IZANO – Messa del patriarca Francesco Moraglia a ricordo di S.E. Marco Cè

Il patriarca Moraglia presiede la celebrazione alla Pallavicina

Santa Messa in ricordo del cardinale Marco Cè, la sera di lunedì 8 luglio, al santuario della Madonna della Pallavicina, a Izano, paese natale dell’indimenticato cardinale. Una Messa che s’è inserita nell’Anno Giubilare del centenario dell’Incoronazione della Beata Vergine Maria.

La celebrazione, proprio nel giorno del compleanno di Cè (nato a Izano l’8 luglio 1925), è stata presieduta da Sua Eccellenza Francesco Moraglia, Patriarca di Venezia, guida attuale di quella Chiesa lagunare che ancora oggi ricorda con affetto grande il suo “Patriarca Marco” che l’ha condotta e amata dal 1979. Marco Cè è morto a Venezia il 12 maggio 2014: nella Messa è quindi stato ricordato anche il 5° anniversario della morte, oltre al 40° della sua creazione a cardinale (avvenuta il 30 giugno 1979 con papa Giovanni Paolo II).

In apertura di celebrazione il vescovo di Crema, monsignor Daniele Gianotti, ha ringraziato il patriarca Moraglia per la presenza e per la memoria grata di Marco Cè e ha ricordato il legame tra la Chiesa di Crema e quella veneziana.

Nell’omelia – che riportiamo integralmente – il Patriarca ha tracciato un bellissimo ricordo di Marco Cè, della sua spiritualità e della sua umanità.

Al termine della Messa il sindaco Luigi Tolasi ed Ersilio Tolasi, ideatore dell’iniziativa insieme ad altri izanesi, ha donato al patriarca Moraglia un dipinto opera dell’artista Andrea Ghisoni, raffigurante monsignor Cè e le chiese che hanno segnato la sua vita, dall’alba al tramonto.

IL TESTO INTEGRALE DELL’OMELIA DEL PATRIARCA

Ringrazio il vescovo monsignor Daniele, il parroco don Giancarlo e la comunità di Izano per l’invito a presiedere questa celebrazione eucaristica che avviene nel giorno esatto del compleanno e a pochi giorni dal quarantesimo anniversario dell’elezione a cardinale dell’indimenticato Marco Cè, tuttora ricordato da noi a Venezia con immutato affetto come il “Patriarca Marco”.

Un po’ di lui è tutt’ora presente fra noi, a Venezia, nella persona del suo carissimo segretario monsignor Valerio Comin. Don Valerio fu per il Cardinale più che un fedele collaboratore, una presenza buona, sollecita e rassicurante, soprattutto negli ultimi tempi; sì, un vero amico.

Vi ringrazio anche per avermi dato l’opportunità di celebrare proprio qui, nel Santuario della Pallavicina, e nel contesto dell’anno giubilare mariano che state attualmente vivendo. So che per il card. Cè il Santuario e tutto il paese natale erano luoghi amati e riferimenti costanti, sia per la sua infanzia, sia per la sua crescita umana e cristiana, sia per la vocazione al sacerdozio.

Ho avuto la fortuna – confessò in un’intervista concessa appena un anno prima della sua morte, avvenuta a Venezia nel 2014 – di nascere e crescere in una famiglia credente: una fede umile, che però conduceva la vita. E di fede è stato anche l’ambiente del paese in cui sono cresciuto: io la fede l’ho respirata e mi ha strutturato interiormente. E questo è il filo che ha condotto tutta la mia vita” (Marco Cè, Videointervista per incontro al Laurentianum di Mestre, febbraio 2013).

Solo qualche anno prima (nel 2010), inoltre, a proposito del suo legame con Venezia e con la terra cremasca, aveva detto: “Dopo trentatre anni di vita in laguna, Venezia è la mia casa e la mia famiglia. Però le radici sono nella terra umile e forte dove sono nato: sul mio tavolo di lavoro c’è una vecchia immagine della Madonna della Pallavicina e nel cuore la nostalgia dolce di sussurrare, ancora una volta, un Requiem in quel cimitero, appena dietro la chiesa, a Izano, dove i miei cari riposano”.

E proprio una fede vissuta anche nei momenti più difficili e chiamata a crescere sempre di più attraverso le vicende personali, familiari e sociali è al centro delle letture della Messa di oggi su cui ci soffermiamo, come avrebbe voluto il Patriarca Marco.

