SANTA LUCIA – Un ricordo della magica notte

Santa Lucia
Da piccola, o sì certo sono stata piccola anch’io, in questa serata speciale mettevo un mazzolino di fieno appeso alla ringhiera della terrazza.Ne ero certa: l’asinello di Santa Lucia avrebbe mangiato tutto.
Il nastro era rosa: non si sbagliasse la santa cieca di mettermi giochi per un maschietto.
Avrei sentito il campanellino con il quale avvisava i bambini di andare a dormire e di chiudere gli occhi. Rimanere a occhi chiusi in attesa del dono.
Era gioia così bella: così libera da doveri.
Non bisognava fare nulla; sì certo essere stati buoni.
Ma alla Santa forse poco importava del passato.
Ella voleva che lì, in quel momento noi bambini ci liberassimo di ogni cosa nella mente: che stessimo lì nel silenzio della nostra cameretta, lì in attesa compissimo il rito del silenzio.
Avremmo nutrito l’asinello perchè potesse proseguire il viaggio verso altri doni, verso altri bimbi. Condividendo così la gioia di altri.
Era impossibile non partecipare a un rito così soave, a una storia così straziante e dolce.
La Santa cieca che distribuiva doni, dolci e frutta durante la notte.
Non volava la Santa, non aveva preparato i doni, semplicemente ci richiamava al dono, al dono del rito condiviso: chiedeva solo per il suo asinello un poco di fieno.
Così abbraccio me di quel tempo lontano e credo di riscoprire in questo abbraccio la mia voglia di chiudere gli occhi, di sentire il campanellino gentile e il fiato sospeso nell’aria fredda della notte di un asinello che conduce una donna luminosa, una donna adulta, una donna che ha sofferto molto che porta i suoi occhi spenti nel palmo della mano.
Sono io quella donna e stanotte porto me stessa e il mio perdono in dono.

Il racconto di Anna Borghi