Il commento al Vangelo di domani, domenica 27 ottobre

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Di seguito proponiamo il passo del Vangelo di domani, domenica 27 ottobre e il relativo commento.

VANGELO: Lc 18, 9-14

In quel tempo, Gesù disse ancora questa parabola per alcuni che avevano l’intima presunzione di essere giusti e disprezzavano gli altri: «Due uomini salirono al tempio a pregare: uno era fariseo e l’altro pubblicano.
Il fariseo, stando in piedi, pregava così tra sé: “O Dio, ti ringrazio perché non sono come gli altri uomini, ladri, ingiusti, adùlteri, e neppure come questo pubblicano. Digiuno due volte alla settimana e pago le decime di tutto quello che possiedo”.
Il pubblicano invece, fermatosi a distanza, non osava nemmeno alzare gli occhi al cielo, ma si batteva il petto dicendo: “O Dio, abbi pietà di me peccatore”.
Io vi dico: questi, a differenza dell’altro, tornò a casa sua giustificato, perché chiunque si esalta sarà umiliato, chi invece si umilia sarà esaltato».

IL COMMENTO AL VANGELO

La bellissima pagina del Vangelo di Luca di oggi ci apre il cuore a una profondità, da cui non possiamo scappare. La parola ci interroga, con dolcezza e profondità. Mette davanti ai nostri occhi il nostro cuore. Un fariseo e un pubblicano – secondo la parabola – salgono al tempio. Sono due cuori, due realtà presenti tante volte nella stessa persona; e può prevalere l’uno o l’altro a seconda del rapporto che noi abbiamo con il Signore. San Benedetto dice che l’icona del monaco è il pubblicano nel tempio che si batte il petto, e lo dice al termine del capitolo settimo sull’umiltà. Non un uomo perfetto, non un angelo che vola verso il cielo. Questo vuol dire che il monaco è un uomo che sta camminando, probabilmente ha iniziato come il fariseo di questo Vangelo e piano piano deve arrivare a essere come il pubblicano. Il cammino è questo. C’è una persona dentro di noi che deve essere trasformata. Il fariseo e il pubblicano sono dentro di noi, ma se uno ha un rapporto di verità e d’intimità con Gesù, il fariseo giorno dopo giorno si trasforma nel pubblicano.
Cosa fa il fariseo? Dice al Signore: “Ti ringrazio perché non sono come gli altri uomini”… Mamma mia che affermazione. Il fariseo è uno che accusa, il pubblicano invece si accusa. Se pensiamo a quanto ho detto all’inizio, che cioè il fariseo che è dentro di noi e che – giorno dopo giorno – dobbiamo spostare l’ago della bilancia verso il pubblicano, vuol dire che la conversione ti porta a essere un uomo e una donna che passa dall’accusare gli altri ad accusare se stesso, come fanno i Santi, senza neanche chiedersi più dove si è perché tanto ci si abbandona alla Misericordia di Dio.
Ecco quello che chiede San Benedetto: far sì che questo fariseo che è dentro di noi, piano piano, giorno dopo giorno, lasciandosi macerare dal Signore, dalla parola e anche dalle proprie sconfitte, dalle proprie umiliazioni, cambia il cuore a somiglianza di quello del pubblicano.
Tante volte il fariseo è proprio dentro di noi: “Ti ringrazio – diciamo al Signore – io non sono come gli altri uomini. Io faccio tutto bene. Io pago le decime, faccio l’elemosina, digiuno”. Potremmo dire per ciascuno di noi: “Compio atti di carità, vado a Messa tutte le domeniche”, ma sostanzialmente il mio “io” prende il posto di Dio. Il fariseo si fa idolo di se stesso: quante volte accade anche noi? Non ho bisogno di Dio. A Dio non devo nulla. Quanto orgoglio, quanta adorazione di se stessi. Ed è facile che quanto facciamo, quanto diciamo, quanto compiamo, quanto pensiamo ci faccia sentire come Dio. Io sono bravo, io sono un genio, io, io, io… Non è difficile prendere la strada dell’adorazione di se stessi e di sostituirsi al Dio mite e umile di cuore, al Gesù che pende dalla croce.
L’esperienza del fariseo è che lui non si sente inconsolabile davanti a Dio. Bisogna invece fare l’esperienza del dolore, del sentire il proprio peccato, del dolore di fare male al Signore. Il dolore di Pietro, della Maddalena, di San Paolo, il dolore di tanti uomini e donne che hanno sbagliato tanto nella vita, ma poi quando si sono accorti dell’infinito amore di Dio sono diventati inconsolabili. Ecco bisogna che anche noi percepiamo fino in fondo il nostro nulla, per spezzare questo idolo di noi stessi.
Inconsolabili davanti a Dio, come Pietro che ha tradito l’uomo che lo amava di più, che ha tradito l’uomo che lui amava di più, e il suo dolore diventa inconsolabile. Quando Pietro diventa di nuovo capace di guardare negli occhi? Quando si sente di nuovo guardato con infinito amore? Il fariseo non sente lo sguardo di Dio su di sé, ha solo il suo sguardo su di sé. Allora chiediamo per grazia di divenire inconsolabili davanti a Dio, di essere proprio come il pubblicano del Vangelo: è la buona notizia che, quando sei inconsolabile per tutta la tua storia, Dio pone lo sguardo su di te, Dio ascolta la tua preghiera.
La preghiera del fariseo rimane a terra, non s’innalza verso il cielo; la preghiera di un pubblicano invece, di tutti coloro che sono inconsolabili davanti a Dio, per il loro niente, sale a Dio. Anzi, possiamo dire, che è Dio stesso che la viene a prendere e la fa salire. L’accusa di sé, di noi stessi ci salva la vita, perché la vera umiltà sta nell’esperienza di sentire nella carne il proprio nulla. E allora tutto diventa accessibile perché lo rimettiamo nelle mani Dio.
L’umiltà diventa esercizio di carità. San Paolo nella lettera a Timoteo dice: “Io sto già per essere versato in offerta, io sono a terra, io sono in ginocchio. Rimane solo l’offerta della mia vita, io ho speso tutto per il Signore”. Ecco, San Paolo è proprio come questo pubblicano. Che cosa ho di grande? Ho conservato la fede, l’umiltà, la capacità di rivolgermi al mio Signore. Io mi chiedo: perdiamo gli anni migliori della nostra vita a dimostrare a tutti che siamo, che valiamo, che contiamo. Sprechiamo tante energie per dimostrare che noi ci siamo, che abbiamo bisogno di essere considerati, apprezzati, esaltati, e facciamo di tutto, e a volte facciamo anche le scarpe agli altri fratelli. E il Vangelo ha il coraggio di dirci che è tutto inutile, perché la strada è esattamente il contrario, la strada è quella dell’abbassamento, della consegna, della libertà, del riconoscimento del proprio nulla che viene esaltato da Dio. E dopo Dio farà tutto al nostro posto. Gli uomini più grandi, le donne più grandi, come Maria, come Pietro, come Paolo sono quelli che hanno capito ciò e questi sono i nostri veri maestri, i nostri fratelli maggiori. Che il Vangelo di oggi ci apra gli occhi del cuore per non perdere altro tempo. Amen

Madre Maria Emmanuel Corradini, OSB
Badessa Monastero Benedettino San Raimondo – Piacenza