Ripercorriamo il Vangelo appena proclamato e rimaniamo ammirati dalla fede viva di quel padre che ha appena perduto una figlia ma si affida ancora e con piena fiducia a Gesù, unico vero Salvatore, e poi la fede discreta ma tenace di quella donna ammalata che arriva a toccare il lembo del mantello di Gesù per essere guarita e “salvata”. Teniamo fisso lo sguardo su Gesù, come ha sempre fatto il Patriarca Marco.

Quanti hanno avuto la grazia di conoscerlo, anche solo per un breve tempo, sanno che in tutta la vita – e specialmente nel suo ministero sacerdotale ed episcopale – ha sempre guardato Gesù e l’ha indicato come il “rivelatore del Padre, del suo amore misericordioso”, l’Unico che può salvare e donare la pace perché Lui stesso è la pace. Questo, d’altronde, fu il suo motto episcopale: “Cristus ipse pax” (cfr. Ef 2,14). E a tale programma rimase fedele in tutti i momenti della vita.

Il giorno del suo ingresso a Venezia nell’Epifania del 1979 disse: “Sono venuto per annunziare Cristo, unico Nome che salva, e porgerlo a tutti” e aggiungeva: “Io, venendo da voi, non ho altra ambizione che questa: portare ogni giorno questa Chiesa ai piedi di Cristo, il Signore, come sua sposa, offrirla al Padre, unita al suo Sposo, per la vita e la salvezza dell’uomo. Una Chiesa tutta centrata su Cristo, plasmata dal Suo spirito sul Vangelo”.

Anche il salmo responsoriale ci esorta a questa fede-fiducia: “Mio rifugio e mia fortezza, mio Dio in cui confido” (Sal 90,2). Qui troviamo ben espressi i sentimenti, i pensieri, le parole, i gesti che caratterizzarono l’intimo – come uomo e pastore – del Patriarca Marco.

Il Cardinale custodiva, in ogni momento, un profondo e continuo rapporto col Signore. In tutto e sempre aveva il senso di Dio. Egli percepiva in sé l’amore di Dio e lo viveva nel “sì fedele” alla chiamata. Da vero innamorato della Parola di Dio il Cardinale, innanzitutto, si nutriva di tale Parola e, poi, come fa il buon padre di famiglia, la donava in cibo ai suoi figli. Voleva, insomma, far tutti partecipi del grande tesoro ricevuto in dono con la Parola di Dio. D’altra parte, il primo compito del buon pastore è non far mancare il nutrimento a chi gli è stato affidato, conducendolo su buoni pascoli e a fonti cristalline.

Avere fiducia e confidare nel Signore porta poi ad acquisire uno sguardo più ampio e profondo sulle vicende della vita e della storia. Cito un pensiero del cardinale: “Noi tante volte diciamo: Dio non mi ascolta, ho chiesto al Signore questo e quest’altro e lui non mi ha ascoltato… Invece non è vero che Dio non ci ascolta: ci ascolta e ci ama. Quando noi lo preghiamo, come quando Gesù lo pregava, Dio Padre spalanca il cuore. Un padre non può non amare… Ama anche i figli che si rifiutano di amarlo: Dio Padre ama e ascolta sempre! Ma non sempre fa quello che vogliamo noi, come non sempre ha fatto quello che Gesù chiedeva. Eppure fa sempre le cose più belle per noi…” (Marco Cè, Il tuo volto, Signore, io cerco. Otto istruzioni sulla preghiera cristiana, EDB 2006, pag. 99).

Al motto episcopale “Christus ipse pax” rimase fedele tutta la vita, e ancor più negli ultimi tempi della sua vita quando io ho avuto modo di incontrarlo a Venezia e quando accolse nella fede anche l’ultima chiamata che il Padre gli rivolgeva con l’affidarsi estremo a Lui, soprattutto negli ultimi momenti, così preziosi per l’eternità.

In tal modo ha testimoniato come, per lui, Cristo fosse realmente la pace e, proprio allora, si è toccato con mano come la Parola di Dio e l’Eucaristia celebrata ed adorata fossero per lui le realtà forti della sua vita. Ricordo molto bene, avendolo seguito di persona e da vicino anche negli ultimissimi giorni, che – anche nel tempo della più grande fragilità umana – riuscì ad essere sempre testimone autentico del suo motto episcopale: “Christus ipse pax”.

