I RACCONTI DEL DOTT. CANIDIO – Maestri buoni e maestri cattivi

Ero un bambino irrequieto e caparbio. In prima elementare la maestra decise di “raddrizzarmi”. Fu una pioggia di brutti voti, di umiliazioni e di punizioni frequentemente dolorose. Mi ribellavo come può un bimbo di sei anni, ma le mie reazioni avvaloravano la necessità di una correzione ancora più dura. Per me era sempre più buio. Non c’è solidarietà tra i bambini, frequentemente i miei compagni segnalavano le mie mancanze alla maestra. Mantenendo le sue attenzioni rivolte principalmente verso di me evitavano di essere coinvolti, io fungevo da parafulmine per loro.
Alla fine dell’anno mi aspettavo la bocciatura più volte minacciata e annunciata. Invece, non so per quale motivo, fui ammesso alla seconda con il sei in tutte le materie.

Finite le vacanze, quando entrammo in classe, fummo accolti da un giovane maestro, sapemmo poi che la maestra aveva chiesto di essere assegnata ad un’altra classe. Si presentò, volle sapere i nostri nomi, ci disse che si era diplomato pochi mesi prima e noi eravamo i suoi primi alunni. Dopo, con mia grande sorpresa, mi diede un incarico importante: andare dal bidello, prendere il bottiglione che conteneva l’inchiostro e riempire i calamai posti nell’apposito buco di ciascun banco. Non fui perfetto, qualche goccia cadde perché, essendo l’inizio dell’anno scolastico, il bottiglione era pieno e pesante.
Il maestro, per iniziare propose alla classe un esercizio di aritmetica chiedendoci di alzare la mano al momento della soluzione. Sarebbe venuto lui al banco per controllare il risultato, in questo modo chi stava ancora lavorando non avrebbe avuto disturbo.
Finii per primo, ero sicuro di aver fatto bene e desideravo che il maestro vedesse subito il mio compito. Alzai il braccio più che potevo agitando la mano. Venne e si chinò sul mio banco per guardare il foglio. Ero eccitato e, quasi per affrettare il suo movimento, appoggiai la mia mano, che era ancora alta, al colletto della sua camicia.
Le risate e lo strepitio improvviso della classe indicarono le quattro evidentissime righe che le mie dite sporche di inchiostro avevano lasciato sul candore del colletto.
Impaurito chinai il capo. I compagni continuavano sguaiati ad additarmi e, in quel momento, tutto ritornò come il precedente anno.
Il maestro si guardò il colletto, si accosciò, mi alzò con due dita il mento, si avvicinò fino ad essere faccia a faccia e disse: “Ma Emilio. E’ una camicia. Si lava.”
Improvvisamente il clamore cessò, io stetti incredulo per un lungo istante davanti a quegli occhi piccoli e dolci, di color “non ti scordar di me”. Così è stato.

Nella mia professione, di fronte a occhi smarriti e impauriti, cerco di guardare con i suoi occhi e, se ci riesco, tutto poi avviene in modo più facile e sereno.
Dopo vent’anni al primo anno di specialità.
Ero stato assegnato ad un reparto molto difficile dove le sconfitte si susseguivano. Troppe, troppo incalzanti, troppo dolorose, troppo difficili per me. Lo sconforto mi aveva portato a valutare l’ipotesi di abbandonare la medicina e fare qualcosa d’altro.
Mentre mi arrovellavo cupo in questi pensieri mi sentii additato dai compagni di università.
Il mio arrivo interrompeva il discorso o lo faceva cambiare in modo innaturale, inoltre ero oggetto di sguardi furtivi e di sottecchi che alludevano a qualcosa: era successo un evento che mi coinvolgeva e che nessuno mi diceva, un evento evidentemente grave.
Il sussurrio continuo mi fu presto chiaro. Il medico cui ero assegnato come specializzando mi chiamò nel suo studio e, gettandomi davanti la cartella di un bambino di circa otto mesi che avevo ricoverato nei giorni precedenti, disse: “Ha una massa addominale e tu non te ne sei accorto!”.
Parole che arrivarono come un pugno. Abbassai gli occhi, pensai al bimbo (fortunatamente guarì anche se con una terapia non semplice e non breve), più forte ancora montò il sentimento di essere inadeguato, non risposi. Lui incalzò: “Prendi la penna e correggi l’esame obiettivo. Io ti detto”. Sentivo come umiliante la richiesta che mi veniva fatta, ubbidire e correggere in quel modo significava sancire l’umiliazione, riapparve la maestra e il suo modo di trattarmi.
Ma io avevo avuto il maestro. Triste ma deciso, risposi: “Scriva lei in cartella integrandola. Preferisco che il mio errore sia e resti evidente.”
Non si aspettava parole simili da uno specializzando al primo anno, irritato mi fissò. Ma io, calmo, sostenni lo sguardo. Allora concluse: “Ne parlerò al Professore”.

