ROBOTICA EDUCATIVA – Una settimana nel carcere minorile di Cagliari

Robotica
Il racconto di un’esperienza estiva fuori dal comune; la scelta di trascorrere parte delle ferie
all’interno di un carcere minorile, perché anche lì si può, anzi si deve, imparare, apprendere, crescere…
“Discorrendo su come questo mondo, complesso e difficile stia perdendo la sfida educativa con i giovani, soprattutto quelli in emergenza sociale, è nata la voglia di accettare l’idea (o meglio, la sfida) della ex direttrice del carcere minorile Quartucciu di Cagliari, Giovanna Allegri, di realizzare un laboratorio di Robotica Educativa all’interno dell’istituto penale, come un’opportunità per i giovani detenuti di conoscere e sperimentare uno dei nodi della rivoluzione tecnologica che la nostra società sta vivendo”.
Proposta accettata e realizzata nell’ultima settimana di luglio da Donatella Tacca, insegnante di Informatica e di Robotica all’Iis G. Galilei di Crema e dal psicologo Silvio Bettinelli, responsabile della Formazione del personale dell’Asst di Crema per oltre 20 anni (nella fotografia).
Giovanna ci conferma che la quasi totalità dei giovani detenuti non ha avuto rapporti facili con la scuola, con tante bocciature e abbandoni precoci. “Proporre un laboratorio di Robotica Educativa sarebbe stata di sicuro una grossa sfida, sia per i ragazzi che per noi che non conoscevamo nulla della realtà del carcere se non attraverso la cronaca e i Mass Media. Avevamo il timore che la proposta di un corso di robotica fosse troppo impegnativa  per i giovani detenuti, ma avevamo anche molta fiducia nelle risorse e nelle potenzialità dei ragazzi stessi, per quanto limitate pur fossero state le loro esperienze di apprendimento e difficili quelle di vita.
La sfida si è tramutata nella scelta di provarci, di spendere una settimana di fine luglio con i giovani detenuti nel carcere (11 in quel periodo), creando una occasione per progettare, studiare insieme, parlare, confrontarsi mentre veniva spiegato e sperimentato come sono fatti i robot, come funzionano e come si programmano gli MBot e gli Ev3. L’attività ha previsto infatti 2 moduli: quello della costruzione (hardware) del robot e quello della programmazione delle funzioni (software) che poi vengono trasferite al robot attraverso un cavo.
Hanno partecipato in tanti e, dopo alcune diffidenze iniziali, tutti i giovani si sono fatti coinvolgere e si è creato un bel clima, un’atmosfera di ‘gioco’. Emergeva la passione nello smontare e avvitare, e fare correre i robot. Un po’ meno nel programmare, attività più ostica.
In effetti, fare un intervento educativoformativo così ambizioso in carcere, pur se già sperimentato in altri contesti, ha avuto un impatto emozionale molto forte. Abbiamo visto la fatica dei ragazzi detenuti nel partecipare a questa esperienza; fatica a svegliarsi il mattino e raggiungerci nell’aula, a stare seduti a un banco per qualche ora e a mantenere l’attenzione. Fatica di confrontarsi con le emozioni sgradevoli dell’aula scolastica, con la difficoltà di concentrarsi, la pazienza di seguire passo passo il manuale nel montare i pezzi, la fatica di ascoltare le spiegazioni, la fretta di vedere un risultato, la fatica a reggere le frustrazioni e le arrabbiature quando si incontrano difficoltà, i pensieri frequenti di non essere all’altezza, di non riuscire, di considerare l’esperienza una cosa che non fa per loro, che ‘non serve a niente imparare cose nuove’.
Una parte del nostro lavoro è stato quello di far riflettere proprio sulla fatica di imparare, di farlo insieme ad altri e di uscire dalle abitudini consolidate. L’abbiamo fatto utilizzando brevi spezzoni di filmati e raccontando storie, metafore e proponendo attività che spostavano la riflessione su di loro e su come si comportano nella ricerca di soluzione dei problemi: dare la colpa ad altri, cercare alibi o capri espiatori, squalificare se stessi (non fa per me, non ci riuscirò mai…) o screditare le attività proposte (fare pizze, curare il giardino, lavorare il legno è più facile…).
Li abbiamo invitati a riflettere anche sulle modalità più utili ed efficaci nel trovare soluzioni: provare e non arrendersi subito, farsi aiutare, lavorare collaborando con gli altri (in questo è stata di aiuto la presenza di Silvia, Alice e Mara, tre giovani studentesse di giurisprudenza e volontarie che li affiancavano nella sperimentazione). Ogni giornata si concludeva con una riflessione sulle ore passate insieme. Con un certo stupore da parte nostra anche questa parte di lavoro è stata accolta con interesse e partecipazione. Quando arrivavano gli agenti a prenderli per riportarli nelle stanze di pernottamento, i ragazzi non avevano alcuna fretta di andarsene. Ogni giorno era spunto per continue riflessioni, ragionamenti su come rendere più facile il lavoro, come coinvolgere tutti e organizzare il tempo, rivedere il programma e il modo di procedere.
