GUATEMALA/4. I martiri del Quiché

Il Guatemala, come tutti i Paesi Americani, annovera una interessante presenza indigena. Si tratta degli indigeni direttamente discendenti dei Maya, sconfitti e assoggettati dagli Spagnoli, ma mai vinti e distrutti. Sono 23 le etnie presenti; tutte con la propria lingua, a volte simili e a volte molto diverse, e i propri abiti tradizionali. Nel corso della storia, anche dopo l’indipendenza del 1821, gli indigeni non sono mai stati presi in considerazione e sempre sono stati ritenuti come donne e uomini di serie B, portatori di una cultura inferiore.

Non è una novità, purtroppo, e la storia si è ripetuta molte volte nel Nord come nel Sud del continente. Solo che qui ha assunto un valore particolare per una serie di avvenimenti. Cacciati dalle zone pianeggianti, gli indigeni si sono rifugiati sulle montagne. Per questo la regione del Quiché, prettamente montagnosa, ha una popolazione che, per oltre il 90% é formata da indigeni.

Le etnie più numerose sono la QUICHÉ e la IXIL (la X va pronunciata come nella parola SCI). La prima al sud, la seconda al nord. In tutti gli incontri che abbiamo fatto, qualcuno ha sempre tradotto dallo spagnolo in una delle sue lingue.

Qui con gli animatori delle Comunità della Parrocchia della Cattedrale…

Anche gli abiti sono essenziali per le culture maya:

Ecco l’abito usato dall’etnia Quiché…

e quello usato dall’etnia IXIL…

A un occhio poco abituato potranno sembrare simili, ma non lo sono.

E la tradizione è talmente radicata che fin da bambini ci abitua…

Perché mi sono dilungato un po’ in questa presentazione? Perché non solo ci troviamo in un Paese diverso, il Guatemala, ma al suo interno in una cultura totalmente altra!

Una cultura profondamente comunitaria e pacifica, che ha trovato nella Chiesa Cattolica l’unica forza che ha valorizzato la sua cultura e ha saputo far convivere i valori della tradizione maya, con i valori della Buona Notizia di Gesù, operando quell’inculturazione della fede che è il fondamento della Missione.

Basti ricordare che la messa delle 9 del mattino della domenica è tutta celebrata in lingua Quiché.

Cosa c’entra tutto questo con i martiri del Quiché e la lo prossima beatificazione?

Quando la guerriglia, negli anni ’70 e ’80 si ritirò sulle montagne, l’esercito iniziò una serie di operazioni militari nel tentativo di stanare il nemico.

Non riuscendovi, incominciò ad accusare gli indigeni di essere conniventi con i guerriglieri, minacciandoli di ritorsioni se non avessero collaborato

Poiché la situazione non migliorava per governativi, iniziarono le persecuzioni contro i villaggi indigeni.

La situazione precipitó quando anche la Chiesa cattolica, da sempre impegnata in un opera di coscientizzazione degli indigeni e di difesa dei diritti, fu accusata di connivenza con la guerriglia e la persecuzione divenne totale. Poco sopra la città di Nebaj fu costruita una pista di atterraggio e partenza, ancora oggi visibile, degli aerei che poi bombardavano i villaggi e sopratutto le foreste.

Poi vennero occupate le case parrocchiali, trasformate in caserme e luoghi di tortura.

Questa è la casa parrocchiale di Chajull ricostruita dopo lo sfascio causato dai militari…

Questa la casa parrocchiale di Joyabaj, che subí lo stesso destino.

Le chiese invece, che adesso invece ammiriamo nel loro recuperato splendore…

Santa Maria Nebaj

San Gaspar Chajull

San Juan Cotzal,

Santa Maria Joyabaj,

solo per citarne alcune, vennero trasformate in bordelli e luogo dove venivano violate le donne.

Difficile raccontare quello che i testimoni ci hanno detto, le atrocità che sono state commesse. Spesso coincidono con i ricordi dai nazisti nell’ultima guerra mondiale, ma non si pensava che si arrivasse a tanto 40 anni dopo contro una popolazione inerme.

Molti sono i luoghi dove la gente ricorda i propri morti e i tre sacerdoti, di origine spagnola, che pur minacciati, non fuggirono e caddero al fianco di migliaia di animatori, catechisti, esponenti dell’Azione Cattolica.

La Cappella dei Martiri a Nebaj…

Il monumento che ricorda l’assassinio del padre José María Gran e del suo sacrestano  Domingos a Chajull…

La tomba di padre Faustino a Joyabaj…

Una stele, che prossimamente verrà rinnovata, che testimonia la presenza di una fossa comune sempre a Joyabaj.

Credo, come Diocesi che ha la gioia di festeggiare un martire nella persona di padre Cremonesi, che abbiamo il dovere e l’impegno di condividere il coraggio di questi cristiani cattolici così coraggiosi. Avrebbero potuto convertirsi ad una setta evangelica e sarebbero stati risparmiati. Ma non lo hanno fatto!

Voglio concludere questa difficile e incompleta testimonianza con l’immagine che troviamo all’ingresso della casa del Vescovo Rosolino, che sintetizza il martirio e la resurrezione di un popolo.