IL RACCONTO DI ANNA – Storture

Anna Borghi
Viviamo sicuramente un tempo di storture.
Naufraghiamo nel nostro stesso pensare.
Tolti i riferimenti certi della comunicazione, abbiamo dissestato le radici della convivenza. Le parole non hanno più il loro significato originario, ma questo fa parte della storia delle parole e della evoluzione del linguaggio; ora le parole contengono il proprio significato e l’opposto.Da qui la rassicurante fretta di appartenere ad uno o ad un altro schieramento, non come suggello a ragionamento ma “casa” dove nessuno ci possa contraddire, perché senza la parola con il suo unico significato noi torniamo a Babele.

Le prove più evidenti sono il neologismo fastidiosamente dissonante “buonismo”. Da sempre una delle parole più comunemente usate:
“stai buono“ ai bambini.
“Questo cibo è buono”
“Un buon lavoro”

È divenuta in modo subdolo, una offesa, ha assunto un valore dispregiativo, a indicare chi, in qualsiasi situazione, applichi come primo approccio l’empatia.

Ci sarebbe da chiedere a coloro i quali usano questo termine in questa lettura, che non appartiene proprio al significato profondo del termine, quale sia la colpa o la trasgressione di coloro i quali applichino, accostandosi ad una situazione, come primo approccio l’empatia.

L’empatia fa parte di emozioni che hanno radici ancestrali e addirittura, con la scoperta dei neuroni a specchio, scientifiche.
L’empatia governa l’equilibrio che consente la sopravvivenza. A noi come specie umana, ma anche a tutti gli esseri senzienti.

Ciascuno di noi esercita empatia con le situazioni che lo circondano e anche con le persone. Cerchiamo di far risuonare dentro di noi le parti comuni e gradevoli delle situazioni non sempre semplici.
Risuonare nel senso di ri-conoscere. Conoscere di nuovo.
Risuonare nel senso di porsi in ascolto.

Certo porsi in ascolto di persone o territori sofferenti comporta per chi lo fa in modo equilibrato, l’aver lavorato a lungo sulla propria sofferenza. Ciascuno di noi ha percorsi che attraversarono necessariamente luoghi e tempi di disagio, di difficoltà, di trasformazione: questa è l’essenza del vivere.

Il seme si “distrugge” per trasformarsi in altro, per crescere. Solo guardando con amore questi percorsi, guardandoli con compassione noi saniamo la nostra sofferenza, la nostra fatica e creiamo spazi per riconoscer all’altro il nostro stesso sentire, o per accettarlo così come è.

Se ci commuoviamo al miracolo che è la nostra vita, possiamo capire. Se riuscissimo a trattenere il giudizio, almeno quel breve tempo che la conoscenza divenga nostra e non espressione del pensiero unico e rassicurante, lasciarlo a rifocillarsi nel dubbio, forgiarlo con il nostro sentire, dargli le sfumature che ci appartengono, noi per quel breve attimo realizzeremmo la nostra intima profonda libertà.

Noi ci sottrarremmo alla stortura del tempo che ci vuole forzatamente in connessione con un mondo che non capiamo, estraneo, violento e prevaricatore.

testo e foto
di Anna Borghi