Atletica: i ragazzi del Dosso a Pescara, la testimonianza del dottor Davide Iacchetti

La testimonianza di Davide Iacchetti: “Cosa portiamo a casa dal campionato nazionale di atletica svoltosi a Pescara dal 17 al 9 settem­bre? I dieci atleti, che hanno disputato le gare previste per la categoria disabili hanno raccolto decisamente molti successi. Rani Agazzi ha vinto nelle competizioni della categoria femminile, mentre Marco Do­gnini si è aggiudicato i titoli di campione nazionale nei 60 metri e nel salto in lungo, Giuseppe Pernicia­ro ha vinto il campionato del lancio del vortex e Alessandro Rocco, alla sua prima espe­rienza, è risultato vincente nei 400 metri. Non vanno certo dimenticati gli altri atleti che hanno dimostrato il proprio valore e il proprio impegno, portando a termine tutte le gare dando il meglio di sé. È questa una caratteristica tipica delle competizioni con i disabili: ognuno si misura con se stesso e con le proprie possibilità e vince chi dà il massimo. Dovrebbe essere così per tutto lo sport, ma troppo spesso ci dimentichiamo che la prima sfida è con se stessi e non per sconfiggere l’avversario. Per questo vogliamo ricordare tutti i partecipanti; Salvatore Perniciaro, Giuseppe Ghidelli, Marco Gipponi, Danilo Tartaglia, Adriano Beccalli, Senad Hrustic.
L’obiettivo del Dosso non è la semplice inte­grazione o inclusione, ma la ‘normalizzazione’. Occorre cioè che l’attività sportiva con i disabili di­venga sempre più un’attività come tutte le altre, con la stessa dignità, le stesse caratteristiche e la stessa organizzazione. Ma poi è successa una cosa curiosa, inaspettata. Al traguardo della corsa veloce, dove mi sono piazzato per fare le foto, si è avvicinato il fotografo ufficiale, che conosco da alcuni anni. ‘Come stai?’ ‘Bene!’, rispondo. ‘Certo che, quando arrivate voi, arriva la gioia!’ Una frase buttata lì, apparente­mente superficiale. E invece va diritta al cuore. Dunque, perché la festa sia completa, perché ac­quisti il suo sapore migliore è necessario che siano presenti i disabili. La gioia si leggeva negli oc­chi dei giudici di gara, degli allenatori e anche degli atleti che partecipavano con trasporto. Come se ci fosse bisogno di recuperare quella dimensione di valori profondi dello sport, che a parole spesso affermiamo, ma che lì si realizzavano nell’esperienza pratica. C’è biso­gno di ‘restare umani’ per sentire che davvero è possibile un mondo dove essere diversi non fa differenza, dare il proprio contributo secondo le proprie possibilità è comunque vincente, l’amicizia e la solidarietà sono ‘normali come è ‘normale’ la diversità. Senza gli atleti disabili la festa non sarebbe completa. Questo è il Csi che ci piace. E molto”.