IL RACCONTO DI ANNA – …la mente che sogna

Anna Borghi
C’è la mente che sogna, dietro gli occhi fissi e assenti di questi anziani?Questa mente che sogna ha perso la strada del suono? e se sogna, sogna il passato? ne ha memoria?
O solo non traduce in suono il sentito, il vissuto?

Nella sala pranzo nel reparto una colonna sonora di niente, con lo spessore del  buio appena svegli.
Come entrare in contatto, se io stessa mi perdo, perdo la visione chiara come l’occhio nello sbadiglio.
Come portar fuori il ponte che esiste in me senza altra sponda su cui appoggiarlo…

Diversi tentativi d’osservazione, ma la realtà ogni volta gioca il suo scherzo; si modifica così, fluida e appannata… stento.

I riferimenti si confondono, ci riprovo ma mi sento un po’ finta; un po’ come se la mia determinazione a rimanere qui in questa sala a parlare con gli anziani fosse cosa che riguarda me sola una sorta di messaggio autoreferenziale, un desiderio di affermarmi che mi crea disagio in quanto non mi appartiene.

Parlo con il personale riunito durante una pausa in cucina.
Son molto gentili con me anche se non mi nascondono le loro perplessità.

Da parte mia chiarisco sia un tentativo; rifuggo qualsiasi atteggiamento miracolistico da imbonitore; la danza terapeutica è un metodo valido, che funziona, come tale suscettibile all’errore e al fallimento, come ogni attività che riguardi l’uomo è perfettibile mai perfetta.

Mi presentano le anziane e gli anziani, le frasi sono molto simili per tutti: “Non credo che si riesca a coinvolgerla, é molto sorda, è sempre assente”.

Ascolto volentieri il loro tentativo di passare informazioni; ma la mia impressione è di ricevere informazioni su chi mi sta parlando piuttosto che l’anziano descritto.

Tento: nello sperimentare lo scoglio più grande non è ciò che si fa ma dove siamo noi mentre ci proponiamo… un terreno molto fertile ma di cui ignoriamo la consistenza… un allunaggio su noi stessi, armati di tutta la nostra tecnologia umana… che è il sapere ,ciò che abbiamo studiato, tutta la nostra vita trascorsa che si condensa nell’intuizione, che scardina l’identità e lascia che si apra lo scambio, per avere nuovi strumenti, nuovi linguaggi, per imparare ad usarli.

Tento.

Dapprima l’approccio è come negli altri reparti: il saluto, la stretta di mano, la voce, lo sguardo.
Ma qui non c’è filo di continuità, oppure io non lo vedo.
Da una persona ad un altra non riesco a tessere alcuna relazione. Quando ritorno dopo poco alla persona con cui stavo parlando prima tutto si è azzerato.

Non c’è parola o gesto che produca un cambiamento.
Vado oltre.

Mi decido a tentare: porto la musica e la carta crespa.

Eccomi ospite di questo reparto: spegnere la televisione, le anziane sedute davanti alla tv dormono, e cercare una presa di corrente per il mio radiolone.

Non chiedo niente semplicemente mi aggiro scrutando gli angoli bassi delle pareti. Di colpo un’anziana che mi era sembrata assente, totalmente indifferente a ciò che le accada intorno, sposta la sua sedia e mi dice con una voce piccola ma chiara: “qui dietro la mia sedia ce n’è una”.

Si siede all’esterno del cerchio che io creo con sedie ma perlopiù con carrozzelle.
Metto la musica, cerco il contatto, mi sembra di nuotare controcorrente.

Riesco con tutta la mia energia a far scegliere loro un colore di carta crespa, a far capire che è un gioco che sentiremo srotolando il suono della carta… la musica della carta. Alcune  anziane ridono, non sono certa che sia per i miei stimoli, ma proseguo.

“Facciamo dei fiori con questa carta” ma la compromissione fisica e psichica di queste anziane è pesante.
E io la vedo e sto con tutta la mia voglia di comunicare sbagliando ogni parola che dico.

Riesco anche in parte a comunicare ma sono io che non ho ancora il linguaggio per questo pianeta di silenzi.
Alla fine dell’incontro saluto tutte una ad una, chiedo come stanno se è piaciuto il gioco, e ho anche risposte positive.

Un’anziana su di una carrozzella sorride e mi dice: “Io non so cosa sia successo ma qualcosa è successo”.
Poiché temo che vada in ansia le rispondo: “Abbiamo solo giocato”.

Dopo un periodo d’osservazione nel quale mi era sembrato possibile portare gli stimoli della danzaterapia in quel reparto sebbene ravvisassi un certo disagio, dopo aver presentato il progetto sia alla psicologa che al caposala, dopo aver parlato con il personale, tento ancora qualche intervento.

Le persone che partecipano sono sempre diverse, non riesco a formare neppure una ipotesi di gruppo.

Decido di smettere di intervenire in questo reparto finché non sarò più forte con il mio alfabeto per comunicare.
Ma non cedo ancora.
Penso ad un altro modo, un’altra forma, un altro lato del disegno.

Chiedo di poter andare ad assistere agli interventi dell’animatrice per riuscire ad osservare qualcosa che nel reparto si muove.

Questo mi consente di vedere in un altro modo, e ora vorrei elaborare con calma i messaggi che ho osservato.

Intendo riprovare.

Ad oggi mentre finisco questa relazione e la imposto sul computer sento che agirei con stimoli diversi, con una presenza diversa; sento di essere cresciuta ora, ma soprattutto sono felice di aver avuto dubbi, di non essermi accontentata del fare tanto per fare visto la condizione estrema delle anziane, di avere ammesso che non ero in grado in quel momento.

Desidero mantenere questa onestà nel mio percorso.

Testo e foto di Anna