e di infermità nel popolo.

IL COMMENTO

La pagina evangelica che in questa terza domenica del tempo ordinario, “la domenica della Parola di Dio”, la liturgia ci consegna possiede un’intensità ed una forza importanti. Gesù, dopo il battesimo di Giovanni e un prolungato tempo nel deserto dove vive la drammatica esperienza delle tentazioni da parte di Satana, decide di lasciare i luoghi della sua infanzia e della sua giovinezza, Nazareth appunto, per spingersi fino a Cafarnao.
Il deserto, le tentazioni sono per Cristo il luogo dove può ascoltare, accogliere, discernere e finalmente decidersi per la volontà del Padre.
È una scelta forte sia sul versante dei suoi affetti come anche in riferimento a ciò che gli sta innanzi: è infatti lui l’Agnello che col suo sacrificio pasquale libererà l’umanità dal peccato. Inoltre l’evangelista Matteo, uomo dotto nelle scritture, riportando la citazione del profeta Isaia, non solo trova il nesso, ma anche il compimento tra ciò che fu detto in riferimento alle terre di Zabulon e di Neftali e quella che è la scelta di Gesù. Il Messia infatti inizia l’annuncio del Regno, che è annuncio di conversione e di liberazione, là dove le popolazioni ebraiche avevano conosciuto l’umiliazione del fallimento, della sconfitta e della schiavitù da parte dell’invasore assiro nell’ottavo secolo a.C. Ciò che era considerato impuro dal rigorismo ebraico a causa della contaminazione con i pagani, attrae immediatamente la cura e la disponibilità del Signore: “per quelli che abitavano in regione e ombra di morte una luce è sorta”. Addirittura a Cafarnao stabilisce di abitarvi, di mettere su casa, esplicitando il desiderio di esserci, di condividere, di ascoltare, di accogliere e di amare.
Questo rende altresì più credibile il suo invito alla conversione, non tanto come gesto isolato e sterile, quanto piuttosto come cambio di mentalità, di stile nel vissuto nella prospettiva reale e non apparente del ritorno a Dio. Convertirsi comporta un lasciare e nel contempo un assumere, un prima e un dopo. Inoltre la conversione pone in atto un processo che diventa un continuum che abbraccia la totalità della persona nel suo cammino quotidiano.
Non a caso all’invito alla conversione segue la chiamata dei primi discepoli: Pietro e Andrea, Giovanni e Giacomo. È interessante quanto il tema della conversione e quello della vocazione siano correlati: vi è un lasciare e un assumere. La domanda di Dio non si ferma mai alla privazione ma prosegue nell’acquisizione di un bene più grande: “vi farò pescatori di uomini”. Addirittura Giacomo e Giovanni lasciano il vecchio padre solo con i garzoni: la chiamata di Gesù va a toccare nell’essenza anche la stessa esperienza affettiva della persona perché  “chi ama il padre e la madre più di me non è degno di me”. È l’incontro con Cristo che riqualifica e purifica la dimensione dell’amore prospettandolo nell’orizzonte dell’offerta e del dono e liberandolo dalla logica del possesso e del dominio.
L’ultima parte del brano evangelico descrive a sommi capi l’agire di Cristo: insegna nelle sinagoghe, proclama la buona notizia del Regno, cura malattie e infermità. Il suo passaggio, è proprio il caso di dirlo, non lascia indifferenti coloro che hanno la possibilità di incontrarlo. La capacità attrattiva della sua persona è declinata poi in parole e gesti di liberazione dal male fisico ma principalmente da quel male interiore della persona che non trova in sé il senso ultimo del suo essere, perdendosi così in una tristezza esistenziale. Ben venga allora che anche noi, come Pietro, possiamo dire: “Signore, da chi andremo? Tu hai parole di vita eterna; noi abbiamo creduto e conosciuto che tu sei il Santo di Dio”.