Verso la beatificazione di padre Cremonesi – Un testimone autentico

padre Cremonesi
“Conobbi padre Alfredo quando ero a Toungoo, dal 1948-50. I nuovi padri arrivati erano cinque. Tre furono mandati a Mandalay per lo studio del birmano. P. Galestri, il più anziano, fu mandato a Shadow, coadiutore di p. Vergara. Tutti e due furono martirizzati durante la guerra cariana, il 25 maggio 1950. Io fui trattenuto a Toungoo per aiutare nel ministero, che si riduceva a dire la santa Messa dove c’era più bisogno.
Fu appunto in quei tempi che p. Cremonesi, residente a Donoku, in birmano detto Kjaukpon, veniva regolarmente a Toungoo una volta alla settimana per i suoi affari, ma specialmente per la sua confessione. Era un bell’uomo sulla cinquantina, con una barba molto fluente e veniva sempre in bicicletta. Di solito ripartiva in giornata. Allora i padri a Toungoo erano in due: p. Ziello, vicario generale ed economo, e p. Anadriello, parroco della cattedrale. Naturalmente tutti e due indaffarati. Tutto si riduceva ai saluti del caso. Così p. Cremonesi si attaccava a me che ero relativamente libero.
In quegli anni era incominciata la guerra diretta dai cariani detti ‘boku’ e anche ‘pakagnò’. Erano tutti “american Baptist” decisamente contrari ai cattolici. A poco a poco la guerra si estese a tutta la nostra zona cariania, su fino a Loikaw (capitale del Kajah State). Arrivarono fino a Shadow dove c’erano i nostri due padri che furono martirizzati da loro nel 1950. P. Cremonesi li seguì nel 1953.
Chi era padre Cremonesi? Un uomo tutto d’un pezzo, con doti superiori all’ordinario. Carattere aperto, poeta per natura e scrittore per elezione. Era davvero entusiasta della vocazione missionaria, vissuta da lui fino all’eroismo. Spiritualmente lo definirei tra i “perfetti”. Vita spirituale solida. Si alzava infallibilmente a mezzanotte per fare la sua adorazione. Non voleva disturbare nessuno, specialmente in occasione di ritiri sceglieva un
posto isolato, di solito la veranda. Aveva una grande devozione al Sacro Cuore e a santa Teresa. Per tener viva la devozione tra il clero e i fedeli stampava un bollettino ogni mese. Per santa Teresina aveva una devozione davvero ‘fraterna’ direi.
Nelle varie situazioni sperava in lei, sicuro di ottenere i suoi favori. Perfino nelle piccole circostanze era sicuro del suo aiuto. Tornando dal giro era imminente un temporale forte? “Teresina mia, mi raccomando che arrivi a casa asciutto!” “Va bene: fatto!”. Il suo distretto era davvero molto vasto. Oltre ai cariani detti ‘rossi’, aveva tutta la vasta zona dell’Yoma. La percorreva in bicicletta al piano e a piedi sui monti. Cercava di essere resistente, malgrado non fosse un colosso. Pedalava con gusto! Una volta andai con lui nel villaggio di Leccié, a circa 20 km da Toungoo.
Per me era la prima volta che andavo in bici da quando ero arrivato in missione. Ero giù di esercizio e feci una grande fatica, ma lui era fresco, si fermava con la scusa di farmi conoscere i posti per me nuovi. Aveva l’animo del giornalista nato. Era il corrispondente per la FIDES di Roma.
Fedele, chiaro, interessante: così fu definito da loro dopo la sua morte. Si interessava di tutto con l’industriosità propria dei giornalisti, pensando che a quei tempi i mezzi di comunicazione erano ancora rudimentali. Venendo a Toungoo si raccomandava a me per avere notizie sulla guerra cariana.
Io, ancora fresco dell’Italia non conoscevo né luoghi né persone. Mi industriavo ripetendo quello che sentivo con grande confusione di luoghi e persone. Mons. Lanfranconi mi sentì una volta e mi ridusse al silenzio per non complicare le notizie. Ma lui mi incoraggiava a parlare sapendo dare il giusto peso alle informazioni. L’unica notizia certa e buona gliela diedi perché documentata da un telegramma in latino di p. Peano, residente a Loikaw: “Pax in regno Peani”!
Chiaro no? Padre Alfredo era anche un buon organizzatore. Sapeva molto bene l’inglese, il
cariano “rosso” e il birmano. Era il predicatore per le feste straordinarie. Ricordo il 25° di p. Ziello. Incominciò a predicare in inglese, allora la lingua ufficiale, poi attaccò in birmano e la gente l’applaudì in piena predica. Tutto il resto della festa riuscì molto bene, se si considera il materiale a sua disposizione, cioè nulla. Non si prese mai l’anno sabbatico, anche per partito preso. Prima di partire per la missione andò a salutare una sua parente in convento. Appena la suora portinaia lo vide sbottò: “Questi missionari sono sempre a casa… Dovrebbero stare in missione a convertire!” “Hai ragione! – le rispose –. Io sto appunto per partire e sta sicura che non vedrai più la mia faccia”. Mantenne la parola. Sapeva accontentarsi di tutto. Anche per la salute non faceva difficoltà.
Fu il prete di tutti. Si prestò ad aiutare chiunque, specialmente durante la guerra giapponese. Toungoo era presa di mira dagli aerei e quindi sempre in pericolo. In quel tempo le suore e le loro ragazze si trasferirono a Donoku. Riuscì a sistemarle anche bene, direi, con l’aiuto di fratel Felice che faceva la spola con tanta disinvoltura, ma con tanta paura di incappare nella “kampetai” giapponese. Questo suo interessamento per gli altri lo allenò al sacrificio completo: dare la vita per gli amici, come insegnò e fece Gesù.
Il 7 febbraio 1953 avvenne l’olocausto. I soldati birmani entrarono nel suo villaggio decisi a trovare i ribelli e a farli fuori tutti. I ribelli naturalmente si erano messi fuori tiro. Furono radunati i capi villaggio, minacciati di distruggere tutto. “Non ci sono ribelli in villaggio!” Ma, si sa, quando gli animi si surriscaldano, dalle parole si passa agli atti. P. Cremonesi si rese conto del pericolo e cercò di portare la calma. Invano. Anzi, fu peggio. I soldati inferociti anche per vedere quel prete “bianco” tra i loro nemici – così la pensavano loro – trovarono una soluzione molto opportuna. Partì il colpo fatale. Effetto immediato. Il padre cadeva morto tra lo sgomento della sua gente. Martire della carità.
La notizia arrivò al centro dopo alcuni giorni, date le difficoltà di comunicazione. Come testimonianza portarono alcuni peli della sua barba, fu sepolto si può dire temporaneamente. In seguito fu riesumato e sepolto con tutti gli onori. P. Cremonesi fu un martire? Direi di sì. Si può pensare che quei soldati, tutti buddisti, volessero prendere anche una rivincita religiosa.
C’entra anche la politica? Direi di sì. Ai nostri giorni un martirio è dato dalla concorrenza di molte cause seconde, ma tutte contribuiscono a darci un testimone autentico di Fede e di Amore per Dio.”
padre PAOLO NOÈ, missionario del Pime
Huari, 3 luglio 2004