Già, il Professore. Tra i tanti che avevano richiesto di entrare in specialità lui aveva scelto me. Con questo lo ripagavo, il dispiacere di averlo deluso si sommava all’amarezza per il mio errore. Tasselli in più verso l’uscita dalla medicina… Pensavo come comunicarla ai miei genitori… Tanti erano stati i sacrifici per portarmi alla laurea.
Dopo alcuni giorni, i miei compagni ripresero il tam tam riferito a me, infatti non fui stupito quando la segretaria del Professore venne a dirmi che ero atteso nell’Ufficio di Presidenza.
Mi fece entrare e io restai in piedi poco oltre la porta. Il professore stava leggendo e non alzò gli occhi. Non ero mai stato nel suo ufficio; alle pareti erano appesi attestati di merito da tutte le più importanti università del mondo, il vasto piano di un mobile era interamente occupato da foto di lui con i grandi della medicina e con qualche grande della terra.
Qualsiasi cosa mi avesse richiesto io avrei ubbidito.
Terminata la lettura si alzò, mi fece cenno di seguirlo e, senza dire una parola, mi portò al letto di quel bambino.
“Lavati e scaldati le mani sotto l’acqua calda” mi ordinò. Fatto questo prese la mia mano destra e la pose sulla pancia nuda del piccolo dicendomi: “Lasciala morbida più che puoi, io metto la mia sulla tua e ti guido”. Poi guardò intensamente il bambino e, parlando verso di lui con voce dolce, disse a me: “I bimbi capiscono tutto. Comunque capiscono che sei con loro, che ti stai rivolgendo a loro. Devi catturarli così si distraggono, non si accorgono della mano e la pancia resta morbida. Se contraggono non senti più niente. Non smettere mai di guardarlo e di parlare, non affondare la punta delle dita, la pancia si palpa con tutte le dita a piatto così il bambino non si oppone”. Le sue parole erano melodiche, una cantilena quasi sussurrata. Il bimbo, incantato, a volte sembrava rifargli il verso. Intanto la mano del professore premeva dolcemente il dorso della mia facendomi esplorare l’intero l’addome.
“La senti?”.
“Si Professore. Circa quattro per cinque centimetri, come un mandarino, a sinistra dell’ombelico, duro elastica, non sembra parenchima, forse una formazione cistica”.
“Bene Emilio, questo errore non lo farai più. Ne farai altri. Ricordati che devi sempre cercare di capire perché hai sbagliato, per questo chiedi aiuto ai medici più esperti senza aver paura che il tuo errore sia evidente”. Su quest’ultima parola si tolse gli occhiali inviandomi uno sguardo complice che ribadiva la fiducia e l’alleanza.

Ancora adesso, quando palpo l’addome di un bimbo, mi basta tenere la mano morbida perché sopra c’è ancora quella del Professore che guida.
Noi siamo composti dalle persone che incontriamo. Maestro è colui che è dentro di noi per il bene. I genitori sono i nostri primi componenti, per questo motivo Il Talmud impone loro di essere Maestri per i figli: Maestri cioè testimoni nel quotidiano dei propri valori, Adulti che indicano e contengono, ma che anche consolano e confortano.

di Emilio Canidio