IL COMMENTO AL VANGELO DI DOMANI, FESTA DEL SANTISSIMO CORPO E SANGUE DI CRISTO

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Di seguito proponiamo il passo del Vangelo di domani, domenica 23 giugno festa del Santissimo Corpo e Sangue di Cristo, e il relativo commento.

IL VANGELO: LUCA 9,11b-17

In quel tempo, Gesù prese a parlare alle folle del regno di Dio e a guarire quanti avevano bisogno di cure. Il giorno cominciava a declinare e i Dodici gli si avvicinarono dicendo: «Congeda la folla perché vada nei villaggi e nelle campagne dei dintorni, per alloggiare e trovare cibo: qui siamo in una zona deserta».
Gesù disse loro: «Voi stessi date loro da mangiare». Ma essi risposero: «Non abbiamo che cinque pani e due pesci, a meno che non andiamo noi a comprare viveri per tutta questa gente». C’erano infatti circa cinquemila uomini.
Egli disse ai suoi discepoli: «Fateli sedere a gruppi di cinquanta circa». Fecero così e li fecero sedere tutti quanti.
Egli prese i cinque pani e i due pesci, alzò gli occhi al cielo, recitò su di essi la benedizione, li spezzò e li dava ai discepoli perché li distribuissero alla folla.
Tutti mangiarono a sazietà e furono portati via i pezzi loro avanzati: dodici ceste.

