CREMA – Sabato la conferenza dedicata a Giovanni Ambrogio Figino, pittore. Intervista eslcusiva al prof. Mauro Pavesi

Sabato 17 novembre alle ore 16.30 presso la Sala Rossa, di Palazzo Vescovile, piazza Duomo, 27 si terrà la terza conferenza della rassegna Storici dell’arte in Palazzo Vescovile organizzata da Libreria Cremasca in collaborazione con la Diocesi di Crema. Interverrà Mauro Pavesi (docente di Storia dell’Arte Moderna presso le sedi di Milano e Brescia dell’Università Cattolica) sul tema Giovanni Ambrogio Figino Pittore, volume pubblicato per Aracne editrice, Ariccia (Rm) nel 2017.
Si tratta dell’ultima e più aggiornata monografia dedicata a Figino, importante artista della seconda metà del Cinquecento, studiato dagli esperti ma spesso dimenticato e relegato fra i minori.

Riportiamo per intero l’intervista esclusiva che il prof. Pavesi ha rilasciato alla libreria Cremasca in merito al suo intervento:

Dottor Pavesi, perché un libro su Giovanni Ambrogio Figino? Quali sono i motivi che l’hanno spinta a scriverlo?

La risposta potrebbe sembrare banale, ma è piuttosto semplice: perché si tratta di un artista di grande talento, autore di opere di altissima qualità, che però, nei percorsi della storiografia e della critica artistica, è spesso un po’ trascurato. In effetti, si tratta di un pittore non facile, che talvolta sembra voler confondere gli studiosi nascondendosi dietro mille maschere diverse, con tratti che, all’apparenza, sembrano essere anche diametralmente opposti.

Qual è stata la genesi di questo libro?

Ho cominciato a occuparmi di Ambrogio Figino circa quindici anni fa, mentre scrivevo la mia tesi di dottorato in storia dell’arte; la tesi era sul maestro di Figino, il pittore e trattatista Giovan Paolo Lomazzo. In quegli anni mi ero imbattuto casualmente in una vecchia fotografia di una Flagellazione che stava (e sta tuttora) nei depositi del Museo del Prado a Madrid. La didascalia assegnava il dipinto a un generico “seguace di Michelangelo”, ma il dipinto mostrava chiaramente i segni dell’arte di Figino, con le figure umane costruite alla stessa maniera dei personaggi figiniani delle ante d’organo del Duomo di Milano. Ho avuto la possibilità di pubblicare il dipinto con la nuova attribuzione, e il saggio che ne è uscito è stato lo spunto per una prima riconsiderazione del percorso dell’artista.

Figino nasce verso gli anni cinquanta del Cinquecento e si forma a Milano con Giovan Paolo Lomazzo. Com’era l’ambiente milanese di quegli anni?

Era un ambiente sicuramente molto vivace, anche se forse periferico rispetto ai grandi movimenti storico artistici che avevano luogo a Roma, Venezia, e in parte anche a Firenze. A Milano molti artisti della scuola locale vivevano ancora nel “mito” di Leonardo. Non bisogna però dimenticare che proprio da questo ambiente era uscito un personaggio di levatura europea come Giuseppe Arcimboldo, pittore di corte degli imperatori Ferdinando e Rodolfo d’Asburgo, vissuto a lungo a Vienna e a Praga e amico personale di Figino. Il maestro di Figino, Giovan Paolo Lomazzo, fu un pittore-letterato: autore di trattati teorici, ma anche di strampalate poesie in parte basate sul nonsense, in italiano e in dialetto. Spesso in queste sue poesie attaccava i pittori provenienti da Cremona, soprattutto Bernardino, Giulio, e Antonio Campi. Ci furono parole di fuoco, sonetti diffamatori, insulti anche scurrili a mezzo stampa.

In quegli anni a Milano ha operato anche il nostro Carlo Urbino. I due sono venuti a contatto?

Urbino apparteneva proprio alla fazione “avversa” a quella di Lomazzo e Figino. Pur essendo cremasco, nella mente dei milanesi egli era infatti assimilato alla schiera dei pittori provenienti da Cremona. È comunque difficile che i due si siano incontrati di persona: Urbino aveva infatti abbandonato il capoluogo lombardo intorno al 1570, proprio mentre Giovanni Ambrogio faceva i suoi esordi. Tuttavia i due mostrano, per certi versi, alcune caratteristiche comuni: entrambi disegnarono tantissimo, molto più di quanto effettivamente abbiano dipinto.

Quanto è stato importante il soggiorno di Figino a Roma?

Fin da giovane Figino aveva sempre ammirato l’arte di Michelangelo e Raffaello, e probabilmente fu a Roma già negli anni ’70 del Cinquecento, quando era più o meno ventenne. L’incontro diretto con i grandi del primo Rinascimento e con la statuaria antica ebbe un peso fondamentale nel suo percorso d’artista. Lo si vede dai suoi disegni, che contengono copie, replicate quasi ossessivamente, e da molte angolature diverse, di un capolavoro ellenistico come il Laocoonte vaticano; ma anche dell’Apollo del Belvedere e del Mosè di Michelangelo.