C’era molto stupore da parte dei giovani detenuti che ci fossero delle persone interessate a loro, che arrivano da così lontano carichi di computer, scatole piene di pezzi di robot e disponibili a passare una settimana con loro. ‘Ma perché siete qui?’ ‘Davvero avete pagato voi tutti questi robot?’ ‘Ma voi cosa ci guadagnate?’. Volevamo che questi giovani diventassero protagonisti dell’apprendimento, volevamo aiutarli a non negare le emozioni presenti nel gruppo e parlarne insieme, a dare supporto e creare e tenere alta la motivazione, a valorizzare i talenti che emergevano: Emilio, che scopre un talento innato per l’informatica e la soluzione di problemi; Luca, tenace, che pur avendo perso diverse ore
di laboratorio, da solo, con accanimento e senza aiuti arriva a finire la costruzione del suo robot; Carlo, che prova a costruire un programma per far fare al suo robot un giro complesso e parcheggiare; Karim, che finalmente lascia le sue cuffiette che non toglieva mai entrando in aula, e scopre che non è capace solo di usare il suo potente fisico per fare goal, ma ha imparato a muovere il robot e per la prima volta negli ultimi due giorni l’abbiamo visto sorridere; Giovanni che, dopo diversi giorni di improperi, riconosce l’importanza della pazienza nel costruire passo passo, senza mollare uscire dall’aula alla prima difficoltà.
‘Allenare la pazienza è come allenare gli addominali, vero?’ J., Lucio e Federico, che non si espongono nel gruppo ma seguono tutto il lavoro con grande attenzione affiancando altri; Aleks, che ha scoperto la sua abilità nel fare pizze, ma anche nello scrivere (ha vinto un premio con un suo racconto) e che propone riflessioni sulle implicazioni sociali ed economiche della diffusione della robotica; e ancora Marco, con un viso pieno di tatuaggi e cicatrici, ci dice che userà l’attestato quando uscirà dal carcere, sempre ammesso che il mondo non sia troppo cambiato…
Le giornate sono faticose, i ritmi sostenuti, ma finito il lavoro e dopo una buona mezz’ora di viaggio nella Cagliari trafficata della sera, poco prima del tramonto raggiungiamo la spiaggia del Poetto per un bagno.
Questa esperienza nel carcere di Quartucciu, oltre che occasione per conoscere e stare con i giovani detenuti, ci ha permesso di incontrare persone speciali che hanno accettato la sfida e si impegnano in un lavoro quotidiano per il loro recupero: le educatrici del carcere, coordinate da Maria Cristina; suor Silvia, da anni impegnata a fianco di minori in difficoltà – in particolare adolescenti – con i quali vive da quasi vent’anni in una comunità alla periferia di Cagliari e collabora ai progetti nel carcere minorile; Giovanna, del Centro per la Giustizia Minorile della Sardegna ed ex responsabile del carcere minorile; Enrico, attuale direttore del carcere; Giampaolo, Dirigente Regionale.
Ci aiutano a ragionare sul carcere, sui problemi dei minori e la necessità di dare sostegno alle famiglie alle prese con l’emergenza educativa, come la chiama suor Silvia: ‘Si pensa che l’investimento da fare al giorno d’oggi sia sul controllo e la sicurezza, ma il vero problema è la fatica di assumersi il compito educativo’. Ci raccontano le loro esperienze in carcere e nelle comunità: problemi comportamentali, anche molto gravi, dei giovani non rimandano solo a situazioni sociali e familiari degradate, ma a tutte le classi sociali.
Lo scenario sociale oggi fa emergere il forte bisogno di accoglienza e di inserimento di adolescenti appartenenti non solo alle ‘classiche’ famiglie multiproblematiche caratterizzate da degrado socio -economico-culturale e/o deviante, ma famiglie appartenenti ad ambienti sociali e culturali medio-alti che non riescono più a contenere i comportamenti trasgressivi
e/o devianti dei figli adolescenti.
Non mancano riflessioni sulle possibilità pedagogiche del carcere perché possa creare per questi giovani fiducia e possibilità di una vita diversa, la prospettiva di riscatto e reinserimento nella società, e sulla necessità di coordinamento tra le figure che hanno compiti psico-educativi e quelle che hanno compiti di custodia e sicurezza per far diventare il carcere una permanente comunità educante e responsabilizzante.
Come dice un proverbio del Burkina Faso: non sono i singoli e neanche solo le famiglie… è il villaggio che fa crescere i piccoli…”