IL COMMENTO

L’antifona che leggiamo all’ora terza di oggi riprende quel “Ho desiderato ardentemente mangiare questa Pasqua con voi”, del capitolo quattordicesimo del Vangelo di Giovanni. Gesù desidera mangiare, fare comunione con noi e oggi è la solennità del Corpus Domini, una delle feste popolari più sentite, perché credo che sia proprio una festa del cuore, la partecipazione del cuore a un convito. Non si può andare all’Eucarestia senza cuore.
Il 26 maggio abbiamo celebrato la memoria di San Filippo Neri. Dicono che l’orlo del suo calice fosse come tutto mangiato, si vedevano i segni dei denti. È significativo: il suo cuore ardeva! E ho pensato che, in corrispondenza, c’è quel brano della lettera di Pietro che dice: “Come bambini bramiamo il puro latte spirituale”. Un bambino quando è attaccato al seno della madre succhia, morde, fa male in un certo senso, ma è per trarre la vita. Così San Filippo Neri, così i santi… questa diventa per noi una modalità con cui accostarci all’Eucarestia.
In che modo noi ci accostiamo all’Eucarestia? Lo desideriamo ardentemente? Bramiamo questo momento? E poi mi chiedo: oggi il Vangelo ci parla di una folla affamata, stanca, provata, a cui viene dato il pane. Come avrà ricevuto questo pane? Come avrà mangiato questo pane ricevuto dalle mani dei discepoli? Alcuni l’avranno mangiato con voracità perché avevano fame, ma qualcun altro avrà capito la differenza che c’era in questo pane. Con che modalità noi riceviamo il corpo di Gesù? Con che cuore andiamo all’Eucarestia sapendo che Gesù, paradossalmente, desidera ardentemente venire in noi. Nonostante la nostra superficialità, nonostante il nostro disinteresse, Egli desidera venire in noi. Giorno dopo giorno desidera essere il pane della vita ed essere, soprattutto, in comunione con noi.
Io sono in mezzo a quella folla del Vangelo, io ricevo il pane, io sono stanco, sono nel deserto, ho fame. Il pane eucaristico, una briciola di pane eucaristico ha nutrito, sfamato e sostenuto migliaia di prigionieri nei Gulak, migliaia di prigionieri nelle carceri della Bulgaria, della Romania, nei campi di sterminio… Dove c’era un sacerdote, che con una goccia di vino e una briciola di pane consacrava, lì c’era la vita. Questo per dire che, forse, la facilità con cui noi andiamo all’Eucarestia, in realtà, ci toglie il desiderio di un cuore che arde e brama lui. Forse oggi abbiamo la possibilità di riprendere in mano il nostro cuore e farlo cambiare.
La seconda osservazione che vorrei proporvi la traggo dal testo della prima lettera di san Paolo ai Corinti: “Fate questo in memoria di me” che rieccheggia nel Vangelo. “Date voi stessi da mangiare.” Fate e date. Fare l’Eucarestia, dare l’Eucarestia. Noi entriamo cioè al servizio del Signore, noi entriamo a servizio dell’amore. Noi non ci mettiamo al posto del Signore, ma ci viene detto di lasciare agire lui attraverso di noi. Egli è il protagonista assoluto dell’Eucarestia. Lui è il pane, lui è il salvatore, lui è il redentore. Allora dobbiamo essere a servizio dell’Eucarestia. Quando noi riceviamo l’Eucarestia, noi diventiamo presenze eucaristiche, dobbiamo cioè lasciare passare il Signore. Noi siamo a servizio di un Gesù consegnato, spezzato e mangiato. Non ci possiamo appropriare di questo dono, dobbiamo solo lasciar passare lui, non ci possiamo mettere al posto del Signore. Quando ci mettiamo al suo posto, accadono dei disastri perché uno si appropria della parola, dei sacramenti e detta la propria legge e il proprio sentire. Invece noi dobbiamo essere degli strumenti al servizio di Gesù, Lui è la cosa più importante da offrire. In sostanza siamo chiamati a lasciarlo fare, a diventare offerta, dono, ringraziamento in me, prima di tutto in me. La gente è affamata di lui, della sua parola, del suo cibo e il pane che viene spezzato proviene da lui non dai discepoli. I discepoli prestano le mani. I discepoli offrono le mani, ma il pane proviene da lui.
E l’ultima considerazione è questa: siamo capaci di lasciarci benedire e spezzare come lui benedice e spezza il pane? Siamo capaci di essere un pane spezzato per tutti? Il Vangelo dice: “Tutti furono saziati”. Vuol dire che l’Eucarestia non fa distinzioni di persone, arriva a tutti. Quindi vuol dire che io, per essere una presenza eucaristica, devo spezzare quello che non permette all’altro di vivere. Devo spezzare dentro di me tutti i pregiudizi, i giudizi, le mancanze di perdono che non mi permettono di avvicinare l’altro, perché l’Eucarestia è per tutti. Tutti furono saziati. Allora quell’essere spezzati è prima di tutti per noi. Un cuore spezzato, contrito, un cuore umiliato chiede di essere risanato, ma in questo modo riesce a essere pane per tutti, capace di gesti di carità con tutti. Non è facile essere spezzati, vuol dire aprire una breccia nel cuore. Quando il sacerdote spezza l’ostia, sta spezzando il corpo di Gesù per ciascuno di noi perché ne veniamo a far parte. Dunque spezzare anche dentro di noi le lance che abbiamo contro gli altri, vuol dire permettere all’altro di fare parte di me.
Dove comprendiamo tutto questo? Solo nell’adorazione silenziosa. Dove siamo capaci di poter attuare queste parole? Solo davanti a lui. La comprensione viene lì. L’unificazione dello spirito, del corpo e dell’anima avviene lì davanti a lui. In un’adorazione silenziosa che mette Lui al centro del nostro vivere. Senza l’adorazione, senza l’Eucarestia non si cresce nella vita spirituale. Charles de Focauld diceva: “L’ostia santa, cioè l’adorazione, è il Vangelo”. Madre Teresa di Calcutta chiedeva alle sue suore un’ora di adorazione prima di partire. I santi, la nostra Santa Franca rimaneva di notte in adorazione davanti al Signore. Se si vuole costruire in noi stessi un tempo di Dio, bisogna stare davanti a lui perché la mitezza e l’umiltà del cuore vengono solo da lui. Essere una presenza eucaristica che si lascia spezzare per tutti viene solo da lui, non è cosa che possiamo darci noi. Avere quel desiderio di partecipazione a lui come l’hanno avuto san Filippo Neri, santa Teresa d’Avila, tutti i santi. Questo desiderare ardentemente di essere una cosa sola con Lui ci viene solo stando davanti a Lui.
Allora l’Eucarestia è una questione di cuore, mettiamolo davanti all’Eucarestia oggi e sostiamo alla sua presenza. Ci sembrerà che non ci dica nulla, ma vi assicuro che ci alzeremo diversi da come ci siamo inginocchiati.

Madre Maria Emmanuel Corradini, OSB
Badessa Monastero Benedettino San Raimondo – Piacenza
www.monasterosanraimondo.net