Dalla conoscenza del mondo classico e di Michelangelo derivano diversi capolavori di Figino, in particolare la Madonna del Serpe, già in San Fedele a Milano, e il San Matteo e l’Angelo. Per quale motivo questi dipinti sono importanti, anche per la generazione successiva di pittori?

La Madonna del serpe è un dipinto che ha avuto una storia davvero singolare. Fu commissionato dai Gesuiti di San Fedele a Milano, ma fu ritirato dopo poco tempo, perché fu ritenuta non perfettamente ortodossa dal punto di vista iconografico. Figino, che era comunque soddisfatto del suo lavoro, ottenne di riavere indietro la sua opera, che teneva appesa a una parete a casa sua. Fu qui che, in circostanze che purtroppo non conosciamo, ebbe modo di vederla il giovane Caravaggio, che la citò esplicitamente nella sua Madonna dei Palafrenieri, oggi alla Galleria Borghese.

Roberto Longhi, a proposito del San Matteo figiniano di San Raffaele, ne parlava come di una fonte imprescindibile rimasta impressa anch’essa nella memoria di Caravaggio. Quest’ultimo, nel dipingere la prima versione del suo dipinto dello stesso soggetto a San Luigi dei Francesi (la versione di Berlino, purtroppo distrutta nel 1945), si era nuovamente ispirato a Figino, riecheggiandolo.

Figino è innanzitutto un pittore del sacro. Qual è la sua nota distintiva?

I dipinti sacri di Figino hanno tutti un’intonazione grave, solenne, e un’atmosfera onirica, irreale. Basti pensare al Sant’Ambrogio dipinto per la cappella del Tribunale di Provvisione di Milano, oggi esposto nella sala consigliare di palazzo Marino. Il santo vescovo milanese raffigurato a cavallo mentre sta calpestando i nemici della città, sembra fulminare l’osservatore con uno sguardo torvo, corrucciato. Un’intonazione simile c’è anche nelle ante d’organo del Duomo, soprattutto nella visionaria immagine del Passaggio del Mar Rosso, in cui le fanciulle ebree intonano una sorta di danza rituale sotto uno strano cielo plumbeo, attraversato da una spettacolare sequenza di gigantesche nubi multicolori. Anche l’immagine di San Carlo Borromeo oggi all’Ambrosiana (un dipinto sulla cui attribuzione non tutti i critici sono concordi), più che un ritratto vero e proprio, sembra nato come una sorta di ‘icona’ solenne e severa, realizzata come potente immagine di culto quando l’arcivescovo era probabilmente già morto da tempo.

Di Figino ricordiamo però anche dipinti di carattere profano e soprattutto diversi ritratti.

Le fonti coeve parlano di un grande numero di ritratti, oggi quasi tutti perduti o non identificati. Dei pochi che restano si può ricordare il Gentiluomo in armatura della Pinacoteca di Brera, in cui l’artista sembra voler registrare ogni dettaglio più minuto della veste, delle armi e dell’armatura, con le pieghe e i ricami in pizzo della gorgiera di lino (il classico colletto cinquecentesco, che le fonti coeve chiamano “a lattuga”) che si riflettono sulla liscia superficie metallica dell’armatura, in uno spettacolare gioco di specchi.

Tra i quadri di tema profano va ricordata la tela con Giove, Giunone ed Io oggi alla Pinacoteca Malaspina di Pavia, che Figino dipinse per inviarla al castello di Praga, all’imperatore Rodolfo II, grazie alla mediazione di Giuseppe Arcimboldo: un’opera dall’intonazione preziosa, quasi minerale.

Ed è stato anche un disegnatore prolifico, vero?

Figino disegnò moltissimo. Ogni commissione pittorica era preceduta da un’infinità di studi preparatori. È il caso dei numerosi fogli preparatori al grande dipinto con il sant’Ambrogio, con l’artista che prova a confrontare sullo stesso foglio una serie di abbozzi in cui il soggetto è sviscerato in tutte le varianti compositive possibili.

C’è qualche episodio curioso nella vita del pittore?

Figino non ebbe una vita avventurosa. Qualche volta viaggiò, come già detto, ma in generale si può dire che risiedette stabilmente a Milano. Veniva da una famiglia agiata: suo padre e suo nonno realizzavano armi di lusso, talvolta splendidamente lavorate; tra i committenti della bottega c’erano alcune tra le teste coronate più importanti d’Europa. Si può dire che non avesse bisogno di dipingere per vivere: questo fece sì che, nel percorso della sua vita, non ci fossero avventure rocambolesche o episodi particolarmente strani. Al massimo le liti coi committenti, che sembrano essere state una costanza, con l’artista che, più di una volta, dopo aver completato il suo lavoro, aumentava la sua parcella. Se la controparte non accettava, Figino non esitava a tenersi i quadri, che teneva esposti a casa sua, insieme alla sua raccolta di statue e frammenti antichi e al suo gruppo di trenta disegni originali di Leonardo da Vinci.