La prima lettura di oggi – con la visione di Giacobbe che vede una scala poggiata sulla terra, mentre la cima raggiungeva il cielo (cfr. Gen 28,11) – ci ricorda che Dio è presente, è vicino, è in mezzo a noi; il cielo e la terra sono in relazione e, quindi, anche la nostra storia assume tutta un’altra prospettiva e si riempie di speranza.

La storia – scriveva il Patriarca Marco – è nelle mani di Dio, il quale misteriosamente la “conduce” per realizzare il suo disegno di salvezza nel rispetto della volontà degli uomini… Questo deve darci fiducia anche di fronte ad eventi negativi che segnano pesantemente la storia dell’uomo. Dio piega anche gli avvenimenti più lontani per realizzare il bene dei suoi figli. Lasciamoci dunque condurre da Lui” (Marco Cè, Il volto di Dio è amore misericordioso, Marcianum Press 2016, pag. 25).

Ringrazio ancora il vescovo Daniele per questa celebrazione inserita nell’Anno giubilare del Santuario della Pallavicina e al ricordo commosso del Patriarca Marco uniamo la preghiera per le nostre Chiese perché crescano in santità e docilità allo Spirito. E continuiamo ad invocare il dono di nuove vocazioni sante, in particolare al sacerdozio ministeriale.

Il Cardinale – come sappiamo – ebbe sempre un’attenzione speciale per il Seminario e i seminaristi; nei seminaristi vedeva i futuri primi collaboratori del Vescovo e, quindi, si dedicava loro con tutto se stesso e voleva che tale sua dedizione fosse da loro percepita in modo che lo avvertissero, oltre che come guida loro data dal Signore, anche come padre e come amico. Mai dimenticò nel suo ministero episcopale d’esser stato insegnante e poi rettore del Seminario.

Non stupisce, allora, quanto scrisse in una lettera paterna ed affettuosa in occasione dell’ordinazione di quattro sacerdoti veneziani dell’anno 1999. Siamo quasi al termine del suo servizio episcopale e, quindi, di fronte ad uno scritto che dice tutta la sua maturità di pastore.

Tra i vari consigli raccomandava a ognuno di loro: ”Carissimo, carissimo (sì, l’aggettivo sostantivato veniva ripetuto due volte!), il 19 giugno u.s. ti ho imposto le mani e tu sei stato costituito presbitero della nostra santa Chiesa. Poi ti ho conferito il primo “mandato”: da quel momento la tua vita e il tuo cammino di fedeltà al Signore – la tua “sequela Christi” – saranno determinati dal tuo concreto servizio alla nostra Chiesa particolare”. E poi continuava: “La carità pastorale – tale è il nome di questa fedeltà – sarà croce su cui si consuma la tua vita, ma pure la tua gioia; sarà anche la forza più genuina della tua crescita verso una maturità – umana e non solo spirituale – sempre più piena” (Marco Cè, Lettera a quattro nuovi presbiteri, 19 giugno 1999).

In questo inizio di lettera troviamo tutto l’animo di chi vive realmente il suo sacerdozio e riflette, a voce alta, ripetendo ai giovani confratelli quello che ripeteva al Signore nella sua preghiera.

Dopo numerosi e saggi consigli spirituali – con indicazioni pratiche utili al prete per la vita di ogni giorno, come può fare solo chi è pienamente conscio del suo delicato ruolo di padre e amico ma anche di maestro e responsabile ultimo del presbiterio – egli concludeva la sua accorata lettera con queste parole: ”Figlio carissimo, ricordati che sei sempre nelle mani buone di Dio; accanto a te cammina Gesù; su di te veglia Maria, sua e nostra Madre. Non avere paura; non permettere che il turbamento si impossessi del tuo cuore. Cammina nella fede, cammina sicuro, cammina nella gioia del cuore” (Marco Cè, Lettera a quattro nuovi presbiteri, 19 giugno 1999).

Siamo veramente grati al Signore per avere potuto ricordare l’indimenticato e amato Patriarca Marco in questo Santuario a lui carissimo e nella sua terra di origine.

L’Eucaristia e la Parola di Dio amata e annunciata, il Signore posto al centro della vita sono la cifra della sua anima. Sì, Gesù era tutto per lui, il riferimento reale e concretissimo, la sua pace vera.